PLUVIOSA

Faccio un altro giro del bunker per assicurarmi che sia tutto a posto. Da settimane gli annunci governativi ci bombardano con l’elenco delle norme di sicurezza da adottare per l’arrivo della stagione delle piogge, previsto ormai tra non più di ventiquattro ore. Lo fanno ogni anno, che io ricordi, ormai sappiamo tutto a memoria, ma è il loro modo di farci capire, o illudere, di essere presenti e vicini al popolo nel bene e nel male.

L’inventario mi soddisfa, penso di essere pronto ad affrontare Pluviosa, la stagione delle piogge: ci sono scorte alimentari a sufficienza; proprio ieri i tecnici del Comune hanno controllato che nelle pareti di cemento non ci sia la minima crepa che possa portare infiltrazioni di acqua radioattiva; l’impianto di aerazione è un po’ troppo rumoroso, ma so che mi ci abituerò dopo le prime ore; la camera del nonno è attrezzata con tutti i macchinari che gli servono per riuscire a strappare ancora briciole di tempo alla morte che, a suo dire, gli alita sul collo sempre più vicina.

Qualche volta, sempre più spesso, per la verità, mi soffermo a pensare a come sarà la mia vita quando l’avrà raggiunto e portato con sé. Non è il rimanere solo che mi spaventa, (beh, un poco sì, voglio essere sincero) ma di sicuro mi mancherà. Tanto. Mi mancherà la routine quotidiana del lavarlo al catino con acqua sintetica, mettergli la crema sulle piaghe e rimetterlo con fatica a letto. Fargli la barba un giorno sì e uno no, anche se lui dice che non importa, che non ha nessun appuntamento galante, se non con la “falciatrice di Dio”, e che lei non è affatto schizzinosa. Ma sopra ogni cosa mi mancheranno i suoi racconti, i suoi ricordi d’infanzia. Attraverso la sua voce ho vissuto in un mondo diverso, un mondo in cui era una vera gioia esistere. E non importa se non credo a una parola di quello che dice, se sono convinto che inventi tutto di sana pianta per ragioni conosciute solo a lui. Forse proprio per alleviarmi l’esistenza.

Fra tre mesi raggiungerà i novantasette e io non posso credere che meno di un secolo fa la gente vivesse all’esterno tutto l’anno, che invece di Pluviosa ci fosse l’Estate, una stagione calda, di cielo senza nubi, fatta per andare in vacanza. Al mare, poi. Eppure lui afferma che le spiagge fossero affollate, che addirittura la gente facesse il bagno! Io l’ho visto, il mare, anche se da lontano: un’immensa distesa di acqua viola e ribollente da cui vapori mortali si spargono per tutto il pianeta. Provateci, a fare un tuffo!

Mi mancherà il viso rugoso che gli si illumina quando asserisce che gli oceani erano pieni di pesci, che la gente li pescava e mangiava. Che la pioggia era spesso una benedizione per i campi coltivati. Che portava vita. Che nessuno ne aveva paura.

Conserva ancora gelosamente un “ombrello”, uno strano aggeggio che serviva, secondo lui, a ripararsi se si veniva sorpresi da rovesci improvvisi. È fatto di tela fina, impossibile che potesse resistere all’acqua scrosciante.

«Poi venne la guerra» sono le parole con cui conclude ogni volta il suo ricordare, e a quel punto la faccia gli si rabbuia e sprofonda nel mutismo. A questo ci credo: ho perso i genitori, per colpa della guerra, ero piccolo ma ancora me li ricordo. Sempre più vagamente.

«Devo uscire, nonno» gli dico adesso, baciandolo sulla guancia «faccio in un attimo.»

Lui muove appena la testa e sorride. Anche il suo sorriso mi mancherà.

Mi sono accorto che non c’è abbastanza pane liofilizzato. Forse mi conviene prendere pure qualche altra confezione di acqua sintetica. Spero solo di trovarne ancora, di solito è la prima a finire, nei magazzini. Infilare la tuta per l’esterno diventa sempre più difficile, comincia a starmi stretta, di sicuro fra non molto dovrò riempire tutti quei moduli per richiederne una nuova. Continuo a crescere, nonostante abbia già tredici anni.

Sono stato fortunato, nonostante il magazzino fosse pieno di gente ho trovato tutto quello che mi serviva. Anche delle sigarette alla marijuana artificiale. Mi piace fumare, ogni tanto, mentre la pioggia assassina violenta la Terra. Ma questo il nonno non è necessario che lo sappia. Fumare e immaginarmi nel suo mondo da fiaba. Come vorrei che esistesse davvero, che non fossimo obbligati a rintanarci sotto terra al primo accenno di brutto tempo, a mangiare scatolette di non si sa che cosa. Un pesce? Non l’ho mai visto se non in fotografia, figurarsi se l’ho mangiato!

Sulla via del ritorno l’ululare della sirena mi fa sobbalzare. Pluviosa, la stagione delle piogge, è ufficialmente iniziata.

Mike Papa