Una stranezza a New York

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Mi sveglio di soprassalto, il cuore a mille. I miei occhi sbarrati captano immediatamente la luce che entra dalla finestra a lato del letto. Il vento ha spostato leggermente la tenda oscurante e ora la stanza è sufficientemente illuminata da permettermi di riuscire a vedere l’orologio sulla mensola alla mia destra: le otto in punto. Sospiro, infastidita. Ogni mattina è sempre la stessa storia. Dovrebbero essere giorni in cui posso dormire beatamente fino a mezzogiorno, sentirmi rilassata e fare colazione all’ora di pranzo, invece, il mio corpo sembra avere intenzioni diverse. Intorno alle otto di ogni mattina, appena un raggio di sole mi investe il viso, vengo scossa da una tensione ingiustificata, come se fossi in ritardo per chissà quale appuntamento e non mi fosse suonata la sveglia in tempo: mi prende un’ansia che mi provoca un dolore fisico tale da costringermi a sollevarmi con i gomiti, guardare l’orologio, capire chi sono e cosa ci faccio nel letto e, infine, realizzare che è estate, ho preso una pausa del lavoro e sono un’idiota.

Appoggio di nuovo la testa sul cuscino, chiudendo gli occhi per proteggermi dall’importuna sveglia luminosa ma, in quella stanza silenziosa, ecco che iniziano ad entrare, furtivi e poi sempre più insistenti, i rumori della New York che si staglia imponente dietro le mie tende, come se dicesse no, non riuscirai mai a tenermi fuori con questi teli scuri. E in effetti è impossibile non dare attenzioni a questa città. New York è una donna affascinante e spavalda, una ragazza alta, con gambe lunghe e luccicanti, capelli lucenti che fluttuano nel vento e bocca dalla quale escono un’infinità di parole, per lo più sfuggevoli e indistinte; una giovane dalla quale non riesci a togliere gli occhi di dosso, e se lo fai, lei rimane lì a fissarti finchè tu, debole essere umano in confronto a lei, non sei costretto a rialzare lo sguardo e a perderti di nuovo nella sua grandezza. Vorrei essere New York.

Il sabato è un giorno pieno di vita: le strade si riempiono più del solito già la mattina presto e, quando ancora dovevo andare al laboratorio, era impossibile riuscire a raggiungere l’ingresso della metropolitana senza incappare in un gruppo di ragazzi con l’andamento rilassato, tipico di chi si gode la giornata libera da impegni se non quello di dover andare a fare colazione da Starbucks. Oggi anche io potrò avere quell’andamento, finalmente. Con un sospiro, scendo dal letto e scosto le tende per far entrare, stavolta con il mio consenso, la luce che illumina il cielo tanto azzurro da sembrare finto.

La mia estate è appena iniziata, più precisamente dal momento in cui il mio capo mi ha comunicato, senza tanti giri di parole, che al laboratorio, per ora, non ci sarebbe stato più bisogno di me. Avrei potuto prendermi una pausa, forse per un paio di settimane, forse per un mese, finchè non avessero trovato altro lavoro per me, magari in un altro dipartimento, o in un’altra città.

Guardo fuori dalla finestra. La vista da questa stanza al quarto dei venti piani di un palazzo sulla Fifth Avenue mi toglie sempre il fiato: il sole fa capolino da un palazzo di fronte a me, le cui vetrate immense riflettono la strada brulicante di persone e veicoli che si staglia poco più in basso. Ognuno va nella propria direzione verso chissà quale ufficio o negozio o appuntamento in questa calda giornata estiva. Non importa come sei vestito, se ti stai recando in un negozio di lusso nell’Upper Est Side o stai uscendo a gettare la spazzatura, se sei struccata e con una salvietta in testa o hai al guinzaglio un cane spelacchiato e insofferente da portare al parco. Nessuno ti noterà o farà giudizi su di te, la vita lì sotto va avanti senza curarsi troppo di come sei. New York non giudica, vuole solo essere vissuta. Non è forse quello che si aspettano tutti dalla propria città dei sogni?

Un rumore assordante mi costringe a distogliere lo sguardo che, da un pò, avevo posato su un ragazzo con lo zaino accanto alla vetrina del mio bar preferito. Aveva catturato la mia attenzione per il suo modo di fare, decisamente fuori luogo rispetto all’ambiente attorno a lui, quasi come fosse appena arrivato e il suo ritmo non combaciasse con quello di tutti gli abitanti di questa città. Si stava guardando in giro come se volesse capire da che parte dirigersi ma non ne fosse sicuro al cento per cento, un pò come era successo a me appena arrivata qui. Indossa una semplice maglietta bianca con scollo a barchetta, infilata in un paio di pantaloncini blu abbinati al suo zaino che porta con una disinvoltura tale da sembrare parte integrante della sua schiena. I suoi capelli scuri sono mossi del leggero vento che, a New York, non è mai un vento fresco ma, anzi, contribuisce a rendere ancora più insopportabile il calore dell’asfalto sotto ai piedi. Il volto del ragazzo subisce una leggera modifica nell’espressione nel momento in cui, come me, avverte il rumore in lontananza e, per un attimo, il ritmo del suo corpo si uniforma finalmente a quello dei passanti attorno a lui, compresa me stessa che guardo dall’alto. Sobbalziamo tutti e ci voltiamo verso la fonte del trambusto proveniente dalla mia destra. Trattengo il fiato alla vista della scena sotto di me.

Dal lato della strada opposto al mio palazzo, un veicolo giallo che, probabilmente, stava per immettersi sulla via principale, ha la parte anteriore schiacciata contro il muretto del portabiciclette di fronte al negozio di alimentari all’angolo e la scritta “taxi” lampeggia furiosamente. Tutto intorno pezzi di vetro luccinano colpiti dalla luce del sole e, accanto ai frammenti, segni neri di pneumatico disegnano un’ampia curva che termina sul lato opposto della strada, il mio, dove un’utilitaria grigia con un lato completamente sfasciato blocca l’entrata di un piccolo vicolo scuro che dalla mia posizione è a malapena visibile. L’auto ondeggia leggermente come se fosse appena rimbalzata contro la parete e il cofano rivolto verso di me si è leggermente sollevato. I miei occhi si posano prima sul vetro infranto del taxi e tra le increspature noto la testa di uomo, o di donna, non è chiaro, appoggiata al volante, immobile; poi seguo la linea nera disegnata in terra e, d’un tratto, la mia attenzione viene catturata da un movimento improvviso nell’angolo in basso a destra. Premo di più la guancia contro la finestra e noto la portiera ammaccata dell’utilitaria grigia aprirsi e cadere, ormai scardinata, con il rumore di una pezzo di ferro gettato in discarica. Mi scappa un piccolo gemito nel momento in cui, dall’autovettura, spunta timidamente una mano, poi un braccio, finché il veicolo non partorisce un corpo nero e pesante di un uomo ferito che si accascia a terra, tenendosi una mano sul petto. D’istinto colpisco il vetro con il palmo e mi protendo ancora di più in avanti come se volessi teletrasportarmi lì, accanto a quell’uomo sofferente per dirgli che l’ho visto, che i soccorsi stanno arrivando, quando invece, più veloce di me, ad arrivare è un’altra persona. Con la coda dell’occhio un altro movimento mi porta a spostare lo sguardo verso una figura che da sinistra ha iniziato a correre e si sta dirigendo proprio verso il ferito che, al momento, solo io credevo di avere notato. Per via della posizione che la macchina aveva assunto, infatti, sarebbe stato difficile che qualcuno prestasse attenzione a cosa succedeva da questo lato della strada, all’entrata del vicolo. Come posso notare, tutti sono scossi dall’accaduto e sembrano sconvolti alla vista del volto coperto di sangue dell’autista del taxi, palesemente in gravi condizioni, circondato da detriti e sotto lo sguardo di tutti. A quanto pare, nonostante la mia posizione privilegiata, non sono l’unica ad essermi accorta di quel movimento di portiera. In un attimo, una maglietta bianca copre la mia visuale sul ferito e, solo dopo qualche istante, realizzo che, chino sull’uomo sanguinante, c’è lo stesso ragazzo che, poco prima, stavo scrutando minuziosamente con grande interesse. Nonostante il respiro affannoso dovuto allo scatto fulmineo che ha fatto, le sua mani si posano prima sul collo dell’infortunato, poi sul suo polso e ne tastano il corpo come per assicurarsi che non si sia danneggiata nessuna parte vitale. Forse è un medico, penso. Nel momento in cui sta per togliere le due dita da sotto il mento dell’uomo a terra, questi compie un improvviso gesto, quasi disperato. Lo vedo afferrare il braccio del ragazzo che, tra un respiro profondo e l’altro, era passato a controllare che non ci fosse la presenza di alcun corpo estraneo conficcato nel torace. Con sollievo, noto che il ferito è in grado di parlare in quanto, ora, sta tentando di dire qualcosa al ragazzo, spingendolo verso di sé per avvicinare le sue orecchie alla propria bocca. Tutto ciò accade così rapidamente che mi sembra di essere ancora nel letto, addormentata, e di stare facendo uno di quei sogni privi di significato che la mattina dopo si fatica a raccontare a parole, nessuno riuscirebbe a capire il senso del racconto senza aver visto in prima persona la scena come è avvenuta esattamente nel sogno.

Così, dopo che l’uomo lascia andare la presa attorno al braccio del suo soccorritore, questi alza lo sguardo al di là del veicolo ammaccato che lo nasconde dalla folla e si guarda intorno. Muove la testa a scatti, prima sinistra poi a destra, ripetutamente, ma non come gli avevo visto fare poco prima, quando aveva un’aria spaesata e provava ad orientarsi. No, questa volta lo fa con aria di circospezione, come se volesse avere una completa visuale di ciò che sta accadendo attorno a lui, come se desiderasse essere proprio qui, al mio posto, dove posso vedere i movimenti di ognuno dei presenti. Poi abbassa ancora lo sguardo sul corpo dell’uomo disteso che ormai sembra avere esaurito tutte le forze dopo quel gesto disperato. Mi sento terribilmente impotente, l’intera situazione sfugge al mio controllo, non posso fare nulla. Non posso fare in modo che l’ambulanza arrivi subito, non posso verificare che l’autista del taxi dall’altra parte della strada sia ancora vivo, né posso aiutare quel pover uomo nascosto dal mondo dietro quella utilitaria sfasciata. Il ragazzo laggiù sembra provare tutto questo nel mio stesso istante, ora il suo respiro è diventato regolare, non ansima più, sembra aver ritrovato la sicurezza e così, improvvisamente, si alza, afferra le caviglie dell’uomo e inizia a trascinarlo.

Non capisco. Sbatto le palpebre due volte. La mia mente inizia ad arrovellarsi cercando di trovare una spiegazione a questo gesto insolito e del tutto inaspettato. Lo starà spostando per metterlo in salvo, mi dico, anche se, dagli innumerevoli corsi di primo soccorso che ho dovuto frequentare nella mia vita, so per certo che un ferito non va mai spostato dal punto in cui si trova per evitare ulteriori complicazioni o danni al suo corpo contuso. Forse lo trascina via dall’auto perchè crede che l’utilitaria possa prendere fuoco. Alzo gli occhi per un attimo da quella vista inverosimile per posare lo sguardo sui presenti in strada. Alcuni sono immobilizzati e si tengono le mani sulla bocca con un’espressione allucinata in volto, altri si guardano a vicenda cercando riparo nello sguardo incredulo di chi, come loro, ha assistito alla scena e non ha la minima idea di come rendersi utile di fronte a tale disgrazia. Visti dall’alto, sembra che qualcuno abbia appena lanciato con forza una palla da bowling rompendo la schiera dei birilli, lanciandone pezzi qua e là, ammaccandone alcuni, mentre i rimanenti che si sono dispersi fissano increduli i loro compagni, distrutti, rimanendo in piedi a guardare la scena senza riuscire a realizzare davvero ciò che è appena accaduto. Nel frattempo, all’oscuro di ognuno di loro, proprio quattro piani sotto il mio appartamento, la scena è completamente diversa. Non appena riporto la mia attenzione su quest’ultima, vedo la testa dell’uomo ferito scomparire nel vicolo in corrispondenza del quale si era schiantata la macchina e, con lui, anche il misterioso ragazzo.

“Ma cos…?”

Sento in lontananza il suono delle sirene della polizia, o dell’ambulanza, o probabilmente di entrambe, che si fa sempre più intenso, finché le autovetture rispettive non entrano nel mio campo visivo. C’è la polizia, ben tre macchine, e un’ambulanza con i soccorritori che si precipitano fuori dal furgoncino, già pronti ad intervenire. In tutto ciò, il ragazzo misterioso non c’è più e con lui è scomparso pure l’uomo dell’utilitaria. Eppure io sembro l’unica che si è accorta di questo avvenimento.

“Ma non è possibile!”

Non riesco a trattenermi. Afferro le ciabatte accanto al letto, le chiavi della porta e mi precipito giù dalle scale per prendere parte a quel fatto strano che si è appena consumato sotto la finestra del mio appartamento.

Elena Beretta

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