Supernovae

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C’è un profumo di mimosa nell’aria fortissimo e ricordo di aver visto in giardino l’albero fiorito.

Quando verrai a trovarmi, se riesco a camminare, mi accompagni fino a lì? Oppure, per non affaticarmi, ci spostiamo con la mia carrozzina e cogliamo insieme la prima fioritura. Se c’è una bellezza in questo luogo, io la trovo nel giardino in primavera, quando un’assistente che riconosco sempre mi porta sottobraccio a sentire i primi profumi delle piantine: la menta, il basilico, le prime rose.

Mi piace la sua risata quando le dedico lo scioglilingua dei tacchi, “Ti ca ta tàcat i tacch, tacum i tacch.Mi tàcat i tò tacch a ti ca ta tàcat i tacch? Tàcatai tì i tò tacch ti ca ta tàcat i tacch.”

Come ride! Poi mi abbraccia forte e mi sussurra “Ti voglio bene!”e ricomincia a ridere. Quanta energia sento in lei!

Mi ricorda te quando festante mi dicevi “Zia zia… parla nella tua lingua che voglio imparare!”

Ma questo era prima, quando vedevo le persone ridere senza maschere. Prima, quando arrivavi a prendermi e dicevi alle assistenti: “La zia viene con me tutta la giornata e rientrerà stasera”. Oddio… cercavo di rimanere impassibile, ma, credimi, mi sentivo in vacanza. E che gioia quando andavamo insieme a fare le nostre commissioni! Finivano sempre in quel negozio, dove mi chiedevi puntualmente: “ Cosa ti manca zia? Prendi un pantalone comodo dai! E i calzini? Ti stringono ancora, prova questi!”

Risento il suono della fisarmonica. Mi giro, guardo intorno a me, ma non vedo nessuno suonare.

In questi giorni ho come l’impressione di essere al carnevale stradellino. Sono tutti mascherati e vestiti con strane divise, ma senza nessuna festa .

Ne ho chiesto il motivo e mi rispondono: “Per sicurezza”.

Ho chiesto anche perché tu cara nipote non sei venuta a trovarmi e la risposta è la stessa :“Per sicurezza. I mascar ad la scua.

Nessuno riesce a spiegarmi bene di quale sicurezza si tratti, o forse sono io che non riesco a capire più i loro discorsi. Con quelle mascherine poi non riesco a leggere il labiale e molte volte non capisco cosa succede, né riesco a far capire cosa voglio o come mi sento.

Nella struttura dove risiedo le persone sono prevalentemente con demenza, e io, nonostante sia ancora lucida, non mi sento diversa da loro. Il diabete sembra sotto controllo, ma a volte i miei malesseri aumentano. Mi sono anche abituata ai comportamenti che definisco speciali e cerco di stabilire contatti, ascolto ricordi. Molte volte mi irrita chi di continuo fa richiesta di andare in bagno, altre invece mi fermo ad ascoltare gli sfoghi, i malcontenti.

Da quando sono in carrozzina, però, se mi lasciano in pace è meglio.

Le assistenti che mi conoscono da tempo mi esortano ad allenare la mente, a parlare durante le attività, a reagire, ma non sempre le ascolto. Forse la mia unica patologia è la solitudine, che ho scelto come compagna. La mia chiusura è una sorta di rifugio e la mia riservatezza preserva da indesiderati sforzi di carattere sociale.

Ti attendo, questo sì. Chiedo di te e mi intristisco.

Alcuni operatori sono così preoccupati della nostra salute fisica che non si connettono a ciò che proviamo interiormente, altri invece lo fanno, ma sono sempre più impegnati a mantenere l’equilibrio in loro stessi.

Ci definiscono “ospiti”, eppure abiteremo qui gli ultimi anni della nostra vita, sarà la nostra ultima casa; uno spazio fisico che ci accomuna e nello stesso tempo ci separa.

Per sicurezza distanti, carezze di guanti colorati, scivolosi e senza odore.

Per sicurezza niente abbracci e bacini, le labbra scomparse e nascoste.

Per sicurezza meglio rimanere a riposare soli in camera. Non ti ho mai chiesto di portarmi una radio.

Per sicurezza… ma forse non hanno capito che alla mia età l’unica sicurezza possibile è rivederti e ritrovare la familiarità delle mie abitudini.

Mi sento capovolta. Ondeggio, oscillo e mi addormento sulla carrozzina, poi mi ritrovo a letto e spero che mi cambino presto posizione. Il diabete comincia a fare danni, la vecchiaia li ha già fatti.

Ieri, dopo pranzo, eravamo pochi in sala comune e ho ascoltato notizie che, se non avessi già vissuto una guerra, mi avrebbero fatto preoccupare. Una malattia è arrivata all’improvviso e la gente reagisce in strano modo: chi assalta i supermercati, chi si barrica in casa, chi se la prende con gli stranieri e chi addirittura dice che la selezione naturale farà il suo corso. Per dirla semplice, chi è anziana come me può anche morire.

Ovunque misure di sicurezza, tutti fermi dove si trovano come quando giocavamo a Uno due tre stella! Ma lasciamelo dire piccola mia, l’insicurezza regna sovrana e comincio ad agitarmi anch’io. Ascolto il mio stesso urlo che ripeto continuamente, a volte piano e a volte più forte e mi sembra di chiamare il tuo nome, ma non sono sicura.

Oggi per provare a calmarmi ti hanno chiamata per telefono. Per un attimo mi sono tranquillizzata e ho goduto del suono della tua voce, ma la sentivo a tratti tremante e preoccupata.

Mi ripetevi di stare tranquilla e di prendere la terapia per il diabete che il medico mi ha cambiato. Avrei voluto dirti che ho male a un ginocchio, ma ho ricominciato a urlare e hanno interrotto la telefonata.

Al dolce suono della Fisarmonica di Stradella tu mi sembri ancora più bella… la cantavamo insieme quando venivi con tua madre e io ti facevo trovare dei regalini. Sei stata la figlia che non ho mai avuto e il sostegno dopo la morte di tuo zio, che ho sposato trasferendomi giovane in Toscana.

Ti ho mai raccontato che mio nonno era artigiano a Stradella vicino a Pavia?

Da piccola mi incantavo a guardarlo lavorare nella sua bottega. Guardavo le sue mani mentre lavoravano il legno e accordavano suoni, e intanto mi raccontava di quando aveva incontrato da giovanissimo Einstein.

So che può sembrarti incredibile, ma ha conosciuto davvero il famoso scienziato. Lo aspettava d’estate insieme ad altri ragazzi davanti all’officina elettrotecnica al Naviglio per andare a fare le corse in bicicletta e insisteva sul fatto che, ogni volta, finivano a fare il bagno nel Ticino.

Comunque ho il sospetto che fosse un modo per convincermi a fare pace con l’acqua, forse perché il suo racconto finiva sempre con: “Prima o poi ti insegnerò a nuotare”.

Lo sai, fin da piccola non riesco a immergermi in grandi spazi d’acqua. Anche quando andavamo al mare e tu volevi tuffarti, non ho mai ceduto alle tue suppliche.

Ti avranno sicuramente informato che da quando necessito di aiuto per l’igiene personale, appena arriva il momento del bagno la mia reazione è sempre la stessa: mi arrabbio, urlo. Appena mi immergono nell’acqua è più forte di me, mi irrigidisco.

Sento le moto che si preparano per la gara di domani, ma domani è lunedì… non dovevamo andare alle Fonti? Lui partecipa di sicuro. Ho deciso, domani gli concedo un bacio.

Oggi guardavo la messa in televisione. Ho notato che non c’è stato lo scambio della pace e mi sono osservata le mani: mi sembrava di tenere in grembo il pacchetto di dolci che mi comprava il nonno quando da piccola, dopo la funzione, mi portava in pasticceria. Che gioia quei momenti!

Guardo le mie mani e ricordo le sue mani, mani da artigiano che ha alzato e posato sul mio capo per benedirmi quando avevo 6 anni.

Diabete o no, la domenica quando mangio il dolce ripenso a lui e mi sento coccolata.

A volte non ritrovo volti familiari intorno a me; riconosco solo poche voci, qualche infermiera dal modo con cui mi fa le iniezioni o mi mette le flebo. Le suore solo perché portano il velo.

C’è tanta confusione e vedo che prima di entrare, sulla porta si vestono ancora di più, con quella visiera strana che mi fa pensare agli astronauti e a quanto mi facevano paura anche da grandicella. Non li riconosco. Alcuni hanno mani gentili ma occhi tristi e le voci spesso sono sommesse, di certo stanche.

Vorrei scriverti, ma non ce la faccio. Non riesco a far uscire parole dalla mia bocca per dettarle, le ripeto nella mia mente, in un monologo interiore, in uno sforzo di soliloquio di parole mute o forse le dico ad alta voce perché in alcuni momenti da altre camere mi urlano di stare zitta.

Mi chiedono se ho dolore ma non riesco a spiegare dove.

In questi giorni la mia salute è peggiorata, si sono aggiunti nuovi malesseri e mi sembra di essere in prigione. Sono chiusa in camera mia e mi rifiuto di mangiare.

Vorrei poterti dire di non vivere sempre preoccupata, di impiegare l’energia per ciò che conta veramente. Spesso quando venivi a trovarmi, notavo la tua stanchezza e mi dicevi che avresti voluto fare un viaggio da tempo, ma lo rimandi sempre. Nipote mia , non rimandare più. Devi dare retta al tuo cuore, a quelle emozioni che ti vedo reprimere e soffocare, fino quasi a spegnerti. Io che mi sto spegnendo posso dirtelo: Vivi! Assapora ogni cosa che senti di voler assaporare. L’attimo presente, la carezza data e ricevuta, gli abbracci, la passeggiata, l’alba e il tramonto, un bel bicchiere di acqua fresca. Ah, come vorrei riuscire ad ingoiare.

Cerca di godere il tempo da passare con i tuoi nipoti. Forse io non l’ho fatto abbastanza con te, ma ho sempre avuto un carattere riservato. Mi definiscono affettuosa, ma a volte scambiano la mia dolce remissività per qualcos’altro.

Che ne sanno loro della mia vita?

Se io sono le mie scelte, come possono comprendere chi sono veramente?

Forse avrei dovuto parlare di più dei miei vissuti, ma durante le attività veniamo sempre interrotti dagli altri e allora diventa difficile raccontare. Hai ragione tu, io per aprirmi devo trovare la persona giusta.

Voglio fare l’ultima foto sotto la Torre Civica prima di partire. Mi mancheranno Stradella, Pavia, la mia terra…la nonna ha gli occhi lucidi, ma sorride. Oggi mi sposo.

Ricordo quanto fosti contrariata quando ti accennai di voler visitare qualche struttura.

Io ero consapevole dell’impegno che comportava per te prestare assistenza ai tuoi suoceri; non volevi proprio sentirne parlare. Eri furiosa.

Ma convenimmo infine l’importanza di poter scegliere da vecchi dove voler stare.

Trovare un luogo tranquillo e raccolto, con poche persone. Una struttura che prima di accoglierti chiede una tua biografia, che vuole davvero conoscere TE.

Immagina che ti chiedano quali sono i tuoi desideri, i sogni, che vita hai trascorso, i ricordi belli e quelli brutti; un luogo dove ti lasciano essere te stessa, dove puoi avere in camera i tuoi amati quadri e la tua tazza preferita, dove scegli il tuo profumo preferito e la crema per il viso alla quale sei affezionata, dove puoi ascoltare la tua musica del cuore e andare al cinema o a teatro; dove non sono esclusi gli animali che hai tanto amato, dove se desideri fare la doccia anche più volte la settimana, sei libera di farla o no, dove se la mattina vuoi dormire un pochino di più dormi.

Un luogo che non rappresenti l’anticamera della morte, la fine di un viaggio, l’attesa malinconica delle stagioni, ma uno spazio che stimoli ad utilizzare, potenziare l’energia al futuro, perché ci attende un compimento ma non di vuoti, un compimento di pienezza. Forse non mi sto spegnendo. Mi preparo solamente a trasferire la mia energia vitale altrove e questa struttura dovrebbe aiutarmi a incanalarla, non trovi?

Tu lo farai vero? Sceglierai per te stessa il luogo adatto come hai fatto con me?

Non assomigliare a me, però, con quel carattere accondiscendente. Ribellati se non sei in accordo quando ti cambiano di stanza o non ti accompagnano per la passeggiata che senti il bisogno di fare; non subire la compagnia di chi ti mettono accanto, fai sentire il disappunto.

Promettimi che ci penserai quando arriverà il momento.

Devi volerti bene.

Ti immagino nella tua casa adesso, spero tanto che tu la possa abitare davvero. Vivila, non pulirla come un dovere, apprezzala più che puoi, con tutta te stessa. Apri le finestre a primavera, adornala come un giardino, accendi le luci e scaldala d’inverno, rendila un nido accogliente di calore e affetti, restituiscile dignità attraversando con lei gioie e dolori.

Ora penso molto di più alla mia di casa di un tempo. Nella mia mente si fanno strada le parole che ripeteva il nonno, mi fanno tanta compagnia e vorrei potertele donare così come sono state donate a lui in una lettera dal suo amico Albert: “Tutto è energia e questo è tutto quello che esiste. Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà”.

È incredibile che, in questa sensazione indistinta ma potente, in questo letto vicino alla finestra, il ricordo della mia casa stia svanendo e il mio respiro esca con fatica. E mi chiedo: C’è ancora vita in me? Questo sangue che ancora pulsa e scorre è la mia linfa vitale?

Di quale energia adesso ho bisogno?

Oh cara, cara… spero ti siano andati via quei mal di testa fastidiosi. Anch’io sai li avevo alla tua età, a t’se propri un barlafus.

Sovente mi arriva un odore familiare e mi sembra di essere vicino al forno a Pavia quando aspettavo la cottura del miccone. La nonna mi diceva sempre che era più buono il giorno dopo, ma io lo preferivo appena sfornato. È un profumo che mi porta come un rasserenamento, un ritornare indietro che mi fa sentire bene. Quando l’odore scompare, mi accorgo nuovamente di urlare e mi spavento.

Non riesco a ricordare che giorno è, non sento se ho voglia di fare pipì quando mi girano per cambiarmi. Vorrei chiedergli di te, ma sono troppo stanca. Finalmente ho capito come si chiama: Corona. Che nome singolare per un virus, non mi si addice…io che voglio sempre passare inosservata.

Forse mi ha scelto per la selezione naturale, forse il diabete gli ha indicato la strada, oppure sono io che attiro malattie soggette a mutamenti. Tutte quelle manovre per la sicurezza e lui è riuscito a passare lo stesso.

Par che la mente si risvegli e scuota…E al tramonto, la notte e poi l’aurora…una mestizia ignota

scende nell’alma e a contemplar mi invita.”

Questa lunga permanenza a letto mi disorienta; sono immersa in un’eterna aequa nox.

Le poche volte che riesco a guardare fuori dalla finestra, mi rilasso a osservare uno spicchio di cielo. Se le assistenti non accendono le luci, a volte mi sembra di scorgere qualche bagliore e ripenso alle lontane notti stellate con te e tutta la famiglia, quando andavamo a sdraiarci al buio per ammirarle.

Chiedevi sempre come era possibile che la luce arrivasse fino a noi. Io provavo a spiegarti che la luce delle stelle proviene dal passato e che ci sono stelle che si accendono e si spengono e noi non le vediamo ancora, oppure continuiamo a vederle anche se non ci sono più; avrei voluto spiegarti bene il mio pensiero, ma mi intimidiva quando raccontavi che a scuola studiavi l’atomo, mi sentivo impreparata a risponderti.

Ti ripetevo sempre le stesse cose, che una stella è un corpo celeste che brilla di luce propria e poi cominciavo ad elencarti i nomi delle stelle che ricordavo: Arturo, Regolo, Vega, Altair, Antares, Deneb, Sirio, Aldebaran. E tu, scivolando teneramente nel sonno, ti addormentavi al calduccio delle mie braccia.

Ora so che siamo materia stellare che medita sulle stelle, figli delle stelle come la canzone che ti sentivo spesso cantare, minutissime particelle che non si spegneranno facilmente. Certo, avverrà anche per noi una trasformazione. Sprigioneremo una esplosione di energia?

Chissà in quale costellazione prenderemo dimora.

La mia compagna di stanza ha suonato il campanello di chiamata e io ho finalmente sonno. Mi hanno detto che è notte, ma ho poca speranza di riuscire a dormire. Sento la sua sofferenza e i dolori nel mio corpo riprendono ancora più forti: è finito per entrambe l’effetto dell’antidolorifico.

L’infermiere entrando ha detto a bassa voce che stiamo peggiorando, penso abbia ragione, mi sento in uno stato così nuovo e sconosciuto che non assomiglia a nessun altro momento vissuto.

Ascolto i miei lamenti. Da giorni la bombola di ossigeno è in funzione di fianco al mio letto, ma questa notte ho ancora più difficoltà a respirare. Sussulto, cerco di fare respiri più lunghi e provo a togliermi qualcosa che mi stringe il naso. Poi, d’improvviso, davanti a me vedo un volto e sento parole indistinte, è uno schermo.

Sembra un film, ma quel volto chiama il mio nome e mi chiede se la sento. Cerco di tenere gli occhi aperti, non posso comunicare che con lo sguardo: Sei tu nipote mia?

Non ti allarmare per il mio aspetto, dentro sono sempre io e le tue parole mi fanno bene.

Mi chiedi di dedicarti lo scioglilingua dei tacchi, me lo ridici in italiano: “Tu che attacchi i tacchi attaccami i tacchi. Io attaccare i tuoi tacchi a te che attacchi i tacchi? Attaccateli tu i tuoi tacchi tu che attacchi i tacchi.”

E sento nella testa la risata dell’assistente, ma il volto nella videochiamata piange disperato. No, non piangere. Finalmente ci siamo viste e… ma tu guarda: lo schermo è diventato una finestra luminosa e io posso finalmente affacciarmi.

Eccolo il nonno che passa con la sua fisarmonica per andare in bottega. Riconosco il suo tocco sui tasti e la melodia, mi alzo per seguirlo. Presto sarò a casa.

Angela Amoruso

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