Sorrisi

Qui al mercato ormai sono di casa. Tutti mi salutano e mi sorridono.

Mi sorride il macellaio che spesso cerca di insegnarmi qualche parola di arabo.

Mi sorride l’ortolano, mi sorride anche il suo garzone con immancabili, baldanzosi “wellcome”.

Ed è bello veder sorridermi anche la signora che vende menta, prezzemolo, salvia ed altre erbe aromatiche, tutte preparate in artistici mazzolini che lasciano nella mano un profumo d’oriente. Lei non ha un banco, vestita di nero, siede davanti alla chiesa siriana, sugli scalini che portano alla parte alta del mercato.

In pescheria, l’unica qui in centro a Betlemme, i poveri pesci in vendita sul bancone sembrano essere i soli a non sorridermi. Con il proprietario sono diventato amico e mentre mi pulisce il pesce, quasi sempre, sul suo volto si accende timida un’espressione d’orgoglio.

Penso che sia doveroso essere gentile con tutti. Dietro quei sorrisi non sai mai cosa possa esserci: felicità o tristezza? Tutti abbiamo una maschera, spesso utile per celare i nostri momenti difficili; quindi scambiare un sorriso, anche se per un attimo, può essere un’improvvisa luce nel buio di una notte.

“Hashara, hashara” urlano i numerosi venditori per invogliare i clienti ad acquistare le loro merci e incrociando il mio sguardo, sorridono.

E quanti colori. Il giallo chiaro dei pompelmi, il giallo caldo delle banane; il rosso dei pomodori e dei peperoni; le diverse tinte di verde dei manghi, degli avocado, dei cavoli, dei baccelli, dei piselli, dei ceci freschi; il viola brillante delle melanzane; l’acceso arcobaleno sul banco della venditrice di fiori!

Mi colpiscono anche i colori degli animali macellati esposti a bella vista all’entrata di ogni macelleria: il bianco del grasso si alterna al rosso della carne in una tonalità che ricorda il bianco ed il rosso dei “kufiah” dei beduini che spesso si aggirano nel mercato. Alcuni si lasciano fotografare, altri mi fanno un cenno di diniego, allora abbasso la mia macchina fotografica e sono io a rispondere a loro con un rispettoso “shukran”.

Fra tutta questa gente spicca l’immancabile venditore di acqua, vestito di colori sgargianti e con un grande recipiente che porta sulle spalle. Lui è sempre contento di vedermi, perché ogni volta che lo incontro gli regalo qualche shekel e poi immortalo i suoi doverosi sorrisi di ringraziamento.

La sua presenza mi fa capire che a Betlemme, come del resto in gran parte della Palestina, l’acqua è tutt’oggi un bene prezioso. In passato i venditori d’acqua dovevano avere sicuramente un’importanza fondamentale perché in questa parte di mondo la pioggia è sempre stata veramente scarsa e le sorgenti sono una rarità.

Per vedere sgorgare l’acqua bisogna andare ad Artas, a tre chilometri a Sud di Betlemme, dove si trovano le piscine di Salomone, un complesso di tre vasche costruito in epoca romana, utile per raccogliere l’acqua piovana e quella di una modesta sorgente perenne.

La casa di Giammarco e di Marcello Piacenti, dove io abito con mia moglie Aiko, non è lontana dal mercato. Ci sono 152 scalini, da salire o da scendere, a seconda se si sale su al mercato o se si scende verso casa.

L’edificio è molto bello. Austero nel suo classico stile medio-orientale: il bianco è ovunque, sull’intonaco del soffitto come sulle enormi pietre delle pareti e del pavimento. Numerose finestre lasciano entrare una splendida luce che riempie di vita tutte le stanze.

La cucina e il salotto, divisi da una lunga parete, sono ampi ed accoglienti. Dalla cucina si accede alle stanze di Giammarco, di Marcello e di suo figlio Matteo . Per scoprire dove Aiko ed io dormiamo, bisogna attraversare gran parte del salotto. E’ senza dubbio la più bella camera da letto dove io abbia mai dormito: un fantastico ambiente da favola dal soffitto altissimo, con due enormi finestroni arabeggianti rivolti ad Est, una finestra incastonata nella parete di Sud ed una porta finestra, anch’essa rivolta a Sud, impreziosita da un mosaico di vetri colorati.

E’ la nostra stanza, la nostra “magica stanza di Betlemme”.

Oltrepassando la porta-finestra si arriva ad un piccolo balconcino dove, in lontananza, dietro le aride coline, si scorge la punta di Erodeum, una montagnola artificiale fatta costruire circa duemila anni fa da Erode che ricorda la Verruca, mèta ambita dai pisani nelle loro escursioni fuori porta.

Giammarco e Marcello si alternano; quando uno è in Italia l’altro è qui a Betlemme e viceversa. Matteo fa spesso la spola fra Prato e Betlemme ed è piacevole averlo qui e controllare con lui le immagini che scattiamo ai restauratori che lavorano alla chiesa della Natività. Mi fa piacere vederlo sorridere quando si accorge che a me piacciono le sue fotografie.

Anche Giammarco sorride quando la sera a cena scopre che le mie invenzioni culinarie, fatte esclusivamente con ingredienti palestinesi, non gli fanno rimpiangere le delizie della cucina toscana.

Per far brillare gli occhi di Marcello basta parlare di storia, di natura e di viaggi avventurosi.

Aiko mi sorride sempre quando esce di casa, contenta di far parte del gruppo dei restauratori ed orgogliosa di indossare la sua tuta bianca con la scritta “Nativity Church” che Marcello le ha regalato. E’ felice di vivere questa preziosa esperienza di lavoro in Terra Santa: un’inaspettata opportunità che la riempie di gioia; il completamento dello stage iniziato a Prato nella “bottega” della Piacenti Spa.

Spesso entro nella chiesa della Natività per fotografare Aiko assieme agli altri restauratori ed oltre al suo, colleziono i sorrisi di Massimo, di Sabrina, di Antonella, di Erich, di Silvio, di Claudio, di Alberto e di tutti gli altri. Non è semplice far sorridere Cristian, il capo-cantiere, dall’aspetto un po’ burbero ma dal cuore d’oro: alla fine mi sorride anche lui.

La basilica della Natività è una fra le più antiche chiese cristiane; le sue pareti solide e le quattro file di robuste colonne, alcune decorate con pitture di santi, hanno fatto sì che l’edificio non crollasse nonostante i disastrosi terremoti avvenuti dalla sua costruzione ad oggi. La grotta della Natività e gli stupendi mosaici illustranti la vita di Cristo, attirano ogni giorno l’attenzione di migliaia di fedeli provenienti da tutto il mondo.

Vivere a Betlemme è un’esperienza unica, un’esperienza che porta gioia.

Mi sembra di toccare il cielo con un dito. E’ senza dubbio uno fra i più significativi periodi della mia vita. Di sicuro il più coinvolgente. Ora Betlemme è un po’ la mia città.

Prato è lontana. Ma anche vicina. Prato è là che mi aspetta.

Prato “dove tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo” come orgogliosamente scrisse Curzio Malaparte. Non solo i suoi palazzi, i suoi monumenti, le sue strade, la sue piazze, il Bisenzio, la Calvana e la mia casa di via Amendola, ma anche gli amici più cari vivono spesso nei miei pensieri: Mauro, Vanda, Simona e suo marito, Renzo, Daniela, Alessandro, Andrea, Riccardo, Silvia, Marco, Patrizia….

E c’è anche Martina con i suoi sorrisi di bambina e con quei capelli lunghi che la fanno sembrare una splendida signorina.

Fra poco tornerò in Italia e li rivedrò tutti. E saranno abbracci ed altri sorrisi.

I loro sorrisi ed i miei.

Sorriderò perché sarò tornato a casa.

Sorriderò perché quella di Betlemme con Aiko, con Giammarco, con Marcello e con Matteo sarà stata una straordinaria avventura.

Un’avventura mai immaginata. Un’avventura che non si può dimenticare.

Egisto Nino Ceccatelli