Copertina racconti

Una valigia piena di parole

Quando le note de “La donna è mobile” mi svegliarono riportandomi dai sogni alla realtà, ero consapevole che erano le sette di mattina, di un lunedì ordinario e che fra meno di un’ora mi sarei seduta alla scrivania davanti al computer. Non prima però di aver ottemperato all’obbligo di obliterare il cartellino magnetico che, dopo tanti anni, era diventato un gesto automatico.

Per molto tempo, quando c’erano ancora le macchine per scrivere elettriche, le presenze erano scandite, alla maniera fantozziana, dal cartellino quello di cartone leggero, color grigio pallido, introdotto in un orologio attaccato ad una parete dove, le entrate e le uscite in blu, stavano a significare il rispetto dell’orario, il rosso un’anomalia che ha ossessionato un’intera generazione prima dell’avvento della tecnologia.

Sbrigati altrimenti timbro rosso”. Era una frase molto ricorrente.

Ero una delle tante impiegate di un ministero della pubblica amministrazione e, per le vicissitudini della vita, non avevo potuto realizzare il mio sogno: laurearmi in lettere e darmi all’insegnamento. Il babbo era morto all’improvviso e così avevo dovuto interrompere gli studi universitari cercando un lavoro.

Negli anni settanta era facile trovarlo, il boom economico imperava e la disoccupazione era una parola quasi sconosciuta, soprattutto nella mia regione, la Toscana.

Iniziai a fare concorsi rispolverando il diploma di ragioniera. Ne vinsi un paio e scelsi quello che mi sembrava il più adatto. Non ci misi molto a scoprire che fra un ente pubblico e un altro non c’era tanta differenza. Quando parlavo con la mia amica Emanuela, inserita anche lei nel settore pubblico, mi pareva di vedere un film già visto.

Essere impiegati in quei luoghi voleva dire maneggiare carte dalla mattina alla sera, rispettare le regole che la burocrazia imponeva e, raramente, l’iniziativa privata poteva essere espressa. Più stavi alle regole senza uscire dagli schemi meglio era, per il quieto vivere.

Anno dopo anno scorreva il tempo nel grigiore più assoluto di una vita lavorativa scontata; a voltarmi indietro, vedevo un passato piatto e monotono che spesso mi aveva portato a pensare di avere sbagliato tutto nella vita.

Me l’ero figurata tante volte la mia classe piena di studenti delle superiori che pendevano dalle mie labbra, i compiti da correggere a casa, la gioia di vedere, dal primo all’ultimo anno, i miei ragazzi arricchiti di quella cultura che ero riuscita a trasmettere.

Mi trovavo, invece, a sbrigare pratiche burocratiche che necessitavano di protocolli, visti e supervisioni. Il frenetico nulla che muove i ritmi delle aziende pubbliche. Per non impazzire, nel tempo libero, mi dedicavo alla cosa che più amavo: la scrittura.

Così, quando volevo sfogare i miei stati d’animo, mi mettevo a scrivere. Accadeva soprattutto di notte.

Tenevo un bloc-notes sul comodino e, quando certe frasi martellanti nella mente mi svegliavano, le annotavo. Era come se un suggeritore invisibile, al mio fianco, dettasse le parole.

In quei momenti mi sentivo leggera, era come se uscissi dal corpo e vedessi la scena dall’alto. Finita la magia del momento, spegnevo la luce e tornavo a dormire. Quando al mattino rileggevo le frasi, stentavo a credere che fossero uscite dalla mia penna.

Succedeva anche che m’ispirassi alla musica, quella che amavo tanto: la musica del Maestro Paolo Conte.

Diavolo rosso” mi faceva addirittura andare in estasi, in uno stato di grazia dove tutto evaporava, i pensieri fuggivano lontano e la mente leggera, traduceva le note in versi. Mi sembrava di galleggiare dentro a una bolla, in un mondo ovattato, lontano dalle miserie della vita.

In un triste giorno di Febbraio, la mamma morì, lasciandomi sola al mondo. Pensavo di non farcela a sopportare un dolore tanto atroce e anche in quella circostanza la scrittura mi venne in aiuto.

Quando finii di ascoltare un cd di Chopin, la pagina che avevo davanti mi rimandò una sublime poesia, un addio struggente e zeppo di amore per lei.

Di poesie ne avevo scritte tante. Le amavo tutte, perché ognuna mi ricordava un momento particolare della mia esistenza.

Un giorno, navigando su internet, mi sono imbattuta nel sito ufficiale dei concorsi letterari. Fui attratta da uno in particolare. Riguardava opere inedite per scrittori emergenti. Avevo un manoscritto nel cassetto che aspettava di vedere la luce: la mia triste storia di mobbizzata sul luogo di lavoro.

Decisi di partecipare, era gratuito, poche e semplici le regole da osservare.

Dopo qualche mese, era il 2013, una telefonata con inflessione dialettale del sud, comunicò che mi ero aggiudicata il Premio Cimitile per l’opera autobiografica “Dentro un vissuto. Fra mobbing e amore”.

Non scorderò mai la magia della serata di premiazione, quando sono salita sul palco nello scenario suggestivo della Basilica Paleocristiana di Cimitile. Il cielo era puntellato di una miriade di stelle e, in quel momento nei fissai una pensando proprio a chi, da poco, mi aveva lasciato. Mi si riempirono gli occhi di lacrime e il cuore di gioia.

Quando vedevo il libro esposto nelle librerie della mia città, ero piena di orgoglio ma anche di gratitudine nei confronti della vita che, nonostante le avversità, mi stava ripagando con tanti momenti di autentica felicità.

Il mio viaggio continua e, oltre a me stessa, mi porto sempre appresso una valigia piena di parole che, spesso, diventano Poesia.

Patrizia Socci

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