Duccio Magnelli

Piccola storia di mare

La vecchietta puntò l’indice curvo e rugoso verso l’orizzonte. Disse qualche parola in portoghese che la ragazza accanto a me tradusse. «Oggi il mare è più cattivo del solito». Ci trovavamo a Cabo da Roca, quel luogo del mondo che loro, i portoghesi, chiamano «Ponta mais ocidental do continente europeu», la punta più occidentale del continente europeo, uno scoglio investito dal vento tutti i giorni dell’anno che il più grande poeta del Portogallo, Camoes, aveva celebrato, molti anni prima, con le parole «aqui onde a terra se acaba e o mar comeca». In realtà, sapevo benissimo che l’Europa non finiva lì, ma mille chilometri più avanti, sulle spiagge fredde delle Azzorre o nei giardini fioriti di Madeira, molto più vicini all’America di Cabo da Roca. Ma trovarsi su quel pezzo di roccia sconvolto dal vento e dalla salsedine mi dava una curiosa euforia, una strana sensazione di sbigottimento e di felicità, di solitudine e di annientamento. Era il fascino dell’estremo, la massa dell’Europa e dell’Asia che mi schiacciava, mi derideva, mi faceva sentire piccolo, insignificante. Avevo dimenticato tutto il resto del mondo, su quella roccia, accanto alla stele con le parole di Camoes incise sul marmo. C’eravamo solo io, la ragazza e la vecchietta, che mi avevano accompagnato fin là, e che sembravano felici di essere su quel costone di roccia che amavano così tanto. Loro vivevano, forse da sempre, in un vecchio quartiere di Lisbona, da dove si vedevano il mare e la Torre di Belem, i piccoli santuari di questa città malinconica e ventosa. Avevo conosciuto la ragazza due giorni prima, quasi per caso, dentro un minuscolo locale dove mi ero fermato a mangiare. Lei conosceva l’italiano, anche se non aveva voluto spiegarmi il perché, e diceva che mi avrebbe accompagnato volentieri a Cabo da Roca, ma solo in compagnia della sua migliore amica, una che, diceva lei, «sapeva tante cose del mondo e della vita». Quando mi ritrovai davanti una vecchietta piccola e curva, vestita di nero, consumata dagli anni, dal vento e dalla fatica, pensai che la ragazza mi aveva combinato un bello scherzo. Quella non poteva essere la sua migliore amica. Ma mi sbagliavo. Non avevo fatto i conti con la sensibilità dei portoghesi. «A lei racconto tutto, e lei racconta tutto a me. Credo che basti per considerarla la mia migliore amica!» esclamò la ragazza davanti al mio malcelato stupore. Cercai di sorridere mentre stringevo la fragilissima mano dell’anziana donna. Lei mi guardò e mi lanciò uno sguardo pieno di stupefacente vitalità. C’incamminammo verso il mare, verso la periferia della città, verso Cabo da Roca, mentre nubi ora plumbee ora candide scorrazzavano sopra le nostre teste.

***

Il vento mi levigava la faccia, gli occhi mi bruciavano per la salsedine e tutto sembrava misteriosamente magico in quel posto così straordinario. Il silenzio era rotto solo dal fragore assordante delle onde che si sfrangiavano, cento metri sotto di me, contro quel pezzo di sasso che loro veneravano come un Dio. Mentre m’immergevo nella malinconia e nella furia dell’Oceano, sentii la manica del giaccone che si allungava come un elastico. Era la ragazza che pretendeva la mia attenzione. Doveva dirmi qualcosa, forse tradurmi quello che la vecchietta aveva appena sussurrato. Mi chinai. La ragazza tratteneva la stoffa e, contemporaneamente, ascoltava le parole della vecchietta, i cui lunghi e complessi discorsi erano sempre ridotti da lei a poche frasi, come se fra me e loro dovesse comunque esistere una distanza che in nessun modo avrei potuto colmare. «Lei dice che qui il mare è sempre triste e inquieto, il vento soffia sempre forte e il sole fa sempre più fatica a splendere» mi sussurrò la ragazza indicando la vecchietta. «Però pensa che sia il posto più bello che lei abbia mai visto». Aveva ragione, anche se non si era mai mossa dalla sua casa di Lisbona. Adesso il dito rugoso indicava di nuovo un punto in mezzo al mare. Guardai, più lontano che potevo, ma quello che vedevo era sempre e soltanto una distesa infinita di acqua. La vecchietta disse qualcosa alla ragazza che però, questa volta, non volle tradurmi le parole dell’amica. Si strinse le braccia al petto e guardò. Dopo qualche secondo cominciò ad annuire con la testa e un largo sorriso le illuminò la faccia. Mormorò qualche parola, forse in portoghese, forse a se stessa, e poi si chinò verso la vecchietta, con lo sguardo perso chissà dove, e le parlò. Cercai di capire che cosa stava succedendo. Guardai anche oltre l’orizzonte, ma nient’altro che mare, mare, mare occupava la mia vista. La ragazza non sembrava volermi aiutare a risolvere il problema. Non riusciva a staccare lo sguardo da un punto, là in mezzo all’acqua, dove c’era qualcosa che soltanto lei e l’amica riuscivano a vedere. Allungai lo sguardo verso la vecchietta. Il suo viso, pur tormentato dal vento, aveva perso i segni della fatica e degli anni e sembrava disteso, pulito, straordinariamente vivo. Guardavo, ma non vedevo nulla. Solo le onde che si accavallavano l’una sull’altra, inseguendosi e incontrandosi, solo la violenza dell’acqua che si abbatteva giù, in fondo al costone, con un fragore che nemmeno la furia del vento riusciva a coprire. Gli occhi mi bruciavano, quasi non riuscivo più a sbattere le palpebre, sentivo i capelli che s’impregnavano di salsedine, ma non potevo staccarmi da lì. Dovevo scoprire il loro segreto, volevo anch’io partecipare alla loro beatitudine. Cominciavo ad arrabbiarmi. La ragazza sembrava estasiata, quasi meravigliata di quello che stava vedendo, mentre la vecchietta parlava a bassa voce, quasi dicesse un rosario, con lo stesso ritmo cantilenante di una preghiera ripetuta decine di volte. E la ragazza non mi traduceva le sue parole. Volevo assolutamente sapere che cosa si stavano dicendo e che cosa i loro occhi avevano scorto, là in mezzo all’Oceano, adesso che stava rapidamente cadendo l’oscurità e l’acqua sembrava ancora più prigioniera delle voglie del vento. Battei delicatamente la mano sulla spalla della ragazza. Ma lei non si voltò e continuò a guardare il nulla davanti a noi. Le scossi il braccio, dapprima piano, poi sempre più forte, finché non fu costretta a voltarsi. «Che cosa c’è laggiù? Una barca, un’isola, un uomo, un mostro marino, che cosa c’è che io non riesco a vedere?». Mi stavo innervosendo, ma lei non si scompose. Si girò verso la vecchietta e le parlò di nuovo. Poi abbandonò le braccia lungo il corpo, in segno di pace e di totale abbandono. Chiuse gli occhi e non si voltò più verso di me, come se l’espressione del mio viso potesse allontanarla dal pozzo di felicità in cui era caduta. Impaziente, stavo aspettando una risposta che però non arrivava. La vecchietta aveva smesso di parlare. Il vento sbatteva furioso contro la stele con le parole di Camoes. «Allora, che cosa state guardando?» chiesi cercando di dare alla mia voce un tono pacato. Non volevo mostrare la mia debolezza. Finalmente, la ragazza girò la testa e mostrò i suoi occhi scuri pieni di stupore e di meraviglia. Rispose piano, e le sue parole si persero quasi subito, chissà in quale anfratto oscuro dell’Oceano. «Il mare».

Duccio Magnelli