Un insolito incontro

4.1
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Pioveva ormai da giorni. Una pioggerellina fitta che penetrava fin dentro le ossa e oltre. A fare cosa, ciascuno lo sapeva e lo teneva per sé. 
Teresa, raggomitolata sul sedile posteriore nel suo impermeabile grondante, guardava la città dal finestrino del taxi che la portava alla stazione.

Infinite tonalità di grigio rubavano colore al mondo. Rivoli d’acqua sporca trascinavano cicche, cartacce e altre scorie, segni dell’incuria umana abbandonati lungo i bordi della strada e mescolati alle foglie morte degli ippocastani.

Il traffico del venerdì sera sembrava impazzito, come se alla guida ci fossero alieni privi di ogni cognizione delle regole stradali.

Dopo l’ennesima sosta forzata aveva spostato lo sguardo sull’orologio: il suo treno sarebbe partito venti minuti dopo, quasi certamente senza di lei. Il distacco con cui osservava fuori fino a un secondo prima aveva lasciato il posto all’ansia e al disappunto.

 
-Siamo terribilmente in ritardo- disse al tassista, sporgendosi tra i sedili anteriori verso l’uomo che sembrava accettare con rassegnazione il caos bagnato che li circondava.

-Ce la faremo ad arrivare in stazione per le 19.30? –


L’uomo si girò lentamente verso di lei, le puntò due occhi stanchi negli occhi e le mostrò i solchi lasciati dagli affanni di una vita tirata avanti col fiato corto. Solchi coperti ma non nascosti dalla barba brizzolata degli ultimi due giorni, sicuramente avari di tempo e di voglia di prendersi cura del proprio aspetto.


-Non serve a niente essere impazienti, signora. Se l’ingorgo si sbloccasse in questo momento e se non ci fossero in seguito altri intoppi potremmo arrivare in stazione in dieci minuti, e lei non perderebbe il treno. Ma è evidente che al momento non posso darle certezze. Qui, per ora, è tutto fermo e chissà quando ci rimetteremo in moto. Forse c’è stato un incidente all’incrocio con via Fellini. Vede laggiù, in fondo al viale? …ci sono luci intermittenti. Credo di un’ambulanza. E anche della polizia-


Teresa si lasciò andare all’indietro, sconfitta dalla logica ineccepibile del tassista e dalla stanchezza. Chiuse gli occhi e cercò di liberarsi dall’ansia e dai pensieri che si affollavano nella mente in successione caotica.
Cercava da qualche tempo di riprodurre nella sua testa l’ordine del desktop: cartelle separate per lavoro, famiglia, amore, amici, tempo libero, ecc… ma non le riusciva: se qualcosa non andava per il verso giusto tutta la sua vita si scombinava. I file migravano magicamente fuori dagli archivi e passavano nel rumine della mente che triturava tutto, impastava, setacciava, vagliava severamente e spesso scioglieva in umori acidi roba buona insieme a cose da eliminare. 


Il ticchettio della pioggia sui vetri la trascinò a un passo dal sonno. Forse ci finì dentro, per quanto tempo non lo seppe mai. 
Il volto diafano e disfatto della ragazzina che le sedeva accanto la fece sobbalzare di scatto. Era scivolata in un sonno davvero profondo, se non aveva sentito la portiera aprirsi e chiudersi, quando era entrata.
-Che ci fai qui, perché sei entrata? Non hai visto che il taxi era già occupato? –
-Avevo freddo e tutta quella gente intorno mi faceva paura. Uomini sconosciuti mi stavano mettendo le mani addosso, senza parlarmi, senza chiedermi nulla, guardandomi come si guarda una cosa, senza cercare gli occhi, senza un sorriso. Sono scappata. Lontano. E sono entrata nel primo posto che emanava un po’ di energia buona e di calore-


-Qualcuno ha tentato di farti del male? Ti accompagno in ospedale se vuoi o dai carabinieri per fare una denuncia. Hai un cellulare? Dobbiamo avvisare i tuoi genitori, non sei di certo maggiorenne, quanti anni hai? –


– Quindici. E mi chiamo Agnese. Stavo andando in palestra col motorino. E adesso chi glielo dice a mia madre? Come si fa a dirle quello che è successo? Lei mi aveva quasi supplicato di non prendere il motorino con questa pioggia, di restare a casa a leggere o a fare qualche esercizio di matematica, visto che l’anno scorso ho chiuso con un debito che devo ancora recuperare. Io invece le ho urlato in faccia che è la solita rompiballe e che la matematica può aspettare. Gigi, invece, no. In palestra ci andrei anche col terremoto da quando Gigi si allena con me. Ma quest’ultima cosa non gliel’ho detta. Lei di Gigi non sa niente, è un mio segreto.

Bellissimo, biondo e con gli occhi azzurri. Sa come sono i laghi alpini nei giorni di maggio? Ecco, azzurri così-


-Finalmente ci muoviamo, signora. Con un po’ di fortuna potrà prendere il treno-

La voce del tassista l’aveva svegliata di colpo. Sentiva il battito accelerato e una strana sensazione sotto la pelle, come se avesse ripreso contatto con la vita dopo aver attraversato un altrove che non sapeva definire. Il sedile accanto a lei era vuoto. Agnese se n’era andata, silenziosamente come quando era entrata. 


Passarono dall’incrocio di via Fellini, ormai quasi del tutto libero, mentre qualcuno stava rimuovendo l’ultimo mezzo coinvolto nell’incidente di qualche minuto prima: un motorino rosso orrendamente accartocciato. 
– Chi mi ha parlato di un motorino, oggi? – si chiese Teresa mentre cercava posto tra gli scompartimenti affollati, un minuto prima della partenza.
-Ma sì, è stata Agnese, la pallida e scarmigliata ragazzina del taxi, poco fa. Ma è stato davvero poco fa? Oggi sento il tempo in modo strano e il ricordo di quel che è successo è molto confuso, come di un evento lontano.

Non sono nemmeno sicura che sia accaduto davvero. Forse l’ho solo sognato. Mi sono addormentata mentre eravamo fermi a causa dell’incidente, questo è sicuro. Che brutta sensazione. C’è qualcosa di sospeso che non so spiegarmi. Qualcosa che voglio rimuovere, dimenticare al più presto –


Il giorno successivo c’era un sole splendente e un venticello fresco, di quelli che fanno pulita l’aria e sollevano in una danza armoniosa i capelli e le gonne delle ragazze in bicicletta.
Seduta al tavolino del bar sotto casa, nella luce inaspettata di quel sabato mattina, Teresa si concedeva una buona colazione e sfogliava i giornali.


Il ricordo dell’insolito incontro della sera precedente riaffiorò all’improvviso, quando il suo sguardo cadde sulla pagina della cronaca cittadina. E fu come un pugno nello stomaco.

Sbarrò gli occhi in un attimo di puro terrore sulla foto dell’incrocio di via Fellini e sul breve comunicato: “Agnese Rosselli, figlia quindicenne del noto avvocato Walter Rosselli, ha perso la vita nella serata di ieri mentre in motorino si recava in palestra, in uno scontro violento con un’auto. Sono ancora in corso accertamenti sulla dinamica dell’incidente. L’intera città si stringe intorno alla famiglia nel dolore di questo tragico momento.”
Teresa non aveva mai creduto ai fantasmi. 
E allora cos’era successo, la sera prima, in quel taxi?

Rosa I. Morea

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