Una bellissima Pulcinella

In un attimo mi girai di nuovo: lei era ancora lì, con il suo abitino corto e nero nella notte senza luna, visibile solo grazie ai fari della mia automobile.

Visibile a me, a me solo.

“Ciao” le avevo detto qualche ora prima, dalla panchina dove mi stavo auto commiserando. Non mi aveva risposto, persa com’era in chissà quali pensieri, con un sorriso triste, lo sguardo assorto e una lacrima, resa nera dal rimmel, che le cadeva sghemba dall’occhio destro. Era come se indossasse una maschera di Pulcinella. Bellissima, però, una bellissima Pulcinella.

La camminata un po’ traballante mi fece sorridere: era il risultato di un tacco dodici che, miseramente, cercava solidità in un acciottolato infido. Con classe, accortasi del mio sguardo divertito, chiese e ottenne dalle sue anche quel movimento, appunto, ancheggiante, che avrebbe fatto impallidire Eros, figurarsi me!

Non poteva durare: “TAC” disse il tacco, incastrato come si trovò tra due sassi che fecero la loro porca figura. Vidi lei cercare di tenersi in piedi con disperazione, il tutto quasi al rallentatore.

Ricordo ora la scena come fosse un film, la smorfia del viso che voleva dire “ho paura”, le braccia nude che arrancavano nell’aria a cercare un appiglio, il tacco ancora sano che cercava di mantenersi tale ma che dovette accettare il suo destino con un TAC ancora più forte. E io? D’istinto, senza pensarci neanche un attimo, (ma quant’è lungo un attimo al rallentatore?) mi protesi verso di lei, anzi, tra lei e i dolorosissimi sassolini, qualcuno pure aguzzo, che le facevano da triste bersaglio. Il risultato fu raggiunto, lei cadde su di me, e il mio sedere martoriato mi giurò che me l’avrebbe fatta pagare cara!

Un lungo istante (sì, ma quant’è corto un istante a velocità normale?) di noi abbracciati stretti come in un ballo lento, appena un po’ più stretti di quanto sarebbe stato lecito. Un istinto primordiale di protezione (se se… “un istinto primordiale”… che furbacchione!) allungò di molto la faccenda, fino a costringere lei a cercare di divincolarsi, forse in preda a un piccolo shock o, sempre forse, disillusa sul “senza secondi fini” dell’animo umano.

Ormai entrambi in piedi, cercai di sorreggerla ancora, con lei che mi diceva che andava tutto bene, che mi ringraziava, che se non le toglievo immediatamente le mani di dosso mi avrebbe cavato gli occhi! Mamma mia, che femmina!

Le tolsi le mani di dosso (vigliacco!) e lei, malferma sulle gambe, fu costretta ad aggrapparsi a me. Ci ritrovammo a guardarci occhi negli occhi per un lunghissimo (finalmente!) istante. Le tolsi con delicatezza quella lacrima nera dal viso, la rassicurai con dolcezza che non l’avrei abbandonata lì e la sostenni fino ad accompagnarla verso la mia auto. “Ti accompagno dovunque tu debba andare” le dissi. Non le chiesi il nome e non le dissi il mio, mi disse solo dove dovevo portarla, e nient’altro. Di una cosa mi resi conto immediatamente: nell’aria c’era un qualcosa di strano e di superbo, sembrava che ci conoscessimo da sempre, c’era quel pulsare del cuore tipico, quell’angoscia sottile che prende allo stomaco, c’era voglia, una immensa voglia, di amore e, soprattutto, di dimenticare.

Arrivati a casa di lei, scesi, le aprii la portiera dell’auto e le porsi la mano per aiutarla; si tolse quelle ormai inutili scarpe, scese, mi sorprese con un bacio sulla guancia seguito dai rituali ringraziamenti e si incamminò, da sola.

Mi voltai per rientrare in auto, deluso senza neanche sapere cosa realmente avrei desiderato accadesse.

Il suono della sua voce mi sorprese: “Ehi” mi disse “Aspetta, non so neanche come ti chiami!”

In un attimo mi girai di nuovo, la guardai illuminata dai fari, lei era ancora lì, con il suo abitino corto e nero nella notte senza luna, visibile solo grazie ai fari della mia automobile.

Visibile a me, a me solo.

Le gambe di entrambi si mossero, quasi inciampai per andarle incontro così come lei stava facendo a piedi scalzi verso di me. Ci fermammo l’uno di fronte all’altra, divorando gli occhi con lo sguardo, con le braccia che si mossero senza aver avuto l’ordine di farlo e con quell’abbraccio che potrei definire come l’incontro dei nostri corpi e delle nostre anime in cerca dell’assoluto.

Sono passati due giorni e ormai conosciamo, oltre al resto, anche i nostri nomi. Il suo è Chiara: bello, ma per me resterà sempre la mia bellissima Pulcinella.

Claudio Mattiello