Copertina racconti

Perché c’è acqua su Marte

L’acqua scorre e scivola dal ripiano in acciaio inox per finire nel lavello trascinando con sé, in quel buco nero, tanti piccoli detriti.
C’è un percorso, una fitta trama di tubature che la porterà a contaminarsi di nuovo e di continuo lungo il suo viaggio.

Non ho idea di dove arriverà, se mai si fermerà o evaporerà prima della meta o ancora se si disperderà pian piano nel cammino, fuoriuscendo da uno dei tanti, piccoli, mille fori disseminati tra giunture, svincoli e sbarramenti più o meno consapevolmente eretti.

Se rileggo quel che ho scritto mi sembra quasi una metafora sull’amore.

Ma non ho voglia di intristirmi oggi. Devo preparare una torta.

É per questo che stavo riordinando e pulendo tutta la cucina. Devo ammettere di essere piuttosto maniacale nel farlo. Se prima non predispongo tutto al meglio so già che imputerò il mio eventuale fallimento ad una qualunque banalità omessa e non riuscirò più a focalizzare il vero errore commesso.

Fatto sta che oggi non riesco a concentrarmi.

Questi pensieri sull’acqua mi distraggono e vado alla ricerca dell’ennesima goccia sfuggita a me e al mio anticalcare. Non sia mai si formi ruggine da qualche parte!

Questo processo corrosivo quasi inarrestabile che mi sembra simile alla vecchiaia.

Cavoli… ma oggi cosa mi prende? Lo stato di avanzamento di questa torta è pari a zero, ma non così la mia malinconia.

Ok. Stop al panico. “Zucchero, latte, fior di farina, con la ricetta della nonnina…” Ed ecco che la persona semplice che è in me cerca di riprendere le redini del gioco. Canzoncine di un tempo andato che ritornano alla memoria e si mescolano tra sé, come proprio gli ingredienti che dovrò usare.

E ora dove avrò messo i canditi? E il lievito? “Per fare buoni dolci che cosa ci vuol? Ci vuole Bertolini!” E sappiate che io non accetterò mai altro lievito all’infuori di questo!

Sì, sarà pure un pensiero un po’ stupido, ma sono convinto che per fare un buon dolce si debba necessariamente essere di buon umore.

E’ una idea come un’altra probabilmente, ma io cerco sempre di attenermi ad essa. Del resto ognuno ha i suoi principi da rispettare, con le dovute eccezioni certo, ma uno stato d’animo positivo nella preparazione di un dolce mi sembra proprio qualcosa di irrinunciabile.

Uvetta uvetta… uhm… le mandorle le ho trovate… come mai l’uva passa non c’è? Io sono molto preciso e i prodotti che utilizzo, così come gli attrezzi adeguati, sono sempre ben posizionati negli stessi scaffali.

A proposito… e i pinoli???

Qui in mia assenza qualcuno ci ha messo le mani… che io mozzerò nel momento stesso in cui scoverò la colpevole.

Perché è certamente una lei: o mia moglie o mia figlia. Dubito fortemente che eventuali amanti presentatisi in questa casa metterebbero mano a un dolce, semmai lo cercherebbero da qualche altra parte… mentre mio figlio è assolutamente da escludere: mangia quanto un bove, ma è del tutto esentato, a torto a mio parere, da qualsivoglia attività domestica: è il cocco di mamma sua…

Certo è che mi sto innervosendo.

Provo a fare mente locale, resetto e mi concentro sul serio e dopo un po’ voilà: è pronta.

Controlliamo la temperatura del forno: 220 gradi non uno di più non uno di meno!

Attendiamo pazienti che la raggiunga, lucina rossa spenta e voilà: inforniamo.

Timer sui 25 minuti per un primo controllo. Basta poco a sbagliare dosaggio e qui si lavora per l’arte: o capolavoro o niente!

Non è vero ovviamente. Basta che sia commestibile, buonino.

Stasera ho mio fratello e la sua allegra famigliola a cena. Non sono esseri umani normali, ma cannibali. Sì, mia cognata finge di controllarsi un po’, blatera di diete, esercizi ginnici e tante rinunce. Ma a cosa io non l’ho ancora capito.

Drin! Bene. Apriamo forno, controlliamo crescita interna con immersione discreta di apposito stuzzicadenti che non deve lasciar tracce del suo utilizzo, verifichiamo la lucentezza della crosta e la consistenza del bordo… A posto, procediamo. Altri 10 minuti soltanto. Mi sembra che ci siamo quasi.

La crema l’ho assaggiata prima e era squisita. Basta solo che non si bruci o la torta assumerà un sapore un po’ caramellato che ne sancirà l’imperfezione.

Drin! Ottimo. Spegniamo tutto. Ancora due/tre minuti e la tiro fuori. La porto di là in salotto e la metto al riparo dal gattaccio. Che non ce la fa a non toccare qualsiasi (leggasi qualsiasi) cosa commestibile venga lasciata incustodita e a sua portata di zampa.

Gli vogliamo tutti molto molto bene. Ma non sempre.

Ora tocca solo rilavare tutto per benino. Per poi apparecchiare.

E vai di acqua saponata.

Che così torna a scorrere e scivolare dal ripiano in acciaio inox per finire nel lavello trascinando con sé, in quel buco nero, tanti piccoli detriti.

Uguale uguale a prima. Ma lasciamola andare va.

Poi da ultimo pulisco con cura anche le mie mani.

E mi siedo in poltrona per un breve, meritato, riposo.

Riguardo la mia torta e mi accorgo che non vi ho messo su la classica ciliegina. Una mancanza madornale a cui rimedio in fretta.

E finalmente posso ammirarla nella sua compiutezza.

E lo so, già lo so, che sarà buonissima.

* * *

Vogliamo parlare di come é andata la serata?

Arrivano puntualissimi, come sempre quando si tratta di invito a cena.

In primis le due cognate che all’inizio si scambiano bacino bacino e “Cara come sei elegante stasera… stai benissimo” “Anche io ti trovo in splendida forma. Ma come fai?” e poi invece passano tutto il resto della serata a stuzzicarsi e lanciarsi frecciatine l’un l’altra; io e mio fratello che dopo aver parlato del più e del meno diamo vita ad uno scontro politico di bassissima lega infarcito di “Ma che cazzo dici?” “Ma che cazzo dici tu?” Portando avanti ragioni diametralmente opposte con visioni del mondo così contrapposte che poi tutto finisce con un “Vabbé… ma che ne parliamo a fare?” unica affermazione della serata su cui concordiamo; i nostri figli (i cosiddetti “cuginetti”) che l’unica cosa che fanno insieme per tutta la serata è giocare on line a “the cube” emettendo grugniti e smozzicando parole comunque incongrue solo se espressamente e con determinazione invitati a interagire con noi.

Come se non bastasse poi quel deficiente di mio fratello si è portato dietro il cane. E allora chiudi il gatto in camera da letto. Ma si sa, basta un attimo di distrazione per una porta mal chiusa che quello arriva a rivendicare a brutto muso i suoi diritti di padrone di casa (quale in realtà a tutti gli effetti è mal sopportando la nostra stessa quotidiana e per lui comunque ambigua presenza). E allora quell’altro prima abbaia di brutto e poi gli si lancia contro. Il gatto salta, sfiora la preziosa lampada da tavolo che oscilla pericolosamente e solo per una fortunata combinazione non casca in terra. E insomma é tutto in putiferio sinché non vanno via.

La torta.

É stata l’unica cosa che ha accontentato tutti. Ve l’ho detto: era buonissima.

* * *

Segue messa in ordine di cucina e salotto equamente divisa tra me e mia moglie. Che poi é stanca morta e va a dormire mentre io, finalmente, mi accascio sul divano.

Che poi a me piacciono rai storia, national geographic, insomma sti canali così che poi mi lamento pure che mi lasciano da solo a vederli.

Sta di fatto che devo essere crollato di brutto. Ricordo vagamente che stavo guardando qualcosa sui leopardi, ma quando all’improvviso mi risveglio apprendo che c’è acqua su Marte.

O perlomeno tracce del fatto che potrebbe esserci stata.

Vabbé mi sembra una gran bella notizia. Anche se non saprei dirvi esattamente perché.

Resto in attesa di saperne di più ma parte una insopportabile pubblicità su un rivoluzionario tipo di materasso. Che, data l’ora che si è fatta, le tre passate, mi induce a più miti consigli e mi fa dirigere verso il letto.

Ma il sonno tarda ad arrivare. Mi giro e mi rigiro sino a quando infine mi addormento e sogno.

Quando la sveglia mi riporta al mondo ricordo distintamente che nel sogno ero una goccia d’acqua e scorrevo scivolando dal ripiano in acciaio inox della cucina per finire nel lavello trascinando con me, in quel buco nero, tanti piccoli, infinitesimali, detriti.

Però la fine che facevo non mi sovviene: forse se solo avessi dormito un po’ di più avrei pure potuto finire per scoprirlo. Mi resterà questa curiosità, questo tarlo.

Per fortuna é avanzata una fetta di torta e me la mangio per colazione col caffè.

Dormono ancora tutti. Tranne il gatto ovviamente e che appena mi vede mi si struscia sulle gambe con fare mellifluo, ma io non mi faccio incantare: so che quel fetente fa così solo per reclamare i suoi croccantini che io generosamente gli elargisco in copiosa misura nella sua ciotola rossa: come il pianeta Marte penso e sì, avete ragione, sono proprio una testa di …..

Tuttavia è l’unico momento della giornata in cui mi sento libero e baldanzoso. Pieno di energie.

Dura poco lo so ma, finché dura, lasciatemelo godere.

* * *

Poi vado in ufficio e sino a quando non ne esco sono sommerso da altri, diversi, pensieri. E quando rientro in casa tragedia!

E’ saltato l’impianto elettrico apparentemente senza causa alcuna. Tutti proclamano la propria assoluta innocenza reclamando mia benevola assoluzione. E si sa… una excusatio non petita non è mai un buon segno a favore di chi la invoca.

Infatti, ovviamente, le cose non stanno affatto così come provano a propinarmele.

Figlia si asciugava i fluenti capelli col phon; moglie stirava guardando tv mentre contemporaneamente la lavatrice eseguiva il suo ennesimo ciclo di lavaggio; figlio trafficava, in maniera a suo dire coordinata, con pc e chitarra elettrica dovutamente amplificata onde sottrarsi ai pessimi dialoghi dello sceneggiato che la madre seguiva in sottofondo (vedi sopra).

Pertanto neanche una centrale elettrica appositamente dedicataci avrebbe potuto reggere tale carico siffatto.

Diciamo che alla fine propendo per un complessivo generico concorso di colpa e non potendo prendermela con qualcuno in particolare, mi faccio forza, mi do una calmata e mi attivo.

E così stacca tutto. Scendi le scale, riattiva il salvavita posto in un quadro comune all’ingresso dell’edificio, fai ripartire il generale e spera che l’improvvisa assenza di corrente non abbia trasformato lo status di alcuno degli oggetti sopra indicati portandolo, non solo per un periodo transitorio, da funzionante a guasto.

Voi direte “Tutto qui?”

No tranquilli, non finisce qui perché il gatto ha avuto la bella idea di seguirmi per le scale, ovviamente a mia insaputa.

Dopo un paio d’ore che non lo si vede circolare per casa parte il primo allarme. Bellamente ignorato dai tre quarti della famiglia. Sminuito con frasi del tipo “Si sarà nascosto da qualche parte… lo sai come fa” oppure “Ma nooo. L’ho visto io poco fa” o peggio ancora un pleonastico “Ma hai guardato sul terrazzino?”

Al solito affermazioni rilasciate in quanto tendenti solo ad allontanare da sé qualsivoglia problematica di gestione interna. E perdonate il mio utilizzo di un linguaggio formalmente asettico e burocratico poiché altrimenti dovrei usare al suo posto irriferibili parolacce. E non mi sembra il caso di coinvolgervi più di tanto in tale, del resto usuale, diatriba familiare.

Sta di fatto che dopo un po’ non vedendolo effettivamente comparire nemmeno se sollecitato da scuotimento ripetuto della scatola dei suoi croccantini preferiti, azione che normalmente lo vede riapparire da dovunque sia in un lampo, allora si passa da defcon due a defcon tre. Che arrivare a cinque poi è un attimo.

Quindi ripercorriamo tutti mentalmente le ultime mosse compiute e cerchiamo di risalire alla sua vera ultima presenza rilevata. Che viene effettivamente datata al momento del mio rientro. E poi sapete già cosa è successo.

La ricerca nel palazzo e dintorni ne porta al ritrovo al quinto piano nascosto dietro una fioriera.

Io lo strangolerei, ma il resto della famiglia se lo passa di braccia in braccia baciandolo e coccolandolo. Ora gli danno anche un premio a lui… mica a me che l’ho trovato! Ah già dimenticavo… è colpa mia se era scappato poveretto; sono io che ho lasciato improvvidamente la porta aperta! E come mai io avevo dovuto aprire la porta appena rincasato e riuscire immediatamente?

E da qui non se ne esce se non dopo mezz’ora buona di discussione. Col gatto che nel frattempo si è placidamente addormentato sul divano.

Vabbé, anche questo un classico!

* * *

Io però adesso vorrei solo accendere la tv per vedere se riesco a rintracciare eventuale possibile replica del programma di ieri notte. Sì, quello dell’acqua su Marte.

E, colpo di culo, c’è! O meglio ci sarà tra un’ora circa.

Così, visto che nel frattempo s’è fatta una certa, invito la famiglia a radunarsi a cena.

Pio desiderio.

Nessuno è ancora disponibile a farlo e, soprattutto, non c’è niente di pronto. Moglie sostiene serena che non è colpa sua se non ha potuto usare il forno. “Pure quello volevi accendere? Allora nel frattempo passiamo pure l’aspirapolvere e scaldiamo l’acqua col bollitore… a questo punto non facciamoci mancar niente no?”

La mia ironia non viene affatto gradita e mi ritrovo ad affettarmi due fette di salame da accompagnare con un po’ di pane e formaggio. Per un attimo ho la tentazione di usare il coltello elettrico, ma me ne astengo… perché potrei avere forte la tentazione di indirizzarne la lama verso alcuno dei soggetti non inanimati presenti in casa.

Comunque sia ora sono davanti alla tv. Al mio fianco il gatto che non si è spostato di un solo centimetro al mio arrivo e pertanto mi costringe a stare in una innaturale posa tutto poggiato sul fianco destro. Ma di fronte alla sua totale imperturbabilità io resto sempre stupito ed incapace persino di un semplice gesto quale sarebbe quello di traventarlo fuori dai coglioni. Ma non lo faccio: dentro di me lo ammiro moltissimo.

* * *

E finalmente, dopo tanto penare, vengo a sapere che dati radar rivelano che esiste, senza possibilità di errore, una vasta distesa di acqua liquida in profondità, nella regione del polo sud di Marte.

La scoperta è di quelle destinate ad entrare nella Storia dell’esplorazione spaziale: c’è un vero lago ad appena un chilometro e mezzo di profondità sotto alla superficie di Marte!

Il tutto frutto di una approfondita indagine pluriennale condotta in buona parte da ricercatori italiani.

Così mi inorgoglisco pure, un po’ come se l’avessi trovata io. Come i gol di Paolo Rossi dei mondiali dell’82 che é come se quella palla in porta l’avessimo sospinta ogni volta tutti noi italiani messi insieme, con un soffio per uno.

Alla prima pubblicità mi alzo. Afferro velocemente altro pane, un po’ di prosciutto e un bicchiere di vino bianco. E anche una mela, tira là, per essere precisi.

Quando riprende il programma appuro che in quelle condizioni potrebbero sopravvivere “microbi estremofili capaci di respirazione aerobica” (che non lo so che vuol dire), nonché organismi animali elementari come le spugne (e questo, invece, lo capisco pure io).

L’analisi è interessante perché dimostrerebbe la possibilità che l’ossigeno si produca anche in assenza di fotosintesi, e infine perché spiegherebbe come si sono formate le rocce rosse ossidate sulla superficie marziana.

Mamma mia: bellissimo!

E ormai mi sono appassionato talmente a questo programma che quando lo schermo si abbuia da principio non mi rendo conto che la tele si è spenta; penso piuttosto ad un effetto speciale.

E invece quello stupido gatto si è alzato e nello stiracchiarsi ha pigiato con una zampina il tasto stop del telecomando che giaceva abbandonato affianco a lui.

Quando realizzo il tutto é tardi. Perché invece di limitarmi ad insultarlo glielo ho già tirato dietro.

Naturalmente ho mancato il bersaglio ma quando vado a raccattare l’aggeggio e provo a riaccendere la tv non succede nulla. Né il mio sacramentare risulta di alcun aiuto.

Nel sentire i miei strepiti accorre tutta la famiglia che non mi è, in tal caso, di nessun conforto. Rispunta pure il gatto che alle mie accuse mi guarda stranito e sembra rispondere con aria innocente “Chi, io?”

Mi calmo a stento ma giuro a me stesso una cosa: che se hanno bisogno di uno, uno soltanto, che voglia andarsi a tuffare in quel lago per toccare con mano quanto sia profondo, prometto davvero di offrirmi volontario. Costi quel che costi!

* * *

E poi una volta rimasto solo penso che dovrei smetterla di arrabbiarmi tanto per un nonnulla, per tutte le piccole beghe quotidiane da cui mi faccio travolgere.

Sono troppo ansioso, ed è un vizio che alimento di continuo: non riesco a smettere.

Dovrei essere soddisfatto della mia vita, dovrei godere di più di quel che ho e piantarla di battibeccare con chiunque per futili motivi.

Dovrei essere acqua, assorbire ogni goccia e diventare pozza, poi fiume e in ultimo mare.

Avere unità e indivisione quali principi ispiratori.

Ma non ce la farò mai, non ce la posso fare.

E’ questione di carattere, di rigidità mentale, pure di presunzione in parte.

E poi anche sott’acqua c’è tutta la battaglia per la vita perennemente in corso.

Mentre sopra c’è chi come me vuole solo ordine e precisione e respinge ogni singola goccia: la fa scivolare dal ripiano in acciaio inox e la ricaccia nel solito lavello affinché trascini con sé, in quel buco nero, i tanti piccoli detriti della propria, infinitesimale, esistenza.

Giuseppe Pugliese