Giusy Caminiti

Scacco alla Signora

Erano già passati tantissimi anni ma si ritrovava ancora lì a pensare ad una mossa da fare. Era in quel luogo da tempo, da quando l’uomo aveva iniziato non più ad usare ma a sfruttare la Terra. Edmundo era morto proprio in quell’istante, morto e non morto in verità, era come se si fosse trasformato in vento ma era ancora lì con Lei, faccia a faccia, a rimuginare se spostare l’alfiere o la torre.

Stava accendendo un fuoco Edmundo, lontano dai rami secchi presenti sul terreno per non creare incendi, erano tempi lontani ma l’uomo sapeva già utilizzare il fuoco e ne conosceva i tradimenti. Edmundo si girò di scatto richiamato da un forte bagliore, anche se ancora era pieno pomeriggio gli era parso di aver visto un lampo come riflesso sull’acqua o su qualcosa che rinfrangeva la luce, era come il riflesso che il fuoco a volte creava sul suo coltello affilato, forse era il troppo caldo o la troppa stanchezza pensò.

Poco lontano da Edmundo, verso la zona costiera, da mesi si erano insidiati strani uomini venuti con barche grandi, anzi giganti! Edmundo le considerava geniali abituato com’era alle zattere. Quelle barche grandi sembravano mezze uova galleggianti, non affondavano facilmente e potevano trasportare tanti uomini e tanti oggetti, alcuni proprio stravaganti come gli specchi. Era anche un’idea intelligente mettere quella coperta leggera sopra quel tronco in mezzo alla barca, quella si gonfiava con il vento e spingeva la barca senza fatica, questo sì che era bello! Edmundo pensava che questi buffi uomini usavano la Natura così come aveva sempre fatto il suo popolo. Lui poi era proprio figlio suo: della Natura. L’avevano chiamato Edmundo appunto perché aveva manifestato questo suo amore profondo fin da bambino, fin da quando appena venuto al mondo emise il suo primo pianto, non s’acquietò Edmundo neppure quando fu posto sul seno della madre, continuava a piangere Edmundo e si calmò solo quando una farfalla entrò curiosa nella tenda posandosi anch’essa sul seno della donna. Edmundo la guardò ed il mondo fu per lui conquistato. Si sarebbe sentito importante Edmundo se solo ci avesse pensato lui a gonfiare le coperte con il vento per far spingere le zattere! Sai quanta legna per il villaggio avrebbe potuto trasportare senza fatica da una riva all’altra del Gran Fiume?

Erano giorni che quei buffi uomini sulla costa destavano in Edmundo tanta curiosità, facevano una gran confusione, sembravano come migliaia e forse lo erano per davvero dato che le navi continuavano ad arrivare. Gli ospiti avevano costruito molti ripari, “Che abitazioni curiose!” pensava Edmundo: innanzitutto erano fatte di legna e non di pelli, poi erano quadrate come le basi dei templi degli antichi suoi avi ed erano… come dire… chiuse! L’entrata sembrava non esserci, era fatta da pezzi di legno che si aprivano e si richiudevano per fare entrare ed uscire oggetti e persone, “Forse le chiamano porte ma… perché un uomo deve costruire queste porte? Sembrano essere una difesa ma da cosa? Se in una tribù ci si guarda le spalle a vicenda anche nel pieno della notte i bambini possono giocare attorno al fuoco senza temere né per i lupi né per i giaguari!” pensava questo Edmundo al quale piaceva curiosare, così senza malizia ma soltanto per imparare cose nuove da quel popolo così intelligente! Come intelligente gli sembrava la nave allo stesso modo giudicava la vela, lo specchio, le ruote e quel gioco che aveva sentito chiamare con il nome di “scacchi”.

Da mesi le barche continuavano ad arrivare e le costruzioni aumentavano. “Che popolo intelligente!” continuava a ripetersi Edmundo, avevano addirittura pensato di attaccare una cassa di legno dietro ad un cavallo così da poter trasportare bambini ed oggetti pesanti, perché non ci aveva pensato lui? Quanta acqua avrebbe potuto portare al villaggio in poco tempo!

Erano giorni e giorni che sentiva lo strano popolo muoversi verso l’interno del territorio ed ogni tanto sentiva alcuni botti fortissimi, vedeva interi stormi di uccelli volare via all’improvviso facendo divenire il giorno come la notte. Sì, era sicuro! Erano migliaia o forse di più, ma Edmundo non sapeva contare e centinaia o migliaia erano per lui la stessa cosa. Egli era abituato ad occhio a capire le quantità. Il suo villaggio ad esempio non era molto grande ma si stava bene e si avevano ottimi rapporti con le altre popolazioni: capitava a volte di catturare più animali del dovuto, in questo caso invece di buttare la selvaggina in più Edmundo ed il suo popolo la portavano agli altri villaggi, in modo da aiutare chi forse non aveva avuto fortuna con la caccia ed evitare che la carne in avanzo potesse attirare belve durante la notte. In questo modo nessun uomo uccideva più animali del dovuto e ciò per Edmundo era equilibrato.

Gli uomini strani vociavano forti e numerosi. Edmundo stava accendendo un fuoco lontano dai rami secchi sparsi sul terreno per non creare incendi quando nuovamente rivide quel bagliore, si girò di scatto e pensò questa volta di aver visto con il bagliore anche la figura di una persona: aveva un manto addosso di colore scuro, un manto che gli copriva pure il capo. Pensò nuovamente che fosse colpa della fame e del caldo. Aleggiò però nell’aria una strana tensione, era come se le fronde degli alberi vibrassero forti, come se gli stessi stessero urlando disperati, strazianti e doloranti, vogliosi di far giungere la loro richiesta d’aiuto fin alle orecchie del cacciatore. Fu distratto da un forte chiasso e dal rumore di uno scoppiettio, lo stesso che produce il legno resinoso quando arde ma no, non era il suo piccolo fuoco. Si girò Edmundo, si girò lentamente e mentre si girava visualizzava nella sua mente un pericolo, un disastro, ma era l’inizio di un nuovo rapporto tra uomo e Terra. Si girò lentamente Edmundo e pensava che non poteva essere ciò che gli era balenato nella mente! Non poteva essere che quegli strani uomini intelligenti, così avanti con la mente lo stessero facendo, no! Non poteva essere vero che avevano appiccato il fuoco alla foresta! E mentre lentamente si fu girato, Edmundo vide chiaramente le alte fiamme che divampavano, sentì gli alberi urlare, gli animali disperarsi nel terrore, le pietre spaccarsi come vinte dall’insensibile sopraffazione degli strani uomini intelligenti. Mentre Edmundo percepiva tale disperazione era inerme e non sapeva cosa fare, come poter salvare la sua Terra che da sempre si era donata a tutti indistintamente, la sentiva piangere per l’ingiustizia di quell’uomo che sembrava non essere figlio suo.

Edmundo si sentì toccare la spalla mentre come un bambino allontanava istintivamente i rami secchi dal suo piccolo fuoco, forse, inconsciamente, per non contribuire al disastro. Il tocco sulla spalla fu gelido mentre le fiamme della foresta erano altissime e caldissime e sembravano procedere veloci verso Edmundo. Quel tocco così freddo gli sembrò però materno, confortante. Edmundo avrebbe potuto giurare di averlo già sentito, già conosciuto, così come nota gli giunse all’orecchio una Voce, gelida anch’essa ma piena come di saggezza, di speranza. “Andiamo” sussurrò calma e profonda la Voce. “Chi sei?” chiese Edmundo che girandosi poté vedere in faccia il suo interlocutore. Questi non era proprio un essere umano, era tutto avvolto da quella coperta scura, si vedevano solo le mani e la parte bassa del viso ma era scarno il nuovo arrivato. Le fiamme della foresta si facevano sempre più fitte, appuntite, lo scoppiettio giungeva forte e si poteva vedere il sangue resinoso degli alberi scappare fuori dai tronchi come nel tentativo di volere sopravvivere.

“Andiamo Edmundo, non rimane molto tempo” riprese la Voce mentre quell’arnese che teneva in mano a forma di mezzaluna sottile diramava in ogni luogo la luce dell’incombente incendio. “Io ti conosco! Ti riconosco! Io ti ho già visto ma non ricordo quando…”, “Abbracciami” ribatté dolcemente la Voce dell’incappucciato ed Edmundo, come spinto dalla stessa forza che spinge un bambino piccolo tra le braccia della madre, lo fece, l’abbracciò e ricordò. Ricordò di averla già ascoltata, guardata, accarezzata. Si ricordò di quando era un piccolo Pettirosso e volava alto nel cielo, sì! Era andata proprio così! Ricordò di essere stato un Pettirosso e ricordò quella volta che stava precipitando nel vuoto poiché ferito in volo da un’aquila, Lei lo aveva afferrato nell’istante esatto in cui aveva toccato il suolo. E quella volta che era un Castagno e viveva già da tantissimi anni, sì! Si ricordò che anche quella volta Lei lo aveva abbracciato, lo aveva accolto in sé proprio nel momento in cui un fulmine lo colpì al centro del suo canuto tronco. Sì! Si ricordò di Lei ma adesso Edmundo era un uomo, poteva parlare e allora chiese: “Perché sei qua?”, “Stai per morire Edmundo per colpa degli uomini strani, tu Edmundo che hai sempre amato la tua Terra, tu che hai non solo preso ma anche dato a Lei interrando meglio le radici di una piccola pianta selvatica, curando un animale ferito anche se lupo o giaguaro, incurante del fatto che un domani ti avrebbe potuto uccidere. Tu hai preso tanta acqua quanta te ne serviva e non di più. Edmundo, proprio tu stai per essere inghiottito da quel fuoco che temi tanto ed io sono qua per portarti via con me, così come ho sempre fatto, così come da madre faccio da sempre”. Ma Edmundo voleva capire il perché! “Perché quegli uomini così intelligenti avevano incendiato il bosco? Non esiste nessun buon motivo per incendiare un bosco! L’afa lo può fare, un fulmine lo può fare ma un uomo no! L’uomo non può! Non deve!” pensò. Chiese spiegazioni Edmundo, ora che era un uomo, ora che poteva parlare chiese. “Quelli che tu chiami uomini intelligenti bruciano la foresta perché vogliono costruire un immenso villaggio”, “Perché? Non possono costruire quelle case chiuse come casse in mezzo alla foresta?”. “Loro non capiscono Edmundo” riprese la Morte “Sanno che possono farlo ma non vogliono avere piccole case tra gli alberi, vogliono abitazioni grandi dove custodire gli oggetti che reputano preziosi. Hanno inventato porte e chiusure perché non si fidano più della propria gente, hanno paura che qualcuno possa rubar loro ciò che con cupidigia hanno ammucchiato nel tempo, vogliono tutto ciò che può essere posseduto. Bruciano le foreste e non costruiscono vicino ai fiumi, loro no, loro deviano i corsi d’acqua sottomettendo la Natura e costringendo gli animali della Terra a cambiare la loro vita per un inutile capriccio! Loro vedono la Natura come una ciotola sempre piena dalla quale è giusto prendere. Loro non uccidono solo per fame, loro uccidono per gloria. Si vantano delle prede catturate e non dividono il bottino tra loro, no! Loro appendono le teste delle loro vittime come scalpi sui muri. Edmundo… loro hanno inventato i muri! Adesso dobbiamo andare”. “No! Non posso! Devo spegnere il fuoco! Devo fermare questi strani uomini prima che distruggano la Terra! Devo farlo, sono un uomo! Posso fare qualcosa ci devo riuscire!”. “Edmundo gli uomini dei quali parli hanno deciso che non vogliono avere nessun legame con la Grande Madre, non barattano più con essa, non usano i suoi frutti ma li pretendono, li bramano, li posseggono. Sfruttano la Terra e non vogliono tornare indietro, loro vogliono e basta!”

Pianse Edmundo nel sentire quelle parole, pianse e si gettò a terra, la toccò, la baciò. Baciò la sabbia ormai bollente ed accarezzò un sasso mentre le lacrime ormai gli scendevano fitte solcandogli le guance. Il calore del fuoco si faceva sempre più affilato, pesante, presente. Il puzzo della resina riarsa aleggiava ormai nella zona e quante urla di animali costretti a fuggire o a morire! E questo solo per un capriccio, per una mera presa di posizione, per puro piacere di dominio!

“Non voglio smettere di sperare! È impossibile non ci voglio credere! Sfidiamoci mia Eterna Amica, sono un guerriero, sono abituato alle lotte, ti sfido! Se vincerò io tu risanerai tutta questa distruzione, se invece avrai tu la vittoria io ti seguirò ovunque tu voglia”. “La tua fiducia in questi umani è troppa e stupida, quasi provo pietà per le tue linde convinzioni, accetto dunque la tua sfida ma ad una sola condizione: saranno loro, gli uomini, non tu ma loro nei tempi che verranno a decidere le sorti della nostra sfida, tu sarai solo la loro pedina. Se capiranno che sfruttare, tradire e piegare la Natura è sbagliato e porranno rimedio allora la fortuna sarà dalla tua parte e sarai tu il vittorioso, se invece gli uomini continueranno questa terribile distruzione tu perderai ed io porterò nell’oblio non soltanto te, che intanto avrai la fortuna di vivere come uno Spirito del Tempo, ma porterò via tutti gli uomini, non solo gli stolti ma anche i vecchi ed i bambini. Taglierò il filo della vita a tutti gli animali ed a tutte le piante, seccherò i fiumi ed i laghi, farò eruttare i vulcani, sevizierò la Terra per farla tremare mentre avvicinerò così tanto il Sole a Lei che la sabbia prenderà fuoco e i ghiacci custoditi nelle vette più alte dei monti si scioglieranno e spariranno nelle aride viscere del terreno”. “Accetto! Se sono queste le tue condizioni accetto! Ho fiducia in questi strani uomini in fondo… mi sembrano intelligenti!”. “Rimane soltanto da decidere il tipo di sfida!” tuonò prepotente la Voce della scarna Signora. “Possiamo fare una prova di velocità, oppure possiamo sfidarci a chi riesce a guadare la parte più profonda e scura del Gran Fiume!” propose Edmundo, abituato a misurarsi in forza a coraggio con gli altri indigeni a quel modo. “No!” ribatté quasi furiosa la Morte “La gara deve essere lunga, pensata, sudata. Tu non hai il senso del tempo così come lo percepisco io… no, ci aspettano tanti secoli da osservare per vedere come alla fine quella gente avrà deciso di agire”. Edmundo a quelle parole si ricordò dello strano gioco che aveva visto fare agli stranieri, si chiamava “scacchi” ed a volte le sfide duravano davvero tanto: da quando il Sole dal centro del cielo non spariva dietro le colline di pietra bruna. Capitava a volte che gli strani uomini chiamassero un guardiano notturno per sorvegliare il pianale delle pedine, per poi ricominciare la partita il giorno seguente. Pensava questo Edmundo mentre l’insaziabile fuoco aveva già raggiunto quegli stessi rami secchi che il cacciatore aveva allontanato con cura dal suo piccolo ed innocente falò. “Giochiamo a scacchi!” fu dunque la sua proposta. La Signora lo guardò e ad Edmundo sembrò sorridente. Lei gli fece un segno di assenso e con il manto scuro lo avvolse e lo accolse in sé, proprio nell’istante esatto in cui le fiamme del gigantesco fuoco si unirono a quelle del piccolo falò di Edmundo ed egli ne fu completamente immerso.

Edmundo era morto proprio in quell’istante, morto e non morto in verità, era come se si fosse trasformato in vento ma era ancora lì con Lei, faccia a faccia, a rimuginare se spostare l’alfiere o la torre, poiché oltre al re quelle erano le due ultime pedine rimastegli.

Giusy Caminiti