Ospiti

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Nel buio, le sentì arrivare.

Non era la prima volta. Da quando abitava in quella casa le sue notti erano diventate più scure e più lunghe. L’insonnia era una costante, sgradita ospite, costringendola a far posto a ricordi che non era ancora pronta ad affrontare. Lei sapeva che quello era il prezzo da pagare, per essere salita su quel treno e aver voltato le spalle alla sua vita di prima.

Nel buio, le sentì arrivare, le lacrime.

Questa volta però non cercò di contrastarle, né le ricacciò indietro. Presto il cuscino divenne umido, ma lei non si mosse. Per un breve, strano momento, desiderò che quelle piccole gocce diventassero ruscelli e che finissero per confluire in un unico, grande fiume. Così avrebbe potuto farsi travolgere dalla forza dirompente di quell’acqua e scomparire nel vortice.

Strinse i pugni e chiuse gli occhi.

E nel silenzio di una casa vuota, la donna pianse.

Non era la prima volta.

Ma decise che sarebbe stata l’ultima.

Ogni otto passi, chiudi gli occhi. Ogni dieci passi, guarda a terra.

Aveva sempre creduto che quella sciocca routine non avesse molto senso. Eppure, ancora oggi si ritrovava, sorpresa, ad osservarla, durante le sue lunghe passeggiate del pomeriggio. Era un modo per concentrarsi, pensava, accennando un rapido cenno del capo, come per confermare la sua idea. Il sole dell’autunno stava pigramente accomodandosi dietro la linea dei monti che era alle sue spalle e le ombre degli alberi si allungavano sempre più davanti a lei, creando strani effetti di luce che conferivano al paesaggio l’aria di un quadro impressionista.

I suoi passi rapidi e regolari lasciavano morbide impronte sul terreno, ancora bagnato e reso lucido dalla pioggia dei giorni precedenti. Il viale era un tappeto di foglie che, appena calpestate, crepitavano dolcemente, come per segnalare a tutto il parco il passaggio di un ospite inatteso, ma gradito.

I muscoli delle gambe, resi un blocco di marmo dallo stress di una notte insonne, stavano iniziando a rilassarsi e lei sentì che il motore del suo corpo cominciava a funzionare a pieni giri. Era sempre stato così: le lunghe passeggiate avevano su di lei un effetto taumaturgico. Erano energia pura.

Non era soltanto il suo corpo a trarre giovamento da quei lunghi percorsi in solitaria. La sua stessa mente sembrava nutrirsi di tutto ciò che la circondava. E lei aveva capito tempo addietro l’importanza dei suoi pomeriggi in solitudine.

Perché la sua non era solitudine, era riconquista di sé.

Forse fu per caso, o uno strano scherzo della mente, ma fu un attimo. La sua mano si allungò fino a raccogliere un piccolo stelo d’erba e se lo portò al naso. Una giovane coppia alla panchina sulla sua sinistra sorrise, di quel sorriso tra la comprensione e il divertimento. Lei non se ne curò, ma aspirò a lungo il profumo della natura e chiuse gli occhi.

Nel riaprirli, vide che sulla panchina adesso sedeva una bambina. Ne udì il canto soffuso, scoprendosene attratta, così decise di osservarla, senza paura che lei potesse notarla. La bambina portava due accurate treccine nere, indossava un vestitino a quadri ed era intenta a sistemare con una certa goffagine il mazzetto di fiori appena raccolti. Quando ebbe terminato la sua opera, la bimba si alzò per correre incontro a un uomo alto e bellissimo. La sua gioia primordiale divenne disattenzione e questo la portò ad inciampare, finendo riversa sull’erba bagnata. I suoi grandi occhi neri stavano per riempirsi di lacrime, quando sentì due braccia forti sollevarla. Lo sguardo della bambina incontrò quello dell’uomo, fino a fondersi nel suo e quell’antico dolore negli occhi di lui lasciò il posto alla dolcezza. La voce profonda dell’uomo sussurrò qualcosa alla bambina, il cui viso delicato si colorò del sorriso più bello del mondo.

Poi più niente.L’immagine svanì e tutt’intorno a lei era silenzio.

Resta con me, pensò la donna. Ancora un po’

Volle tenere ancora dentro di sé la nostalgia di quel ricordo, quasi fosse una calda coperta che la riparasse dal vento della sera. Non s’accorse, nel riprendere il cammino, che il sole era ormai scomparso alla vista e la luce del giorno s’era fatta sempre più fioca. Il suo incedere non risentiva della lunga camminata ed anzi ella pareva trarre ulteriore forza dall’accumulo di metri e di fatica. Guardò il sentiero davanti a sé, ormai illuminato dalla luce ovattata dei lampioni, come fosse un’autostrada…

Di colpo si ritrovò alla guida di un’auto, in una notte d’inverno.

Devi andare da sola, questa volta, le era stato detto.

Io non ho paura, si disse lei.

Era la verità.

Ma era una bugia.

Quella notte fu buia, lunga e piena di curve e sembrava non dovesse finire mai. I chilometri scorrevano piattitra lunghi Tir illuminati come alberi di Natale e il vuoto di un casello livido e freddo.

Quanto tempo è passato? Si chiese la donna, diretta a passo svelto verso la via di casa. Eppure, si rese conto soltanto adesso, il ricordo di quel viaggio non era legato alla sensazione di angoscia provata, ma a come si fosse sentita d’improvviso più grande e viva. All’energia che ne aveva tratto. Nel salire i gradini che la portavano al suo appartamento, la donna fu in grado di cogliere con piena consapevolezza che quei cinquecento chilometri, erano stati uno spartiacque tra ciò che era stata e ciò che sarebbe diventata, da quel momento in poi. Quella notte di tanto tempo prima, la Paura e il Coraggio erano stati suoi ospiti, passeggeri silenziosi che la osservavano con curiosità. La prima si rivelò fallace e si affievolì lentamente, fino a scomparire. Il secondo le si posò con ferma delicatezza sulle spalle, dandole calore e forza. Non ti abbandonerò, le sussurrò il Coraggio, se tu non lo farai con me.

Più tardi, dal balcone dell’ultimo piano, la donna gettò uno sguardo alle case tutt’intorno. I suoni e i rumori stavano diventando sempre più soffusi. Quella, pensò lei, poteva ancora essere la sua città. E le lacrime delle notti passate, comprese, erano state necessarie. Avevano rappresentato un percorso di espiazione, svuotandola di tutto e preparandola ad un nuovo inizio, ancora una volta. La donna si fermò a lungo sul balcone a guardare la luna, lasciando che i suoi pensieri le tenessero compagnia, finché il freddo della notte non la costrinse a rientrare.

Quando si mise a letto, permise ancora un po’ alla sua mente di vagare.

Ricordò il sapore delle sue notti respirate e rubate al tempo e delle albe ricche di energia. Ricordò di come la forza dei suoi sogni avesse trasformato i suoi desideri in passioni e rammentò del cassetto al lato del letto, pieno di progetti da realizzare.

Nel silenzio della notte, la donna pensò che la vita è un tesoro svelato un pezzo per volta. Vide il suo orizzonte farsi più vicino, per poi allontanarsi nuovamente, mentre lei non smetteva di camminare.

Chiuse gli occhi e si addormentò, col sorriso di una bimba.

Giulio Riga

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