Vicenda d’amicizia e bullismo

3.6
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É uno di quei giorni, degli anni ottanta, di metà luglio, nei quali il caldo avvolge la città di Napoli
e che oltre a far grondare il sudore fa percepire il cuocere della pelle ed è ciò che blocca Silvio
nello scrivere la lettera all’amico lontano.
Dalla finestra, che ha le ante aperte, di fianco alla scrivania davanti alla quale è seduto Silvio,
sopraggiunge lo schiamazzo dei ragazzi che giocano in strada, oltre al vocio dei passanti
e al rumore delle auto, mentre lui è chiuso in casa, rintanato come al solito nella sua stanzetta
dove vi resta per delle intere giornate, rifiutandosi di uscire anche per una breve passeggiata
con la famiglia.
Solo nel periodo di scuola lo si vede, malvolentieri, uscire la mattina per recarsi alle lezioni.

Durante l’anno scolastico a Silvio le notti sembrano troppo brevi e all’alba gli sopraggiunge
un magone crescente per l’imminente arrivo del genitore, che entrato nella cameretta
e accostatosi al lettino, che è sul lato opposto alla scrivania e accanto alla libreria e all’armadio, gli dice,
spegnendo la luce del lume sul comodino, di alzarsi e prepararsi; non ha mai bisogno di svegliarlo,
essendo che è a trovarlo già sveglio, in preda ad una voglia di gridare, ma il grido gli resta in gola,
per la sofferenza nel doversi recare alle lezioni, nonché ha in quell’istante il desiderio malsano
di volersi essere paralizzato o al meno di essere impossibilitato ad alzarsi.
Preparatosi e chiusosi la porta di casa alle spalle non prende l’ascensore ma discende le scale: inizia così
a ritardare più che può l’arrivo a destinazione.
Uscito dal palazzo muove passi brevi avviandosi sul percorso più lungo per giungere all’edificio scolastico che si trova a poco meno di un chilometro dal civico in cui abita.
In classe Silvio, ogni giorno, vive un vero e proprio inferno, anche sotto gli occhi indifferenti,
ma pur impotenti dei docenti: è continuamente e costantemente bullizzato e deriso da metà classe;
lui resta inerme seduto al banco, sperando che suoni presto la campanella che sancisce la fine delle lezioni
e del tormento.
Quando è interrogato in qualche materia, alcune volte, preferisce dire al professore o alla professoressa
di turno d’essere impreparato, anche se i compiti a casa li fa sempre e le cose le sa.
Questo per non mettersi in mostra dinanzi alla classe, dovendo stare in piedi di fianco alla cattedra,
essendo che anche lì i bulli, dal loro banco, gli fanno smorfie e lo deridono.
Per interrompere il giornaliero pubblico scherno, nell’anno trascorso, spesso, arrivato nei pressi della scuola
ha preso la decisione di non entrare, trovando il giorno seguente una scusa sul perché fosse sprovvisto
di giustifica, e non potendo far ritorno a casa sé rintanato nel cinema lì nei pressi, guardandosi il film proiettato più volte.
In altre occasioni, raggiunta la piazza non distante, dove vi è la fermata dei mezzi pubblici, è salito a bordo del tram: o sulla linea che giunge a Bagnoli oppure su quella che porta a Portici Bellavista.
Sulla tratta verso Portici Bellavista ha incontrato e fatto amicizia con un signore che fa il cuoco
su un mercantile che periodicamente attracca al porto di Napoli.
L’uomo, di origine cipriota, le volte che è in città, sale qualche fermata dopo, scendendo
al ponte dei francesi, all’altezza del varco del porto di via Marina dei Gigli, nei pressi del Bar del Porto;
luogo frequentato da portuali, marinai e vecchi lupi di mare, che trascorrono lì la giornata raccontando, vantandosi esagerando troppo, le storie e le conquiste femminili di quando solcavano i mari imbarcati
su qualche nave.
Evridiky, questo è il nome dell’uomo, notato Silvio, che pareva volersi nascondere dagli sguardi degli altri passeggeri, mentre era seduto sul sediolino, facendosi più piccolo di quello è, gli si sedette accanto
chiedendogli come mai a quell’ora non fosse a scuola, nello stesso tempo si presentò tendendo la mano,
facendo un sorriso a voler rassicurare il ragazzo, il quale rispose al saluto.
Di ciò non si sa il perché, essendo che difficilmente dà a parlare e molte volte quando gli si rivolge
una domanda nega risposte, restando muto e chiuso in sé stesso.
Silvio, come quasi volersi liberare da un peso o semplicemente un volersi aprire, gli raccontò il perché
della sua non entrata scuola, rivelandogli che non era la prima volta.
Parlò di come trascorresse le giornate che non erano da scuola.
Il cipriota, che mastica bene l’italiano e parla oltre al turco, che è la sua lingua, l’inglese, con cui si esprime sulla nave con gli altri componenti dell’equipaggio e il portoghese, lingua del paese in cui vive, gli disse, come si stesse rivolgendo ad un amico che non vedeva da tempo, che ritorna dalla moglie e dai cinque figli circa tre volte l’anno e che ciò dipende dai tempi dei viaggi in mare e dagli scali da fare.
Ha una fattoria fuori dal centro della città agricola di Chimoio in Mozambico, luogo di origine e di residenza
da sempre della moglie Amachi; lì son nati e crescono i loro figli.
Per raggiungere casa, giunto al porto di Maputo, si trova ad intraprendere un viaggio di due giorni
tra autobus e treno, con gli ultimi cento chilometri da compiere chiedendo passaggi.
Gli parlò di quel paese lontano con tanto entusiasmo da affascinare Silvio, che si dimenticò per un po’
delle sue angosce.
Alla fermata del ponte dei francesi lo invitò a prende un gelato, arrivati al bar comprò due gelati,
cornetti Algida a whisky, dicendogli che quel gusto è per i veri uomini che sanno affrontare l’avversità
della vita.
Usciti dal locale si sedettero ad uno dei tavolini sullo spiazzale per consumare i coni.
Dopo qualche racconto e due chiacchiere Evridiky accompagnò alla fermata di ritorno Silvio
e prima che giungesse il tram gli promise che se non avesse fatto più assenze ingiustificate, la prossima volta che sarebbe tornato a Napoli, lo avrebbe portato a visitare nave.
Su un foglio gli scrisse l’indirizzo di casa dicendogli di scrivergli se ne avesse avuto piacere e nello stesso tempo si fece dare l’indirizzo per fargli sapere la data del nuovo scalo nella città partenopea.
All’arrivo del veicolo su rotaie, salutatosi, Silvio vi ci salì per far ritorno a casa mentre promise di non fare più assenze.

Ha quasi completato lo scritto, caldo e sudore permettendo, e stando sul pensiero su cosa scrivere
per riempire le ultime righe è preso di soprassalto nel trovarsi alle spalle la famiglia al completo.
Il padre ha tra le mani una lettera appena presa dalla cassetta della posta nell’androne del palazzo
destinata a lui: i familiari, notato che il destinatario è Silvio e che il mittente è un signore che scrive
dall’altro capo del mondo, incuriositi e meravigliati, hanno letto il contenuto prima di accedere
alla cabina dell’ascensore.
Il genitore la pone sulla base della scrivania e si accorge che il figlio è intento a scriverne una anche lui.
Su un foglietto nota il nome del destinatario e l’indirizzo che sono sulla busta da lui poggiata,
a quel punto legge il contenuto redatto dal figlio, dopodiché gli chiede spiegazioni insieme
al resto della famiglia, anche sul fatto che ha letto che Evridiky gli domanda se avesse fatto più assenze
a scuola; anche su ciò vogliono sapere.
I familiari si seggono l’uno di fianco all’altro su un lato del lettino, attendendo che Silvio inizi a dare
le spiegazioni richieste, il ragazzo con un magone e con il sudore ora freddo che lo percorre la schiena,
per la vicenda delle assenze ingiustificate, avvicinatosi a loro inizia a raccontare quello che è costretto
a subire a scuola, che poi non è diverso da ciò che subisce le volte in strada, con la differenza
che in strada capita un qualcosa di passeggero mentre a scuola è un qualcosa di costante,
perciò nell’anno scolastico ha iniziato a fare filone, anche se sa che è un qualcosa da non fare
per molteplici ragioni e che non è un qualcosa con cui si risolve il problema.
Parla di quella volta sul tram che Evridiky, vedendolo un po’ spaventato, gli si avvicinò chiedendogli
come mai non fosse a scuola, racconta di cosa avevano parlato sul tram, al bar e pure che l’uomo gli disse
di non fare più delle feste ingiustificate, anche perché, se non le avesse più fatte, al suo ritorno, gli avrebbe fatto visitare la nave.
Dopo cena Silvio ritorna nella cameretta per terminare la missiva prima di coricarsi, scrivendo che i familiari hanno scoperto delle sue non entrate a scuola, avendo letto la lettera e che quando verrà a Napoli
lo vorrebbero conoscere, invitandolo a pranzo.

Terminate le vacanze estive, Silvio, ha iniziato il nuovo anno scolastico in una nuova scuola,
trovandosi in una classe diversa, con docenti diversi che sa, come i primi, non è che possano far molto
in difesa del suo subire, e compagni diversi.
Nulla è cambiato: i bulli vi sono pur in quel nuovo contesto.
E’ ancora a vivere il suo dramma che assomiglia all’imperterrita nuvoletta di Fantozzi.
Ma sa che al meno alla fine delle ore scolastiche ritorna nell’accogliente casa
e in seno all’amorevole famiglia, dove di certo non sono a mancare i bacchi becchi ma di sicuro
è un porto sicuro ed accogliente, tutto ciò che probabilmente manca tra le mura di coloro che sfogano
la propria rabbia e le loro frustrazioni recondite sui più deboli e più sfortunati.
In uno dei giorni di ritorno da scuola trova sulla scrivania una lettera, questa volta sigillata,
inviatagli da Evridiky, oltre allo scritto gli ha inviato delle foto della sua casa, della famiglia
e della zona circostante, gli scrive che è da pochi giorni rientrato da un viaggio tra il Pacifico
e l’Oceano Indiano e che tra circa tre mesi si ritroverà di nuovo a partire e Napoli sarà uno degli scali
che la nave farà.
Lo esorta a scrivergli per dargli notizie e per poter ricevere il numero telefono, così quando sbarcherà
chiamerà per poi potersi rivedere.
Il ragazzo a cena porta la corrispondenza e le foto a tavola e prima di cenare, stando tutti riuniti,
la legge e fa vedere le fotografie a tutta la famiglia.

E’ un venerdì pomeriggio, è in cameretta a fare i compiti, il padre è al lavoro e il resto della famiglia
è distribuita in casa, quando dal corridoio sopraggiunge lo squillo del telefono, la madre, che sta in cucina
a stirare mentre guarda la televisione, si reca a rispondere, dall’altra parte della cornetta,
in un italiano con accento straniero, un signore chiede del fanciullo, presentandosi: è Evridiky.
La donna, dettogli di essere la madre del ragazzo, si mette a conversare per alcuni minuti,
al termine dei quali Silvio viene chiamato al telefono, lui e il cuoco marinaio si salutano, il cipriota gli chiede
se gli facesse piacere d’incontrarlo prima che riparta.
La genitrice, che è restata ad ascoltare, lo fa invitare la domenica a pranzo; lui e il padre andranno
verso le dieci, così avranno il tempo per visitare la nave, all’entrata del porto dove il cipriota
li attenderà.
Egli vive il sabato in attesa del dì di festa, trascorre la notte, che conduce al giorno domenicale, felicemente insonne, la mattina attende sveglio il padre che lo venga a chiamare e gli dica di alzarsi.
Giungono al varco accanto a cui Silvio nota Evridiky, lo indica al genitore, raggiuntolo
il ragazzo li presenta, i due uomini si stringono la mano e si mettono a parlare; il cuoco si rivolge a Silvio
e gli fa giurare, in tono scherzoso, che non è colpevole di altre assenze immotivate, lui glielo giura.
I tre accedono al porto, arrivano alla nave, vi ci salgono con il permesso del comandante,
conoscono il resto dell’equipaggio e fanno un giro, terminato sbarcano, escono dal porto,
raggiungono l’auto, vi ci salgono e si dirigono all’abitazione, in cui gli altri familiari sono in attesa incuriositi.
Trascorrono una bella domenica in torno al tavolo, tra pietanze, chiacchiere e racconti del cipriota,
nel tardi pomeriggio padre e figlio accompagnano l’ospite, che è stato fatto sentire come un componente della famiglia.
Al porto si salutano con la promessa di restare in contatto e di rivedersi la prossima volta che la nave farà scalo a Napoli.
E’ lunedì mattina, Silvio, chiusosi la porta di casa alle spalle, discende le scale come ogni volta,
esce dallo stabile e si dirige a scuola, nei pressi decide di non entrare, raggiunge la fermata del tram, prende la linea per il porto, nei pressi scende, va al varco del molo dov’è ormeggiato il mercantile, trova una scusa
per entrare, dicendo di avere un qualcosa da consegnare al cuoco, le guardie che lo riconoscono,
avendolo visto il giorno prima in compagnia del padre e dell’uomo, lo fanno passare,
raggiunge la nave, vi ci sale, ma in vece di andare dal cipriota, senza farsi scorgere da nessuno,
si nasconde tra le merci.
E’ l’imbrunire, la nave leva gli ormeggi e salpa mentre lui è restato sul ponte nascosto.
Passano le ore, ha timore, si pente del suo sconsiderato gesto, il mare, all’argo, s’ingrossa con il calare
della notte.
Tenta di ripararsi meglio che può, all’improvviso sopraggiunge il sonno, s’addormenta mentre lampi squarciano il cielo e tuoni annunciano pioggia.
All’improvviso, quando sembra tutto tranquillo, sente una voce durante il sonno, si sveglia di soprassalto, apre gli occhi e in quel momento gli viene una voglia di gridare, ma il grido gli resta in gola,
si riaccende la sofferenza perché vede e sente il padre, venuto accanto al lettino, che gli dice di alzarsi
e prepararsi per recarsi a scuola.
Era un sogno l’essersi imbarcato clandestinamente.

Vincenzo Patierno

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