Ostaggi in una bolla

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Avevo sette anni quando ci staccarono la luce. È uno dei miei primi ricordi di bambina, a cavallo tra quello del sapore di caldarroste cucinate sotto la cenere del camino la sera di natale e la nascita di mia sorella.

A quell’età si è troppo piccoli per conoscere il significato di economia, bollette da pagare, utenze domestiche, povertà.

Eppure, se chiudo gli occhi, posso ripercorrere a menadito la conversazione tra mia madre e l’uomo in tuta da lavoro intento a staccare i fili con un paio di grosse forbici dal manico rosso, davanti al contatore di casa.

Lei che implora di non farlo, lui che scuote la testa:- È il mio lavoro, signora. –

-Ma ho tre bambini piccoli, la prego, pagherò domani! –

-È in ritardo di tre mesi… –

Avevo sporto la testa fuori dalla porta, quel tanto che bastava per scorgere mia madre, pallida nel suo vestito a pois rosa troppo largo, che si stringeva lo scialle sul petto e si asciugava una lacrima fugace prima di rientrare in casa, sconfitta.

Mio padre a quel tempo non c’era. Non che non esistesse, beninteso. Ma tornava a casa troppo poco, con le tasche sempre troppo vuote e, spesso, una quantità di alcool nel sangue ben superiore alla soglia di tolleranza. Mamma aveva imparato presto ad accontentarsi dell’essenziale. In particolare, il momento in cui ci staccarono la luce fu uno di quei frangenti nei quali dovemmo imparare ad arrangiarci, privati anche del necessario per vivere dignitosamente.

Quando l’avevo vista arrivare, in preda alla disperazione più cupa, mi ero rifugiata in soggiorno e avevo finto di giocare con i miei fratelli, che stavano costruendo una torre di mattoncini colorati sul tappeto liso.

Avevo studiato la sua figura ondeggiante percorrere l’andito stretto e sprofondare nell’unica poltrona della stanza, vicino alla finestra, con il cuore a mille.

Lei era rimasta in silenzio ad osservarci per qualche minuto, finché mio fratello aveva smesso di giocare e si era accorto della sua presenza. – Mamma, la televisione si è spenta! C’era BimBumBam adesso! –

Non avevo avuto il coraggio di guardarla in faccia, temendo che si sarebbe sgretolata lì, sul bracciolo sdrucito di finta pelle nera a cui si era aggrappata come un naufrago sullo scoglio. Lei invece aveva indossato il suo migliore sorriso. – La facciamo noi la televisione, oggi! –

Credo di averla odiata, quel giorno. Nonostante fossi solo una bambina, avevo percepito quanto fosse sbagliata la condizione in cui eravamo venuti a trovarci. Non potevo formulare un paragone con altre famiglie, perché non frequentavo altre case oltre la mia e quella di mia nonna. Eppure avevo la sensazione che ciò che stavamo subendo fosse profondamente ingiusto. I bambini intuiscono spesso più di quello che gli adulti vorrebbero far capire loro. Mi aspettavo che mia madre crollasse, si disperasse, si opponesse con forza. Una reazione qualsiasi mi sarebbe bastata. Avevo bisogno che ammettesse la verità. L’avrei ammirata nella sua dimensione umana, nel suo essere fragile. Lei invece accettò passivamente la situazione, comportandosi come se non fosse successo niente.

Era autunno inoltrato. Ricordo il freddo che si insinuava tra gli spifferi della porta e le finestre sgangherata che sbattevano, mosse dal vento; l’odore delle candele accese, che si confondeva con quello della naftalina e della muffa; la cera che colava lenta sui piattini, morbida e calda sotto la pressione delle dita. Non avevo ancora fatto i compiti, e già il buio allungava i suoi tentacoli sui muri.

A mamma era bastata una vecchia scatola di scarpe per accontentare mio fratello. Aveva ritagliato un’apertura sul coperchio e aveva incollato due tovaglioli di stoffa ai lati come sipario. La colla vinilica ci si era appiccicata alle mani ed era stato divertente tirarla via delicatamente dai palmi, una volta seccata.

Avevamo dipinto i personaggi con cura. Mio fratello aveva voluto Uan, io Candy Candy. Mia sorella era troppo piccola per avere preferenze, così mamma le aveva disegnato il barbapapà viola, il suo colore preferito. La nostra televisione magica aveva preso forma in un salotto ammuffito, intiepidito appena dalla fiamma di una stufa a gas puzzolente. Avevamo cantato la sigla della trasmissione, improvvisando una band con l’armonica a bocca di mamma e lo xilofono.

Quella sera avevo fatto i compiti al lume dei mozziconi di candela, con un groppo in gola. Mi ero divertita e questo pensiero mi faceva stare male. Era un’illusione, la bolla in cui stavamo vivendo, e noi tutti eravamo ostaggi diuna fantasia destinata a perire. Quanto ci avrebbe messo a scoppiare?

Mi ci era voluta un’infinità di tempo per tracciare le effe in corsivo e mi erano venute tutte storte. Mia madre si era seduta accanto a me, con dolcezza mi aveva fatto notare quanto fossero brutte. Infine mi aveva strappato la pagina, senza chiedermi nemmeno il permesso. Non avevo pianto. Le avevo tracciate nuovamente, questa volta stando attenta a rispettare le proporzioni delle righe. Più tardi mi sarei vendicata, avrei strappato Candy candy in mille pezzi e avrei nascosto quel che rimaneva in preda al senso di colpa, sapendo che mia madre ci sarebbe rimasta male se mi avesse sorpresa e odiandola per il suo essere così esigente con me, nonostante le privazioni che subivamo tutti.

 Mia madre non ci avrebbe mai permesso di prendere consapevolezza, di soffrire insieme a lei e di consolarci a vicenda. Doveva subire da sola, preservare il più possibile la nostra infanzia, un essere mitologico che combatteva una lotta ad armi impari con il destino. Non poteva permettere a se stessa di cedere, nel timore di non riuscire ad alzarsi.

Alla fine, la luce tornò. Presumo che nonna si fosse messa una mano sulla coscienza, nonostante avvilisse la figlia per i suoi sbagli più spesso di quanto la incoraggiasse, demolendo la sua dignità pezzo dopo pezzo, insieme a mio padre.

La sottomissione di mia madre, le umiliazioni che era costretta a subire per elemosinare i soldi che ci servivano per sopravvivere  mi ferivano più di quanto fossi disposta ad ammettere. Nell’adolescenza ho desiderato spesso prenderla a schiaffi, per svegliarla dal suo torpore, senza rendermi conto che era per noi, e solo per noi, che stava sacrificando ogni briciola di orgoglio.

Negli anni che seguirono, la vidi crollare. Una, due, cento volte. Avrei dovuto provare una sorta di soddisfazione, nel sapere che anche lei non era indistruttibile, avrei dovuto placare la rabbia che covavo dentro. Non è stato così.

Ci sono energie capaci di rinnovarsi, con il tempo. E quelle a termine. Energie talmente potenti da essere destinate a distruggere ciò che le ha prodotte; che provengono da fonti deperibili, effimere come le materie prime che le hanno generate.

Mia madre esaurì la maggior parte delle sue, e passò il resto dell’esistenza a cercarne di nuove nella religione, nel lavoro, nelle sue battaglie contro i mulini a vento. Smise di essere vittima predestinata della vita, ma non si svincolò mai da quella sorta di abito invisibile che si era cucita addosso.

Ora l’ho perdonata, così come ho perdonato me stessa.

Giustifico i suoi gesti perché ora sono madre anch’io e come lei sbaglio per troppo amore. Mi chiedo spesso cosa sarebbe successo se avesse avuto il coraggio di sollevare la testa e opporsi alle ingiustizie che hanno costellato la sua vita, se si fosse ribellata a mio padre e ai ricatti di mia nonna, senza utilizzare noi come scudo da frapporre tra un futuro diverso e ciò che per lungo tempo ho creduto fosse codardia. Avrebbe dovuto incanalare la stessa energia che utilizzava per farci credere che andasse tutto bene, per pretendere per tutti noi una vita che fosse davvero normale, e non un castello di carte suscettibile al vento e alla tempesta. Se non ci fosse riuscita, però, ammetto che il danno per noi figli sarebbe stato immenso e ineluttabile.

Ora che comprendo tutto questo, non la odio più.

È stato l’amore per i figli a darle la forza di rialzarsi, sempre. L’unica fonte di energia senza fine, per una madre, su questa terra.

Maena Delrio

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