Bruno Civardi

Visita all’inferno

Ho sempre amato la poesia di Dante Alighieri, anche prima di ascoltarla dal professore sui banchi del liceo. Ma non avevo mai immaginato che Dante stesso mi si presentasse, una notte, gratificandomi col titolo di discepolo e invitandomi a seguirlo per visitare l’inferno. Rimasi davvero perplesso.

“Ebbene, vuoi venire?”

“Mi fate grande onore, maestro … ma debbo confessare anche qualche timore”

“Scuoti da te ogni paura, e te ne verrà virtù e conoscenza”

“Sì, ma starete al mio fianco?”

“Certo. Che guida sarei, altrimenti?”

“Grazie. E ditemi: questo inferno … è come lo avevate descritto voi?”

“Più o meno. Ma lo hanno ristrutturato, ultimamente, per meglio accogliere i dannati di oggi”

“Sono proprio curioso”

“Bravo. Andiamo allora, muoviti”.

Giungemmo a una fiumana, larga tanto

che nulla opposta sponda ne pareva:

nostro mar su di essa non ha vanto.

E qui di numerosi figli d’Eva

era una folla, sovra gran barconi:

tremava ogni imbarcato e assai piangeva.

 Portava ogni barcòn due caporioni,

e l’uno stava a poppa, l’altro a prora,

in man tenendo nodosi bastoni.

né troppo a lungo fecero dimora,

ma spinsero le barche in mezzo all’acque,

senza uso di remi o d’altro ancora.

Dal basso e nero cielo un turbo nacque,

allora d’improvviso, ed alti flutti

si levarono: e a Dio certo non spiacque.

Vidi che i neri caporioni tutti,

volando via, lasciavano le navi

e i passeggeri innanzi ai loro lutti.

Grandine e pioggia, su quei legni cavi,

e vento e neve e tuoni e lampi ardenti

battevano e accecavano quei pravi.

Ma ecco poi mostrare i loro denti,

uscendo fuor dell’acque con la testa,

squali, coi labbri ancor sanguinolenti.

D’acqua invasa, affondava lesta lesta

ciascuna barca: e della carne urlante

faceano i pescicani grande festa.

Di fronte a cose orrende, tali e tante,

dissi: “Chi sono i divorati tristi?

Parlate, caro mio maestro Dante!”

Ed ei parlò. “Chi sono? Gli scafisti,

che, in vita, della vita altrui sì basso

tennero conto, con sì grandi acquisti:

or tocca lor pagare il contrappasso!” 

Ricordo tutto di quel viaggio, ma questa cosa degli scafisti mi era piaciuta tanto che avevo voluto metterla in terzine, lì subito, mentre Dante mi tirava per la giacca e mi indicava i vari altri settori del nuovo inferno. Si fermò solo a mezzogiorno, per fare colazione. Seduto su un bel sasso, tolse dalla bisaccia una fiaschetta di Chianti ed un panino col salame, e prese a masticarlo. Ad un certo punto non potei fare a meno di mettergli in mano il foglietto con il testo che avevo buttato giù … e mi misi in attesa, atteggiando la faccia in un sorrisetto ingenuo, forse, devo ammetterlo, un pochino sciocco.

Egli vi diede un’occhiata, accigliato, corrugando la fronte ed arricciando il nasone aquilino. Poi disse, con la bocca piena:

“Caro discepolo, ti ho chiamato, ti ho fatto da guida … che dunque vorresti ancora?”

“Il vostro giudizio sulle mie terzine, maestro”

“Ebbene …”

“Se voi più gradite, posso mutare la frase pagare il contrappasso con un bel pagar lo contrappasso … ma datemi un giudizio, un giudizio per carità”

“Te lo do … significato in parole di origine municipale, ma ormai da tempo accolte nella lingua comune, perciò da ritenersi in qualche modo auliche, illustri, cardinali, eccetera. Comprendi?”

“Sì, quali parole?”

“Posso dirtele in rima?”

“Diamine, maestro: ma certo”

“Bene, figliuol mio, ascolta”. Il sommo poeta accostò le labbra al mio orecchio e, schizzandomi addosso qualche frammento di pane e salame, sussurrò:

“Sei noioso, e cocciuto come mulo:

va’ dunque a far un poco … nello culo!”

Bruno Civardi

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