Mangiavacchi

Racconto di Matteo Mangiavacchi

-I fiumi vengono costruiti vicino ai ponti.

-Come costruiti vicino ai ponti?

-Altrimenti a che cosa servirebbero i ponti se non ci facessero scorrere sotto i fiumi?

Matilde era una bambina di sei anni, che di mondo conosceva il giusto indispensabile per poter vivere la sua infanzia: i nomi dei suoi amici, come tirare su gli spaghetti con una forchetta o perché le api pungono.

Abita al numero 12 di via Cavour in una città anonima, senza un fiume né ponti.

Mi chiamo Giovanni, sono un impiegato, un burocrate ecco, sommerso in stagni di parole sempre uguali. La mia vita è il tratto stradale lavoro-casa e poco altro. Un ristagno anche lì, di auto imbottigliate nel traffico, di fastidiosi rumori di clacson e di bestemmie dei corrieri. Sono cresciuto in un paesino di provincia, in mezzo al quale scorre un torrente. Le due parti del paese sono collegate da un grande ponte su cui possono passare le automobili, e piccoli ponti che fungono da attraversamento pedonale. In questo paese, quando ero piccolo, correvano nell’acqua i cavedani contro corrente, su fino alle montagne, perché i fiumi nascono dalle montagne. Mio padre mi portava a pescarli le domeniche d’estate. Dopo pranzo ci cambiavamo, ci mettevamo dei vecchi vestiti e un paio di stivaloni e infine il bucket grigio in testa. Preparava le canne da pesca e dal frigo prendeva i bigattini che si contorcevano dentro la vaschetta che poi si metteva in una tasca del gilet. Mio padre era un maestro di scuole medie e quando non lavorava a scuola si chiudeva nella biblioteca comunale. La domenica se la voleva godere lungo il nostro fiume. Ci lasciavamo alle spalle il campanile, la piazza e la gente vestita con gli abiti buoni che passeggiava lungo le due vie che fanno da sponda al torrente, e ci incamminavamo con le nostre bisacce. Arrivavamo in alto, su una piccola radura dove il fiume scendeva un poco di profondità e l’acqua si calmava. Aprivamo le sedie pieghevoli e ci mettevamo seduti dopo aver gettato l’amo. E, in mezzo a quel cicalio proveniente dai rami dei pioppi e dei salici, mi raccontava sottovoce storie di fiumi, di sorgenti, di uomini e di pesci. Non ricordo tutte quelle storie, ma ricorderò sempre che finito di raccontare, quando poi dovevamo stare zitti, si accendeva una sigaretta. Metteva il mozzicone nella bustina degli ami e lo avrebbe poi gettato una volta a casa. Mai una volta lo vidi lanciare qualcosa che non fosse attaccato alla lenza nel fiume. Me ne andai da quel paese quando iniziai a studiare Giurisprudenza. Dovevo avere il posto fisso, una vita con uno stipendio decente e più mondana, più cittadina. Più scorreva il tempo dell’Università, meno frequentemente tornavo a casa. Mi laureai e, dopo il terzo tentativo al concorsone pubblico del Comune, riuscii a ottenere il mio posto fisso, in città. Da quel momento le mie visite a casa si limitarono alle feste comandate. Conobbi Carolina in un bar in centro e iniziammo a convivere. Lei era commessa di un negozio di cosmetici. Con lei ho avuto Matilde. Ci siamo separati poco tempo dopo, e oggi, in sostanza, la mia vita è l’attesa del fine settimana che mi spetta con mia figlia.

Il fatto che Matilde avesse creduto che i fiumi siano stati costruiti dagli uomini perché sennò a cosa servirebbero i ponti? mi fece pensare a San Vincenzo. Lei non ha avuto la mia stessa infanzia, ovviamente, ma la sua idea di fiume mi fece accapponare la pelle.

-Ma sì papà, è così! I muratori costruiscono un ponte grande e poi sotto scavano una fossa lunga e poi ci mettono l’acqua con dei tubi grandi così- disse aprendo le braccia, alzandosi in punta di piedi e tirando la testa indietro, lasciando cadere in aria le codine.

-Tesoro, ma come dei tubi? Mamma non ti ha mai detto che i fiumi nascono dalle montagne?

-Mamma dice che ci sono tanti fiumi nel mondo che sono come delle strade, a volte dritti e a volte tutti torti. E poi in alcuni ci sono i coccodrilli, gli ippopotami, gli squali e le barche… ah sì, anche una balena, l’ho visto in tivù.

Non l’ho mai portata ad un fiume, non ne abbiamo mai parlato, e penso neanche coi turni di Carolina e del suo nuovo compagno loro fossero riusciti ad andare a trascorrervi un giorno. Figuriamoci poi cosa gli insegnava la televisione. Dovevo aspettare che la scuola le spiegasse cosa sono i fiumi? Decisi di chiamare Carolina.

-Ciao Carolina, come va? Come sta Davide?

-Ciao Giovanni, stiamo bene! Che è successo? Mati sta bene?

-Sì sì, Matilde sta bene- sentii un sospiro di sollievo -Volevo domandarti se potevo portarla con me a San Vincenzo. Visto che devo riportartela lunedì mattina, volevo perlomeno- detto quasi bisbigliando -portarla al fiume.

-Ma perché, Giovanni? Cioè: vorresti uscire dalla città, fare mille chilometri, per andare a vedere un fiume? fammi capire.

Sentivo Carolina farsi tesa, come ogni volta che provavo a esprimermi su mia figlia.

-Sì. Volevo portarla via questo finesettimana dalla città e farle vedere da dove vengo.

Figuriamoci se gli avessi detto che nostra figlia pensava che i fiumi venissero costruiti con le ruspe.

-Ma perché?

-Perché volevo fare qualcosa insieme a lei nella natura.

Iniziò discorsi fini a sé stessi, in cui lei appariva l’unica persona responsabile di nostra figlia. Poi capì, forse ricordando che comunque era figlia anche mia, che tutto il suo decantare era fuori luogo.

-Se si fa anche solo un graffio te la faccio pagare cara.

-Grazie, ciao.- Carolina aveva già riattaccato.

Mi abbassai e le dissi -Papà oggi ti porterà ad un fiume, nel paesino dove papà è nato.

Prima di passare da casa e fare le valigie passammo per un negozio di abbigliamento sportivo. Le presi dei vestiti e un paio di scarpe adatte, che sicuramente non avrebbe avuto nella borsa che mi aveva dato Carolina. E un cappello da pescatore rosa, un po’ più largo, così che anche le sue codine potessero dondolare mentre camminava.

Caricai le valigie e partimmo. Dormì per tutto il viaggio, anche quando attraversammo il Po passando sopra ad un ponte enorme. Sorrisi al pensiero dei caterpillar che ne scavavano il letto, sotto quel ponte, e i tubi enormi che sputavano dalle Cozie megalitri di acqua al secondo.

Arrivammo.

Non tornavo in quel paesino dalla morte di papà. Mamma era ormai scomparsa qualche anno prima e lui, finché poté, ogni giorno con il sole prendeva la sua borsa e le sue esche e saliva a monte del fiume, ma non più per pescare, solo gettare i vermi ai suoi pesci.

Avevo prenotato una camera all’unica locanda del paese, tanto cambiata quanto la gestione dell’albergo. Posammo le nostre cose e uscimmo. Lungo le viuzze mi sembrava di non riconoscere nessuno, e che nessuno mi riconoscesse. Passeggiavamo lungo una delle due vie che costeggiano il fiume, ancora limpido. Sotto, le alghe verdi brillanti, smeraldo, si muovevano come capelli al vento. Matilde stava appesa alle grate della ringhiera a guardare meravigliata quello scorrere. Me ne meravigliai anche io, di cosa avevo dimenticato, di cosa ora avevo riscoperto.

-Papà, ma che sono queste cose verdi?

-Alghe, queste significano che l’acqua è pulita.

Arrivammo al selciato, dove le pietre del lastricato stradale lasciavano posto all’erba verde e ad un piccolo sentiero. Così le tolsi le scarpette a strappo e anche le mie e ci mettemmo seduti sulla riva, con i piedi dentro l’acqua fresca.

-Papà! Ma ci sono gli squali?

-No Matilde, gli squali vivono solo nei mari.

Mi guardavo attorno. Sentivo forse una nostalgia, ma non dell’infanzia; una nostalgia atavica, che ricordava le capanne in legno di mille anni fa, o forse quando ancora non c’erano neanche quelle. Guardai sotto al ponte, la forma del canale. In realtà quella parte di fiume era stata tutta ricostruita dall’uomo, per prevenire le inondazioni. Avevano tirato su con un muro in verticale le sponde, dall’inizio del paese fino alla fine.

Matilde guardava quei ponticelli e mi disse -Vedi papà, prima i muratori hanno fatto i ponti e poi il fiume!

-Ti posso assicurare che il fiume passava di qui molto prima che le persone avessero costruito i ponti, anzi il villaggio.

-E come mai hanno costruito i ponti?

-Perché la gente potesse attraversare i fiumi e incontrarsi.

-E perché?

-Per la gente è importante incontrarsi. Immagina che tu e Tommaso abitiate su due sponde differenti di un fiume, ma tu e Tommaso siete amici, no? E vi volete incontra…- non mi fece finire.

-Mi tuffo e poi nuoto e lo incontro.

-Tutti i giorni ti tufferesti? E poi usciresti di là tutta bagnata. Andresti in giro tutta molla? E dimmi, se vuoi portargli un regalo?

-Ah! Dico ai muratori di costruire un ponte così vado da Tommaso senza bagnarmi e senza bagnare anche il regalo!

-Esatto Matilde!- leggevo nei suoi occhi la felicità di una grande scoperta.

Dei pesciolini stavano intanto nuotando vicino ai nostri piedi.

-Papà! Papà! Che cosa sono?- -Pesci, Matilde- -Ma mica mordono?- -Forse, ma non fanno niente… al più ti danno dei pizzicotti come questi!- e iniziai a farle il solletico.

Era una bella giornata, e quell’acqua così pura trasmetteva, nel suono gorgogliante della corrente e il fruscio delle foglie di ontani, la sensazione di benessere che non sentivo da tempo, forse da quando avevo la sua stessa età. Ci alzammo, e ci asciugammo i piedi. Parlammo della scuola: la prima elementare.

La sera, i lampioni lungo le due vie parallele lasciavano un riflesso sull’acqua del colore della notte, ma quello della luna splendeva di più.

-Di che colore è l’acqua?- le chiesi.

-È azzurra!

-Sicura?

Guardò un attimo il fiume da sopra al ponte che stavamo attraversando -Nera!

Risi -No Matilde… L’acqua è trasparente.

-Non è vero!- si imbronciò un po’.

Ci sedemmo su una panchina. -Ma l’acqua è azzurra.- -Come che cosa?- -Come il cielo!- disse quasi gridando. -Esatto! L’acqua riflette il colore del cielo: di giorno è azzurra, di notte è?- -Nera!- -E quando è nuvoloso?- -Grigia!- -Sì! Riflette anche gli alberi che sporgono sopra, i lampioni e la luna, e se l’acqua è calma e tu ti affacci dal muretto del ponte laggiù vedrai anche tu stessa riflessa. Domani lo proviamo?- -Sì!

La portai ai giardinetti del paese. Erano totalmente rinnovati: dallo scivolo, alle giostre alle altalene. Matilde fece amicizia con una ragazzina inglese di passaggio con la famiglia. Capii che avevano trovato San Vincenzo su internet e li aveva colpiti la limpidezza dell’acqua che scorreva sotto alle finestre e alle terrazze del paesello.

-It’s full of magic- mi avevano detto.

Quella magia la ricordavo bene, quella magia così data per scontata, dimenticata per tutti quegli anni, era proprio la natura poetica del fiume, la sensazione che tutte le cose vanno come devono andare, la naturalezza con cui trascorre il tempo. Lo scorrere, la brezza, la nebbia mattutina dei caldi giorni estivi. L’atmosfera, i pesci la cui presenza sorprende e fa tornare bambino anche il più frigido uomo sulla Terra.

Passata la notte senza sentire macchine e il vociare delle persone lungo la via sotto la nostra finestra, ci svegliammo riposati e pronti per scoprire il fiume. Aiutai Matilde ad allacciarsi le scarpe nuove. Ci incamminammo dopo colazione, passando dal forno di San Vincenzo a prendere il pranzo al sacco. Avrei giurato di aver visto uscire dal panificio Carlo, un mio vecchio amico che non rivedevo da molto tempo, ma non feci in tempo a mettere a fuoco il viso che subito aveva imboccato il cunicolo sommerso dall’ombra delle passerelle sovrastanti. Matilde camminava osservando intorno al sentiero e quell’acqua che oramai scorreva sulla terra erosa. Il fiume correva veloce in quel punto e l’acqua, nell’infrangersi sulle rocce e dove il letto curvava stretto, si schiantava e schizzava piccole gocce per poi riprendere la corsa.

-Papà! Perché ci sono tutte queste curve?

-Vedi l’acqua che si schianta contro la roccia? Piano piano la sta consumando, vedi come è tutta liscia? Ecco… si chiama erosione. L’acqua scava la terra, scava la roccia e crea dei fiumi e la forma a volte diventa proprio strana, così- feci con il braccio un movimento come fosse un serpente sguisciante.

-Ma quindi questo non lo hanno scavato?- indicando dove il fiume più zigzagava.

-No Matilde, è stata la natura a crearlo, come ogni cosa che ci sta attorno in questo momento.

-Che bello!

Non fece in tempo di saltellare un po’che scivolò sui ciottoli che si erano ammassati su quelle sponde. Iniziò a piangere, ma nulla di che: si era sbucciata un ginocchio. Presi una salviettina che avevo messo nello zaino e le asciugai la ferita che sanguinava un poco. Continuavo a dire a Matilde che non era nulla, finché non si rialzò. Non zoppicava neanche. Gli bruciava un poco. Continuammo, ma adesso stava più accorta di prima a dove mettesse i piedi, certa che quei sentieri non erano dei marciapiedi.

Ero fottuto. Carolina lo avrebbe scoperto e chissà cosa avrebbe potuto fare. L’avrei dovuta chiamare? Cosa sarebbe cambiato? La sbucciatura non sarebbe guarita con una telefonata, né avrebbe migliorato la situazione. Anzi, mi avrebbe costretto a fare subito ritorno in città. E non so quanto avrebbe potuto farmi male il sentire “Te lo avevo detto, io, ti avevo avvertito.” Decisi di non pensarci, e di continuare. Ma quei pensieri tornavano.

La guardai in viso: le si erano asciugate le lacrime, e le era tornata quell’espressione curiosa di prima. Da piccoli è normale sbucciarsi le ginocchia. Mi rassicuravo guardandola e ricordandomi che anche io mi sbucciavo le ginocchia.

-Papà guarda!- e indicò dove la riva faceva una radura in mezzo agli alberi.

Lì il fiume scende un po’ in profondità, fa un pelago dove l’acqua si calma.

-Papà, papà, ci fermiamo qui?

-Va bene.

Era proprio il posto in cui io e mio padre venivamo a pescare la domenica.

Tirai fuori le pizze e tra un boccone e l’altro le raccontai bisbigliando che camminando ancora io e il nonno un giorno arrivammo fino in cima a quel monte che appariva dietro agli alberi, da dove nasce il Flelio. Arrivammo su e trovammo la sorgente.

-Che cos’è una sorgente?

-La sorgente è il posto da cui nasce un fiume, ma l’acqua non esce da un tubo, ma dalla montagna.

-Nasce dalla montagna?

-Quando piove la montagna raccoglie dentro di sé l’acqua e la sputa fuori dalla sorgente. È da lì che nasce il fiume.

Le raccontai della leggenda della fata che si nasconde in una grotta vicino alla sorgente. Una fata che al me bambino mio padre raccontava avesse un aspetto spaventoso, che attirava nella sua grotta i bambini di notte e li mangiava. Ma non aveva senso raccontare una storia così cruda a Matilde, non ci sarebbe stata l’occasione per lei di avventurarsi di notte nel bosco da sola. Così le raccontai che questa fata proteggeva la sorgente da chi volesse inquinarla. Lei ascoltava quasi incantata.

Si avvicinò quasi bagnandosi le scarpe, accoccolandosi, a guardare i pesci che nuotavano sotto la superficie su cui appariva riflesso il suo cappello rosa da pescatore.

Il rumore delle cicale era diventato più invadente delle nostre voci, così lo prendemmo come segnale di ammonimento e restammo in silenzio. Matilde iniziò a girare sotto le fronde dei salici per stanare le cicale sui rami.

-Papà, continuiamo?- fece Matilde con aria sconfitta.

-Certo!

Mi alzai e iniziammo a salire. Il fiume si faceva sempre più veloce ad ogni metro di salita.

Attraversammo il fiume, guadandolo, per prendere una strada meno scoscesa. Ci togliemmo le scarpe, per non bagnarle.

-Papà! Dopo lo diciamo ai muratori di costruire un ponte qui?

-Ma che dici Matilde? Non è necessario un ponte qui!

-Ma mi sono ammollata i piedi.

-È vero, ma guardati in giro. Non ti piacerebbe che rimanesse così? È un po’ come essere degli esploratori, no?

-Sono un esploratrice!- disse incalzando il passo.

La vegetazione cambiava più in alto, e lei se n’era accorta. Il bosco lasciava sempre meno spazio alla sponda e l’ombra frescheggiava in mezzo alle betulle e ai pioppi. L’acqua sembrava meno avventata, più quieta, meno profonda. Le felci diventavano più grandi e vigorose e la terra nera.

Matilde prese una foglia e la portò sull’acqua. Si accovacciò. Sentiva, credo, la corrente che voleva strappargliela di mano. La lasciò e iniziò a navigare giù, seguendo il flusso. Chissà se avrà poi raggiunto San Vincenzo.

-Guarda! Guarda!

La guardavo fuggire e mi balenò in mente quando da piccolo io, Carlo e gli altri facevamo la gara con le barchette di carta dall’inizio alla fine del paese.

Il tempo scorre, inevitabilmente.

Proseguimmo lungo il sentiero, su per un ultimo pendio dalla cui cima cadeva a sbalzi una minuta cascata.

Mandai prima Matilde, io le stavo subito dietro. Salivamo mettendo i piedi sulle radici che emergevano dall’erto e sulle pietre fisse.

Giunti in cima si aprì davanti a noi una radura all’ombra degli alberi; al centro un piccolo lago e in fondo una grotta, da cui sembrava uscire l’acqua, viste le leggere onde che da lì si allargavano a semicerchio su tutta la superficie. Si muoveva quietamente dal buio della cavità al salto della cascata.

Matilde camminava quatta verso una rana che gracidava su un legno arenato. Questa, accortasi di Matilde, si tuffò in acqua lanciando un guizzo e increspando tutta la superficie.

-Vedi là Matilde? Vedi quella grotta? È la sorgente, è da lì che nasce il fiume, è da lì che la montagna sputa fuori l’acqua.

-E la fata dov’è?

-La fata si nasconde, proprio dentro a quella grotta. E quando si arrabbia perché qualcuno sporca il fiume, accade che si infuri così tanto che chiude la sorgente e non fa uscire più l’acqua.

-Ma senza acqua non ci sono neanche i pesci?

-Né pesci, né rane, né alghe; solo terra asciutta.

Si fece triste, credo pensando di non poter più vedere i pesci nuotare.

-Ma noi mica abbiamo sporcato?

-No Matilde, noi non abbiamo sporcato il fiume, tranquilla. La fata non si arrabbierà con noi.

Iniziammo a tornare verso il paese. La strada del ritorno pareva essere più breve dell’andata.

A San Vincenzo Matilde si fermò su una panchina. Mi misi accanto a lei e le feci poggiare la testa sulle mie gambe. Mi guardò.

-Papà, se la fata si arrabbia quei ponti diventano proprio brutti senza il fiume che gli scorre sotto.

Tornammo a casa il giorno dopo.

Questa volta la svegliai mentre passavamo sopra al Po.

-Matilde svegliati! Guarda quanto è grande questo fiume!

-Ma è grandissimo! Chissà quanti pesci ci sono qui!

Pensavo a Carolina mentre le guardava le ginocchia e dopo, tutta infuriata, mentre se la prendeva con me, mentre mi minacciava di tornare dall’avvocato. Ma cosa mi potevano dire? Che non sapevo fare il padre perché mentre lasciavo a mia figlia scoprire cosa è un fiume si era sbucciata le ginocchia?

Matilda stava bene e adesso non si sarebbe mai più scordata del Flelio né dei suoi pesci; neanche io.

Ancora oggi l’acqua scorre sotto i ponti di San Vincenzo, Matilde avrebbe potuto di nuovo ammirare il fiume e ricordare, guadandolo piano, quando si sbucciò le ginocchia mentre andava a cercare una fata alla sorgente.

Matteo Mangiavacchi

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