Sul finir della sera Virginia e Latakia s’incontrano

2
(20)

Io lo so bene come ci si sente ad abbracciare il tutto.

Una notte di plenilunio, con le cicale intente a frinire, il signor Guidi e il signor Costa intenti a fumare, l’aria serena del vespro ancora calda dell’afa del giorno, raffreddata solo dalla stasi degli uomini che contemplano il mondo sul finir del lavoro; in quel dì di un’estate vicina all’autunno io mi trovavo assieme agli altri ad attendere che una ad una ogni spirale e voluta di fumo lasciasse per sempre la pipa.

Eravamo emozionati, si capisce, all’idea di venire al mondo per davvero: alle nostre spalle un lungo e umido canale oscuro che alcuni di noi chiamavano ‘abisso’ si attivava a impulsi regolari producendo un vento che ci risucchiava nel profondo del suo incavo.

Ma noi ci tenevamo forte e stretti l’un l’altro in attesa che ‘il grande sole’ si accendesse e quel fuoco che ci bruciava tutti s’infiammava in concomitanza con la grande tempesta alle nostre spalle, tanto che i più arguti di noi avevano messo in relazione i due fenomeni per affermare che non vi è fuoco senza aria.

Io non ero pratico di queste verità, attendevo soltanto che nell’istante di un passaggio di fiamma il mio spirito si elevasse verso la luce e diventasse un tutt’uno con essa.

Un po’ com’era successo al mio amico cipriota, il quale un attimo prima di venir avvolto di passione urlò a squarciagola: “guardatemi tutti, sono un tabacco pregiato e sto per ricevere l’illuminaz…” e la parola gli si strozzò in gola.

Si chiamava Latakia e non ce n’erano tanti come lui tra di noi, la maggior parte era costituita da tipi più comuni, come me, e se qualcuno ti chiedeva: “mi scusi lei da dove viene?” La risposta veniva da sé: “Virginia e lei?” – “Anch’io!”.

Non vedevo l’ora di raggiungere il mio amico, sperando che si fosse salvato dall’abisso, ma per un lasso di tempo che a noi sembrò un’eternità il fuoco cessò e anche il vento alle nostre spalle smise di soffiare, restituendoci un mondo immobile e grigio.

Avevamo paura, ci domandavamo cosa stesse accadendo, o meglio, cosa non stesse accadendo, e avvertivamo su di noi sensazioni nuove e in quanto nuove io non potrei descriverle, ma i più colti accanto a me raccontavano di umidità e di cenere e di un destino di morte senza speranza.

Da fuori ci giunsero ovattate le parole del signor Guidi e del signor Costa: “non stai fumando bene amico mio.”

“Come?”

“Non si fuma così, non è una sigaretta, aspiri troppo forte e troppo in fretta, non fai riposare il tabacco e ti si è pure spenta, riprova insieme a me.”

Non capivo cosa stessero dicendo e ancora non sapevo chi fossero i due signori, ma un attimo dopo qualcosa la compresi perché vidi avvicinarsi la fiamma.

“Oh ragazzi ci siamo!” Urlavano i miei compagni!

Alle nostre spalle il vento giungeva più leggero adesso e anche il fuoco sembrava bruciare a metà della sua intensità, ma era inebriante lo stesso e in un attimo quel calore mi avvolse tutto e smisi di essere quel che ero.

Sentivo ribollire ogni molecola di cui ero fatto e mentre mi smaterializzavo per diventare vapore tutto il mio pensiero era rivolto a Latakia e al mondo che ci aspettava.

Urlai anch’io con tutto il fiato di cui ero capace a mano a mano che la luce m’invadeva, ma in un attimo fui risucchiato, senza potermi appigliare a nulla, e venni trascinato nell’abisso: gli ultimi sguardi che vidi furono quelli di compassione di chi fu catapultato verso l’alto e quelli di terrore di chi come me veniva inghiottito dalle tenebre.

Così finisce, pensai.

Il tempo sembrò fermarsi, ogni mio compagno mi volteggiava attorno e dentro di me, ognuno fuso in uno spazio che non sapevamo comprendere dove ogni punto di noi sembrava coincidere col punto di un altro, in una miscela informe e incolore di panico e terrore.

Poi accadde qualcosa d’insperato: la luce ci inebriò e anche noi fummo premiati, come gli altri, più degli altri! E io divenni uno splendido anello di vapore che si librava verso l’alto.

In quell’istante vidi ogni cosa e ne seppi il nome, e tutto compresi: vidi due signori intenti a fumare e dalle loro pipe e dalle loro bocche generarsi i miei compagni, e ad uno ad uno li salutai, vidi il patio all’esterno della casa e le sedie a dondolo dove i due uomini si cullavano, poi un tavolo, del vino e due bicchieri, la luce finta della casa e quella vera e tenue della luna, vidi gli alberi e la montagna, immaginai un sole dietro quella montagna perché vidi il tramonto e poi le prime stelle nella volta del cielo, ero commosso e più mi commuovevo più mi espandevo.

Da un momento all’altro avrei abbracciato il reale, ma prima che ciò avvenisse ci fu il miracolo: un altro anello, perfetto, mi penetrò tutto sino a incatenarsi a me e insieme volammo verso l’infinito scambiandoci per un tempo brevissimo tutto l’amore del mondo, fino a che non divenne così grande, il nostro amore, da confondersi nell’aria e sciogliersi nel tempo e ci riconoscemmo: lui era Latakia, io un semplice Virginia, e siamo stati ottimi compagni prima di fonderci nell’eterno.

Davide Madeddu

Vota

Il risultato finale sarà dato dalla media dei voti moltiplicata per il loro numero

Risultato parziale 2 / 5. 20