Notte d’estate

4.7
(383)

Le sorgenti sgorgano dalle radici della montagna in una vallata irta di macigni, dirupata, selvaggia, e coperta da una spessa coltre di querce e profumata dall’esplosione delle ginestre. Le polle d’acqua scaturiscono improvvisamente disposte a ferro di cavallo e spezzano il bosco che le nasconde. Le acque del Volturno appena nato sono limpide e purissime, si lanciano in salti, spume, gorghi, spruzzi, si frangono in rivoli e pulviscoli iridescenti al sole e formano arcobaleni nel cielo.

La casa sulla riva delle sorgenti non si vede né dal cielo né da terra: è nascosta dalle fronde delle querce e spunta all’improvviso dopo una curva del sentiero. Vincenzo è arrivato a piedi. È un uomo magro, la pelle olivastra del suo volto affilato come un rasoio è solcata da profonde rughe, nonostante lui non sia anziano. I suoi occhi neri saettano tra i cespugli: ha paura. La sua casetta è arredata con vecchi mobili ed elettrodomestici scompagnati, e lui ora se ne sta seduto con la schiena appoggiata alla sedia di paglia, fumando con rabbia le sue puzzolenti sigarette che accende una con il mozzicone dell’altra. Ora è arrivato anche Umberto, è entrato senza bussare e si è seduto senza salutare, e adesso guarda Vincenzo dall’altro capo del tavolo. Umberto era il componente più estroverso di quella compagnia che fino a qualche anno prima si riuniva nella casetta per bere un bicchiere di vino e arrostire salsicce. Erano cinque ragazzi spensierati, prima di quella notte d’estate, e nessuno tra loro quel giorno era uscito di casa con l’idea di fare qualcosa di diverso dalla solita partita a carte, magari in compagnia di qualche bottiglia di birra bevuta direttamente dal collo della bottiglia.

Era un sabato di fine giugno, e alle nove di sera erano già tutti piuttosto alticci e in vena di continuare di buona lena, e la piccola auto di Giorgio faticava a procedere con una traiettoria lineare lungo la carreggiata che porta verso il lago. Improvvisamente la vettura si piantò, slittando sulla ghiaia del bordo strada ed evitando per un soffio un’altra auto parcheggiata sul lato sinistro di quella provinciale senza lampioni, in aperta campagna.

La notte appena scesa era limpida, e la pianura era illuminata da una luna piena che sembrava sorridere sardonica. Le uniche luci erano quelle intermittenti delle lucciole e i fiochi fari delle due automobili. Umberto era sceso per primo, districandosi faticosamente dalla cintura di sicurezza che sembrava dotata della maligna capacità di incastrarsi nei momenti in cui un cristiano doveva toglierla in fretta.

«Ma porco mondo!»

La macchina parcheggiata aveva i fari accesi e il motore spento, ma Giorgio, che si era avvicinato per primo, sentiva dei rumori provenire da dietro lo sportello anteriore spalancato dal lato guida. Allungò il collo per vedere chi era l’idiota.

Una ragazza.

No, non era una ragazza, era un angelo.

Chino sotto la macchina, l’angelo stava tentando di fissare il crick, senza però riuscirci a causa delle lacrime che gli impedivano di vedere quello che stava facendo, e anche perché cercava di usare l’attrezzo al contrario.

Esile, i capelli biondi e mossi, lunghi a coprire le spalle, occhi verdi che si spalancarono colpiti dalla luce dei fari e dallo sguardo allucinato di Giorgio, comparso improvvisamente da dietro lo sportello come un insperato salvatore.

«Mi sono persa, ho bucato una gomma e ho anche finito la benzina… La prego signore, vorrebbe aiutarmi? Il mio cellulare ha la batteria scarica. Stasera non mi va proprio bene niente!»

No, decisamente quella non era la sua sera più fortunata.

Giorgio era un bravo meccanico, educato e rispettoso, proprio quello che si dice una persona perbene. Se fosse stato solo e fosse stato sobrio, avrebbe cambiato in quattro e quattr’otto la gomma bucata, e non avrebbe mai pensato di afferrare la ragazza per i capelli, e trascinarla urlante per una decina di metri nella radura, dietro una siepe di ginestre.

Bellantonio, impiegato in una ditta di pulizie, era fissato con le donne specialmente le bionde, e le sognava ogni notte. Però non avrebbe mai immaginato di violentare e ucciderne una insieme al branco dei suoi amici del cuore, in una notte di luna piena.

Vincenzo aveva un negozio, era sposato con una ragazza del paese. Dimenticò di avere una moglie innamorata, due figli piccoli e un cane, e dimenticò anche di essere un uomo.

Umberto era paralizzato. La scena che si stava consumando davanti a lui gli toglieva il respiro. La sua mente era annebbiata dall’alcool ma riuscì a capire che avrebbe dovuto fare qualcosa, che non poteva rimanere lì a guardare i suoi amici abusare di quella povera ragazza mentre lei urlava e si contorceva. Umberto afferrò per le spalle Vincenzo, cercò di spostarlo e buttarlo di lato, ma quello pensò che il suo amico volesse rivendicare il suo turno, e con un ghigno gli cedette il posto.

Il viso dell’angelo dagli occhi azzurri era ormai una maschera di sangue e lacrime, ma per lei a quel punto nulla aveva più importanza: la sua mente l’aveva graziata, e non sentiva più dolore o paura.

Quando le sue pupille inquadrarono quel bel ragazzo che si abbassava su di lei, vide solo un demonio che si avvicinava per ghermirla, e reagì di conseguenza.

Con un morso tentò di staccargli il naso, mentre un urlo disperato le scaturiva dalla gola.

Umberto reagì con una violenza della quale non aveva mai sospettato di essere capace. Sferrò un pugno alla tempia della sventurata, che però a causa della fitta di dolore, strinse ancora di più le mascelle. La ragazza aprì la bocca soltanto quando Bellantonio le infilò la lama del suo coltello da caccia tra i denti. Il coltello fece leva, tagliò oscenamente le labbra, spezzò tre denti, tranciò di netto un pezzo di lingua, e le riempì la bocca di sangue.

A quel punto Umberto sfogò tutta la sua rabbia per il dolore e la vergogna che provava, e quando ebbe finito, l’angelo non si muoveva più.

La ragazza aveva diverse costole fratturate, la mandibola slogata, i denti rotti, gli occhi e il viso tumefatti, la bocca tagliata in un sorriso anacronistico, lesioni interne, e una grave emorragia che le inzuppava le gambe, ma era ancora viva quando Tommy si svegliò e scese dall’auto.

Il giovane osservò i suoi amici seduti a testa bassa, sparpagliati sull’erba umida della radura, e il fagotto che giaceva riverso in mezzo a loro.

«L’avete ammazzata!»

Con un sorriso si avvicinò con il telefonino in mano.

«Se provi a fare una foto, ti ritrovi nella buca insieme a lei.»

Tommy alzò gli occhi senza capire da chi proveniva la minaccia, ma senza dubitare che non fossero parole dette a vuoto.

«Bisogna farla sparire, sennò qui andate a finire in galera a vita!»

«Andiamo. Ci siamo dentro tutti.»

«Ma io non ho fatto niente!»

«Eri qui con noi e non hai fatto niente per fermarci, sei colpevole come tutti gli altri.»

«Siamo nella merda.»

Umberto si teneva premuto il naso con uno straccio lurido.

«Quella puttana mi ha sfregiato. Spero che non mi abbia attaccato qualche malattia.»

E alzandosi faticosamente andò a sferrare un ultimo calcio al corpo che giaceva sul prato.

«Umberto, tu devi sparire per un po’. Sarebbe meglio che andassi a Roma da tua zia, perlomeno fin quando ti si guarisce il naso.»

«E la macchina?»

«Bisogna far sparire anche quella. La portiamo al parcheggio dell’aeroporto di Fiumicino, e torniamo indietro con l’auto di Giorgio. Ci metteranno dei mesi per trovarla, e magari penseranno che se ne sia andata da qualche parte di sua volontà.»

Il lavoro più sporco lo fecero Tommy e Vincenzo: andarono a prendere pale e piccone, e scavarono una buca profonda sul bordo dell’acqua. Bellantonio nel frattempo spostò l’utilitaria della ragazza e ne spense i fari, per evitare che qualche nottambulo si fermasse a curiosare.

Tutti insieme poi presero il povero corpo e lo ricoprirono con un metro di terra, e in un nero silenzio partirono verso nord. Le due auto attraversarono in silenzio paesi infinitesimali che comparivano all’improvviso dopo una curva, come schegge di luce nella notte, e avventandosi poi lungo strade deserte coperte da gallerie di antichi alberi, passarono infine sul bordo di piccoli laghi, neri nella notte. Man mano che svanivano i fumi dell’alcool e le coscienze realizzavano quello che avevano fatto, i loro umori diventavano sempre più cupi, ma a nessuno di loro passò per la mente nemmeno per un momento di fermarsi davanti a un posto di polizia e raccontare tutto.

Il giorno dopo erano già tutti di ritorno nelle loro case, e dopo qualche mese la storia non venne più nemmeno nominata nelle discussioni sussurrate fra di loro, e anche i telegiornali smisero di occuparsi della scomparsa di una ragazza tra i monti del Matese.

Tutta la vicenda finì nell’oblio.

La foresta però, non perde la sua memoria.

Il parco nazionale è antico, ma le sue foreste sono molto più antiche del parco nazionale.

Ora, che tutte le armi sono vietate entro i suoi confini, nessuno si aggira più armato nel parco nazionale. Nessuno, tranne i bracconieri.

Bellantonio, occhiali a specchio e scarpe di vernice, in genere si aggirava per il paese con aria di superiorità, sbirciando con la coda dell’occhio in modo da controllare se le donne lo osservassero, invece quel giorno Bellantonio non voleva essere visto da nessuno.

La pioggia che cadeva ininterrottamente da tre giorni aveva inzuppato i boschi e ingrossato i torrenti, e non accennava a diminuire di intensità, ma lui stava immobile nel folto del bosco da oltre un’ora, con la canna del fucile puntata verso un gruppo di cespugli da cui sarebbe dovuta sbucare la sua preda, il grosso cinghiale che da troppo tempo gli ottenebrava la mente. Sembrava che il suino volesse irriderlo di proposito, schivando le crudeli trappole che lui pazientemente gli apparecchiava, poi entrava nel suo orto e faceva strage dei suoi ortaggi.

Ora però Bellantonio aveva deciso di farla finita definitivamente.

La catena dei monti si stagliava poco lontana, perfettamente visibile oltre la coltre di nuvole nere che attanagliava gli Appennini, illuminata a tratti dai bagliori dei fulmini che esplodevano nel cielo grigio di pioggia. La cattedrale di alberi secolari che copriva le montagne, assorbiva una parte della pioggia che cadeva e seppur di poco ne rallentava la potenza.

Bellantonio sentiva l’umidità penetrargli fin dentro le ossa e le giunture. Una volta tornato a casa, avrebbe dovuto farsi una doccia bollente e mettersi sotto le coperte, ma quella sera non avrebbe rinunciato alla sua vendetta. Il giorno stava per finire e la rabbia ormai aveva preso il sopravvento nella sua mente, come se dietro agli occhi ci fosse la stessa nebbia gelida che stava scendendo insieme alla pioggia su quella foresta. Lui sarebbe rimasto lì ancora per tutto e tutto il tempo che fosse stato necessario a beccare finalmente quel subdolo porco.

Ad un tratto nel bosco si udì un rumore. Leggero, come un soffio.

Bellantonio spalancò gli occhi, perfettamente vigile.

Poteva trattarsi un fagiano o una giovane lepre, e in altri momenti sarebbero state prede interessanti, ma oggi lui era uscito da solo, senza cani, e con uno scopo unico e ben preciso.

La sua fantasia già volava, facendogli pregustare il momento in cui avesse inquadrato la sua preda nel mirino: lo scatto del grilletto, il colpo secco dell’otturatore, la nuvola della cordite che esplodeva. E poi la pallottola, che avrebbe spezzato la vita del cinghiale e che lo avrebbe scaraventato all’indietro, a morire tra i cespugli dai quali era sbucato.

Il rumore si ripeté, più forte e più vicino. Il cacciatore cedette al suo istinto, e mosse un passo sulla sua destra.

«E fatti vedere, maledetto!»

Mormorò puntando il fucile verso il punto da cui proveniva il rumore, poi facendo qualche passo, si mosse nella direzione del lago, e di sfuggita gli parve di vedere un velo bianco sparire dietro una quercia. Bellantonio si fermò per un attimo stupito e proprio in quel momento una risata metallica risuonò tra la boscaglia. L’uomo continuò ad avanzare con passo pesante tra il fango verso il lago per cercare di individuare la fonte dei rumori quando cadde in una buca nascosta nel sottobosco. Bestemmiò a mezza voce: nel cadere si era ferito le mani, e quando ne venne fuori vide che il suo fucile era sparito. Guardò tutto intorno, sicuro che fosse rotolato poco lontano, poi prese a frugare sotto le foglie con mani insanguinate mentre il cuore cominciava a riempirsi di un’incontrollabile paura. Pensò che a quel punto sarebbe stato meglio tornare l’indomani a cercarlo. Si tirò in piedi ansimando, si pulì il viso con la manica del giaccone, e guardandosi intorno, cercò di individuare dove fosse il sentiero, quando la sua testa fece un brusco scatto all’indietro picchiando la nuca contro un albero. Bellantonio si portò le mani alla gola nel tentativo di liberare il collo dal filo d’acciaio chegli bloccava il respiro.

L’ombra bianca si fermò di fronte a lui. Il fantasma gli sorrise, ma era sorriso sghembo, che lui non aveva mai dimenticato. Il sorriso era così dolce e talmente crudele che, se la corda d’acciaio non gli avesse già fratturato la laringe, gli avrebbe fatto eruttare dalla gola un urlo di angoscia.

Bellantonio aprì la bocca per cercare di respirare, ma l’aria non riusciva a passare se non a fatica, il dolore era ormai insopportabile e il sangue gli pulsava nelle orecchie.

La donna gli passò davanti, accarezzandogli dolcemente il viso. Avvicinò il suo volto spaventoso a quello della sua preda.

«Ciao Bellantonio, ti ricordi di me?»

Lui aveva gli occhi che gli schizzavano dalle orbite.

L’ombra lo accarezzò, ma a lui sembrò che gli fosse stata passata in faccia una carta vetrata. Tentò di urlare, ma la corda d’acciaio gli spezzava la laringe: il fantasma era quasi privo di palpebre, e i suoi occhi avevano un’espressione folle.

«Eppure dovresti, ci siamo visti proprio qui vicino l’ultima volta.»

Bellantonio provò a urlare, ma dalla bocca uscì solo un fiotto di sangue.

«Va bene, ora ti lascio ai tuoi ricordi, ma fai presto, non hai più molto tempo, ma non preoccuparti ci vediamo presto, insieme a tutti gli amici.»

Capì Bellantonio, la consapevolezza lo riportò a quindici anni addietro, e il colpo fu micidiale, proprio come quello che lui aveva pensato di infliggere al suo nemico, il cinghiale.

Fu solo nero terrore dietro alle palpebre serrate dei suoi occhi, mentre la lama gli scheggiava, scardinandoli, i denti stretti come in una morsa, e gli feriva la lingua. Mentre la bocca si riempiva di sangue, Bellantonio pianse, anche se non sentiva più dolore.

Ormai per lui niente poteva essere più doloroso del ricordo di quella sera di quindici anni prima, una sera la cui ombra gli trafiggeva la mente, come lo spillone trafigge la sua farfalla.

Lucio Sandon

Vota

Il risultato finale sarà dato dalla media dei voti moltiplicata per il loro numero

Risultato parziale 4.7 / 5. 383