Stella Marina

Quando ero piccola la prima cosa che volevo vedere al mattino era il mare.  Aprivo gli occhi e saltavo in piedi sul letto per guardare fuori dalla finestra e salutare il mio amico azzurro, quella enorme distesa d’acqua salata mi attraeva più di qualunque altra cosa, forse per tutte le fantastiche storie che mi raccontava mia madre.

Lei era bella, con lunghi capelli ondulati e grandi occhi chiari, bella e dolce, paziente nonostante tre figli di cui io ero la prima, e una vita semplice da moglie di pescatore.

Ogni tanto accarezzandomi il viso rammentava come avesse scelto il mio nome, passeggiando in riva al mare all’alba, ansiosa per il parto che si avvicinava, improvvisamente impaurita perché giovanissima e lontana dalla sua famiglia lì, in quel luogo magico ma sperduto, senza esperienza e con una gravidanza ormai al termine. Mentre scrutava l’orizzonte qualcosa le era finito sui piedi, una stella marina bellissima. Lo prese come un segno, il mare le mandava a dire che sarebbe stato un parto semplice, sarebbe nata una bambina sana. Così accadde, e il mio nome fu Stella Marina.

Mio padre era forte, robusto, aveva grandi mani. Spesso silenzioso, quando sorrideva il volto scuro s’accendeva, prendeva vita. Nella stagione calda usciva di notte con la sua barca, insieme agli altri pescatori del piccolo villaggio dove vivevamo, rientrava al sorgere del sole, con le reti pieni di pesci. Pesci argentei che spesso ancora guizzavano o sobbalzavano a scatti, gli occhi vitrei a guardare per la prima volta il cielo azzurro come il mare,  la fine si confondeva in quei colori simili.

Per andare a scuola salivo su per la scogliera, quasi una scalinata naturale, lasciavo il piccolo villaggio di case bianche ogni giorno con l’ansia di tornare presto, anche se studiare mi piaceva, mi piaceva il suono delle campane della chiesa di fianco alla scuola, tuttavia il  mio mondo era la spiaggia, l’odore di salmastro, la libertà. La mia modesta abitazione, anche perché non sapevo affatto fosse modesta, era semplicemente un posto sereno che condividevo con i miei genitori e i miei due fratellini.

Poi, una notte tutto cambiò.

Erano giorni caldissimi, a qualunque ora l’aria era pesante, ferma, oppressiva. L’acqua esageratamente tiepida, mia madre aveva perso la sua aria sognante, aveva occhi spiritati.

Parlò a mio padre, gli chiese di non uscire quella sera, la luna era piena e rossa, con aloni scuri, l’aveva ben osservata ed era sicura di aver udito un avvertimento. Abbracciò il marito, pianse. Ma lui sorrise e addirittura rise di ‘quelle sciocchezze’. Il mare era una tavola, il cielo pulito. Era un tramonto stupefacente, lingue sanguigne, sfumature violacee e un ricciolo scuro sull’orizzonte. Prese il largo come sempre, con gli altri pescatori. Ricordo l’afa, ricordo che faticai a prendere sonno, sentivo mia madre camminare su e giù per le stanze, poi mi addormentai.

Fu una sorta di boato a svegliarmi, mi affacciai alla finestra, la grande luna appariva e scompariva tra nubi portate da quel ricciolo all’orizzonte, il mare era gigantesco. Onde mai viste, bestie schiumose impazzivano correndo verso la spiaggia, sempre più piccola. Le barche in lontananza, lampare abbandonate scomparivano ad una ad una come stelle cadenti la notte di San Lorenzo, ingoiate dalle fauci del mare che adesso pareva una enorme pantera famelica. Le donne urlavano, qualcuna corse con i figli su per la scogliera, mentre dal cielo si scatenava una tempesta d’acqua. Acqua salata e acqua dolce unite in una sconosciuta volontà distruttiva. Mia madre ci portò sul lettone, ci abbracciò, ci consolò. Temeva che la pantera marina avrebbe ingoiato il villaggio, le case, noi. D’improvviso, silenzio.

L’aurora che piano schiarì il cielo mostrò un mare ancora agitato ma non più pericoloso, i porticcioli naturali scomparsi come parte della spiaggia, resti di barche fluttuavano a riva. Le donne inginocchiate piangevano, mia madre no.

Due giorni dopo il mare restituì mio padre, appena trascorsa la notte e tornato il sereno, qualcuno chiamò mia madre che non corse, ma camminò lenta fino al punto che le avevano indicato, io dietro, Non si era accorta di me, pareva un automa.

Lui era stesso a faccia in su, gli occhi sbarrati, la bocca semi aperta, le braccia forti inermi, le grandi mani vuote. Nessun sobbalzo, nessun guizzo. Eppure c’era qualcosa di argenteo, forse per quei granelli di sabbia che lo cospargevano, forse per quell’ignaro raggio di sole che lo colpiva sul viso inespressivo.

Mia madre si chinò su di lui, gli chiuse gli occhi, lo abbracciò per un tempo infinito. Finalmente si accorse di me, mi chiamò per nome : “Stella Marina, saluta tuo padre, è partito per un lungo viaggio.” – “Se è partito perché il suo corpo è qui” – pensai, ma tacqui.

Nulla sarebbe stato più come prima, di questo ero certa. Il mare che tanto amavo aveva portato via mio padre, l’acqua che mitizzavo mi aveva tradito. Mia madre mentiva, il viaggio l’avremmo fatto noi di lì a pochi giorni, non potevamo restare. Era finito, tutto finito.

Dopo il funerale infatti ce ne andammo, per la prima volta percorsi una strada diversa per andare in paese, poi  un autobus, poi una grande nave, poi un treno. Il mio piccolo mondo fatato non esisteva più.  Era proprio tutto finito.

Arrivammo in una città grigia, piena di palazzi anonimi, tutti uguali, in fila come soldati. Il grigio era il colore prevalente, eppure si era ancora in estate. Andammo ad abitare in uno di quei palazzoni, ospiti di un fratello di mia madre fino a quel momento a me sconosciuto, che viveva in un appartamento con moglie e due figli. Non ci furono né abbracci né baci, ricordo un’atmosfera cupa, ricordo mia madre a capo chino, le parole dure dei miei zii, incomprensibili per me. Parevano rimproverarle ‘certe assurde scelte’ e quanto loro fossero buoni, che non se lo scordasse. Non capivo, ma soffrivo. Ci dettero una piccola stanza con due letti a castello per lato, lei ed io dormivamo sopra, i miei fratellini sotto.

“Devi essere forte e grande” mi disse mia madre quella prima sera. “Le cose forse un giorno cambieranno, ma per adesso niente lacrime, niente capricci. Sii gentile con gli zii e accontentati, quando io non ci sarò dovrai occuparti dei tuoi fratellini. Tutto chiaro?”

Niente era chiaro, ma feci si con la testa, guardai fuori dalla finestra, non c’era più il mare, c’era un altro palazzo, altre finestre. Il mare mi aveva tradito e abbandonato. Lo odiai.

Quando iniziai  le lezioni nella nuova scuola fui accolta da sguardi curiosi, qualcuno rise delle mie scarpe, troppo grandi e maschili (erano state di mio cugino), altri il mio zaino di un qualche supereroe ormai consumato. La maestra richiamò tutti all’ordine ricordando che le i poveri non vanno derisi, anzi, aiutati e accolti con gentilezza. Scoprii di essere povera,  e che doveva essere una roba brutta, che tutta la mia vita era in salita. Ma non piansi. Non feci nemmeno amicizia, non andai alle loro festicciole. Ero povera, senza giochi, senza soldi. Potevo solo studiare, ed è quello che feci. Studiare mi distraeva, colorava il grigio dei palazzi, la stanzetta in cui dormivo e gli occhi tristi di mia madre.

Le giornate scorrevano via veloci, mia mamma aveva trovato lavoro in una grossa azienda, turno fisso dalle otto alle diciassette, ma prima di entrare in fabbrica andava a far pulizie presso alcuni uffici e dopo il turno puliva una banca vicino casa, rientrava distrutta poco prima di cena, cena avvilente causa i continui rinfacci dei miei zii e gli sberleffi dei miei cugini; io mi occupavo dei miei fratelli, dei loro compiti, dei loro abiti, pulivo la nostra camera, apparecchiavo e sparecchiavo. Sognavo di svegliarmi nella mia casetta sulla spiaggia, che cessasse quell’incubo.

Velocemente sono trascorsi dieci anni, anni monotoni, con  l’unico sollievo di aver lasciato gli zii, per un piccolo appartamento solo per noi, ma nulla cambia il grigiore. Anni di dura fatica, di lavoretti in giro per il quartiere per aiutare mia madre,  a scuola era bravissima pur senza amicizie, i giorni correvano via senza di me.

Cos’è il tempo quando la vita è solo un insieme di gesti ripetitivi? Ero attaccata ai libri sopra ad ogni altra cosa, erano il mio conforto, la mia isola, anzi no, il mio rifugio segreto, un bunker sotterraneo, isola no. Le isole sono circondate dal mare, io il mare lo odiavo anche se ogni sensazione, ogni emozione la scaraventavo nel profondo della mia anima. 

Ed oggi ecco, è  il momento del diploma di maturità, l’uscita dei quadri, ottengo il massimo dei voti con tanto di lode ma i compagni non mi festeggiano, anzi, mi circondano con i loro sguardi vibranti e le voci acute, un biondino riccioluto quasi mi grida: “Altro che Stella Marina! Il nome giusto per te è Pietra! Sei insensibile, inaccessibile, insopportabile con la tua freddezza. Siamo tutti felici di non vederti più! Pietra!” Me ne vado senza rispondere e senza voltarmi. Le sorprese odierne però non sono finite.

A casa oltre ai miei fratelli e a mia madre c’è un’altra persona, si tengono per mano, c’è in atto un’allegra conversazione. Al mio ingresso, un leggero imbarazzo, le loro mani si sciolgono, i miei fratelli tacciono. È lei a rompere il silenzio, inizia presentandomi lo sconosciuto, il direttore della banca dove faceva le pulizie. È un uomo molto dedito al lavoro per solitudine, ha perso moglie e figlia in un incidente, spesso restava in ufficio oltre l’orario non avendo nessuno cui tornare. ed è così che si erano conosciuti iniziando a parlarsi e, confidenza dopo confidenza era nato un sentimento. Un sentimento importante, vissuto con pudore, una tenera amicizia cresciuta piano piano, diventata adesso amore, un amore adulto, consapevole. Erano pronti per sposarsi, chiedevano la nostra approvazione. Questa la sintesi di un lungo discorso, di sguardi incrociati, timidi sorrisi. Complicità.

La verità è semplice: ‘lei’ ha dimenticato mio padre, i suoi occhi sbarrati aperti sul nulla, il nostro mondo fatato, è pronta ad andare avanti, a ricominciare.

“Stella Marina”- mi dice prendendomi da parte- non pensare che abbia dimenticato tuo padre. L’ho amato immensamente, per lui non avevo esitato a lasciare la mia famiglia e la scuola e gli amici, l’avevo seguito piena d’amore,  con amore abbiamo avuto voi tre e senza quella tempesta saremmo ancora insieme, ne sono certa. Ma la vita segue rotte misteriose, a volte l’unico modo per non soccombere è lasciarsi andare, accettare.

Belle parole. Quale dono avrebbe avuto mio padre? Chi avrebbe ridato a me la mia vita, l’esistenza ingoiata dal mare, come era possibile immaginare una qualsiasi forma di felicità? Pietra, mi aveva definita il compagno di scuola, e forse aveva indovinato il nome giusto. Così mi sentivo, dura nonostante la frana interiore, immobile. Pietra incastonata nello sguardo vitreo di mio padre, dimenticato, tradito dal mare e da lei.

Odio la vita. Quel costringersi a scendere dal letto ogni giorno, parlare, muoversi, respirare. Non ha alcun senso. Sto crollando, sento rivoli d’acqua scorrermi in ogni parte del corpo, pungermi gli occhi, ma all’apparenza nulla accade. Finalmente comprendo quello che deve fare, che avrei dovuto fare da tempo.

Approfittando del nuovo disteso clima familiare per la bella novità che porterà anche un netto miglioramento economico, chiedo il permesso di partire con i compagni per festeggiare la maturità. Mento, ma nessuno deve immaginare. Il permesso arriva immediato.

Così finalmente parto, travestita da persona felice. Continuo a franare lentamente internamente, più che una montagna sono un iceberg, mi sciolgo silenziosamente senza una goccia d’acqua, per ora.  Nessuna vacanza, sto tornando a casa, alla mia isola, l’unico luogo dove sono stata felice, dove ho veramente vissuto. Dove è rimasto mio padre. Lì voglio tornare.  Tornare per restare. Il mare mi attende, l’ho capito all’improvviso. Il mare mi vuole.

Il treno scivola via, ignoro il paesaggio, nulla attira la mia attenzione, sono stretta nella mia solitudine, nel mio essere diversa, sganciata da tutto il resto. Arrivo che è già tardo pomeriggio, e ancora mi attende il traghetto, ma è estate, le giornate sono pigramente lunghe. Finalmente guardo il mare, placido, così intensamente bello per chi non lo conosce nel profondo, fonte d’ispirazione, autore impunito di delitti atroci. Troppo tardi per proseguire verso l’isola, mi fermo a dormire in un piccolo hotel. Cielo stellato, strade affollate, odori dolci mescolati con il salmastro. Osservo tutto dall’alto, senza partecipare. Come sempre.

Il mattino seguente continuo il viaggio, appena l’isola appare ai miei occhi tutto il passato mi scorre davanti, ho l’impressione di vedermi bambina correre sulla spiaggia, i piedi nudi, felice. Scendo, tutto è diverso, cambiato. Giungo in paese e non riconosco nulla, le case sono pitturate di fresco,  negozi di souvenir ovunque, a stento ritrovo la mia vecchia scuola. Scendo la scalinata che porta al villaggio dei pescatori, anche questa è diversa, non più naturale, sgusciante, adesso è proprio una scala con tanto di corrimano, e il villaggio… un insieme di casette colorate, ristorantini, la spiaggia attrezzata con ombrelloni variopinti. Sembra un set cinematografico, una roba finta. Niente è come lo ricordavo.  Il molo è stato ricostruito e allungato, nella rada qualche barca a vela. Nessun pescatore. Sono venuta a trovare il niente, ma è giusto così. Di quel passato sono rimasta solo io, per questo scomparirò, la mia vita non ha senso.

C’è un piccolo B&B, prendo una stanza, mi cambio. Indosso il costume nuovo, scendo in spiaggia,  scelgo l’ombrellone più vicino alla riva, mi siedo a guardare il mare. E’ calmo, trasparente,  diverse le sfumature dei colori, acquamarina, azzurro, blu. Appare accogliente, uno specchio del cielo, madre e padre insieme, una pulsazione vitale eterna. Resto così  a lungo, attendo il declinarsi del sole, lo seguo mentre si avvicina alla linea di confine tra i due mondi e finalmente so che è il momento di agire.

Entro in acqua a piccoli passi, il sole pare accompagnarmi, in spiaggia non c’è più nessuno. Inizio a nuotare, incredibile come i miei movimenti siano fluidi dopo tanto tempo. Le bracciate sono fluenti, il mio corpo viaggia verso il tramonto, il cielo si tinge d’arancio. Nuoto verso l’orizzonte,  l’arancione va scurendo, l’azzurro scompare, strie rossastre si riflettono nell’acqua. Sono sola nell’immensità del tutto, sono il prolungamento dell’onda, sono a casa. Qui voglio restare per sempre, sparire, dissolvermi nell’azzurrità.

D’un tratto nella mente mi appare il volto del mio compagno di scuola, quello biondo con i riccioli, penso che non ho mai infilato le dita tra i suoi capelli, chissà se sono morbidi come sembrano. Strano improvviso pensiero. Ricordo la sua bocca, mi accorgo che non ho mai baciato nessuno. Riprendo a nuotare, la corrente sta cambiando, le onde veloci iniziano a sballottarmi, come le immagini che si affollano nella mia testa, frammenti sconnessi di una vita che ho ignorato ed ignoro.  Crollo, crollo completamente, interiormente frano, le lacrime iniziano ad uscire copiose, mille rivoli interni al mio corpo si sciolgono, acqua salata con acqua salata, sono mare nel mare, una pozza d’acqua nell’acqua, perché voglio morire? Morire senza baciare, senza ballare, senza sognare, senza ridere, morire come se non fossi mai nata, perché?

E’ un attimo, ecco, mi stacco dagli occhi vitrei di mio padre, non sono più una pietra incastonata nel suo corpo senza vita, tutta la rabbia matrigna padrona della mia esistenza non c’è più, al suo posto la paura. Sono troppo lontana dalla riva, il mare adesso è agitato, questo mare che pare odiarmi, non mi aiuta, non ce la faccio. Le luci sulla terraferma come stelle nella volta, visibili ma irraggiungibili.  Mi lascio andare, è finita. L’ultimo pensiero è per mia madre, ed è un rimorso, adesso so quanto la amo, non lo saprà mai, crederà la odiassi, si maledirà. La maledetta sono io.

Buio.

Non so bene dove io sia, ho gli occhi chiusi e tanto freddo, la mia mano tocca qualcosa di duro e molle, forse sono morta o forse no. Sento ancora l’acqua lambirmi le gambe, sono come paralizzata. Chissà dove sono. Ecco, qualcosa di caldo mi sfiora il viso, avverto un leggero ansimare, ma non riesco a muovermi.  La cosa accanto abbaia, è un cane… Voci, voci sempre più vicine. Mi sa che sono ancora viva!

“Oddio Fren cosa hai trovato stavolta? Una ragazza…sarà mica morta…ragazzi correte, c’è una donna qui!”

Il cane, Fren, continua a girarmi intorno, mi lecca. Finalmente riesco a spostare la mano, sono viva. Sono viva. Il mare non mi ha voluta, come un utero materno mi ha partorita, ecco, sono nata un’altra volta. Apro gli occhi, altri occhi sopra di me, qualcuno dice di chiamare i soccorsi, una mano gentile mi copre con un pareo, Fren mi si  è accucciato sulle gambe.

Arrivano i soccorritori, mi tirano su, il cielo della notte brilla intensamente, in lontananza una musica allegra, mi lascio adagiare sulla barella.

“Riesci a parlare? Ricordi cosa ti è successo?”

Con un filo di fiato pronuncio qualche parola : “Volevo fare una nuotata, sono andata troppo lontano, non riuscivo a tornare.”

“Il mare è stato generoso stasera. Sarà perché è un triste anniversario, sono dieci anni proprio oggi da quando un’assurda tempesta mai accaduta da queste parti spazzò via tutto, morirono diversi pescatori, per anni qui non c’è stato più nulla…poi si sa, bisogna andare avanti, adesso è un piccolo villaggio turistico. Sei stata fortunata! Come ti chiami? “

Dieci anni fa oggi. C’ero, c’ero in quella tempesta mai vista, c’ero e ci sono stata per dieci lunghi anni, cercando di ignorarla le ho permesso di continuare a vivere sommergendo la mia esistenza, adesso basta. Sono qui, il segreto è scorrere, acqua nell’acqua, lasciarsi andare. Vivere.

“Stella Marina, mi chiamo Stella Marina.” Sussurro il mio nome e finalmente sorrido.

Fine.

Stella Marina