Sofia Bettazzi

Nonno Ettore

Guardava fuori dalla finestra con gli occhi opachi, quasi completamente ciechi. Chissà cosa vedeva, cosa pensava di vedere, nel giardino di casa sua. Mi diceva sempre che, se cercava di distinguere gli oggetti della cucina, riusciva solo a vedere ombre, ombre chiare, ombre scure, ombre più nitide e altre più sfocate; la sua realtà era un mondo di ombre. Eppure passava ore ed ore ad osservare il giardino. Forse la luce del sole riusciva a scostare un po’ di nebbia da quegli occhi quasi centenari così da riportargli una vista un po’ più acuta; e così il nonno poteva sentirsi vicino al tempo in cui era ragazzo, quando passava le giornate in campagna tra gli alberi e i campi, tra immagini distinte e accese dal verde, dal giallo, dal rosso, dal blu. Quello di cui sono sicura è che il suo sguardo passava oltre quello che ci poteva essere fuori da casa sua in quel momento; il prato che vedeva non era quello che avevo io davanti agli occhi. Riuscivo quasi a scorgere specchiate, nei suoi occhialetti rettangolari, le fronde degli innumerevoli alberi che ombreggiavano sull’erba curata, recintata da una siepe scura e alta più di un metro. Accanto all’ulivo c’era la magnolia, vicino all’elce il pino, la quercia quasi intrecciava i suoi rami con il melo; eppure in questo apparente caos visivo, la mente non percepiva confusione e trambusto, ma solo una forte sintonia tra la cose della natura. Ai tempi del nonno la strada che accostava la casa non aveva due corsie ampie, ma era solo una viuzza sterrata per la quale le macchine evitavano di passare, ed è per questo che il massimo rumore che al nonno poteva arrivare alle orecchie era il canto degli uccellini in amore, insieme a quello puntuale del gallo del pollaio.

Ciò che invece vedevo e sentivo io era molto diverso perché, il giardino, non era più quello di una volta. Al centro del prato non c’era più niente, solo erba; certo, parlo di erba ben curata e tagliata regolarmente, ma sempre una distesa piatta e nient’altro. Quello che interrompeva questa verde regolarità erano le buche ricoperte da una montagnetta di terra, lasciate delle radici degli alberi che, un tempo, erano i padroni del posto. Sulla sinistra una fila di ulivi, circondati ciascuno da una propria aiuola, passava vicino alla siepe.

Tutto era geometricamente perfetto, il disordine armonioso degli alberi era stato stroncato da quando il nonno si era dovuto operare e non aveva più potuto permettersi sforzi di nessun tipo. Eppure l’ordine davanti a me non mi portava nessuna serenità: il vuoto delle piante mi faceva provare solo tristezza, la strada era molto trafficata e spesso si formavano code di macchine che, inevitabilmente, suonano il clacson come se quel rumore avesse potuto far scorrere la fila. I rumori della città avevano sostituito tutti gli altri. Ma mentre guardavo il nonno pensavo al mondo scomparso che vedeva lui, e non potevo fare a meno di sorridere.

Una mattina scesi dal letto senza fretta, avevo finito la sessione di esami e, davanti a me, si presentava un’intera giornata vuota. Con molta calma feci colazione poi andai a dare il buongiorno al nonno nella cucina accanto alla mia. La nostra casa era una tipica casa di contadini, c’erano due cucine, tre camere da letto, due bagni e molte altre stanze; insomma, una costruzione in cui di certo non si poteva vivere da soli. Prima di doverla vendere infatti ci vivevamo io, mia sorella, i miei genitori e i miei due nonni. <<Buongiorno bella>> mi disse subito. <<Buongiorno nonno!>> risposi alzando la voce. Era sordo come una panca, ma quello che voleva sentire lo sentiva sempre, anche senza apparecchio acustico. <<C’è il sole stamani o fa freddo fuori?>>

<<Oggi stiamo bene, siamo entrati in primavera da pochi giorni, e finalmente la iniziamo a sentire>>. Come ogni mattina mi aveva chiesto del tempo; non vedeva l’ora che arrivasse l’estate per prendere il bastone e fare una passeggiata nel giardino senza che il vento gli toccasse i bronchi. <<Siedi>> mi disse, indicandomi la sedia accanto alla sua. Io annuii e mi sedetti guardando la finestra, sapevo che quando mi chiedeva questo aveva voglia di parlare. Mi prese la mano:

<<Ah bambina mia, sapessi che vita ai miei tempi. A quest’ora io e i miei fratelli eravamo tutti a lavorare nel campo, è grazie a questo che siamo sopravvissuti. L’elettricità non l’avevamo e andavamo a letto appena il sole scendeva dietro le colline perché, tanto, non potevamo fare niente con il buio; qualche volta però, la sera, la mamma ci riuniva tutti e tre intorno al fuoco, e ci raccontava delle storie fantastiche, di mostri che si sono innamorati di belle fanciulle e di uomini che con coraggio partivano per salvare la loro famiglia. “Come ha fatto papà” disse una volta Giulio, mio fratello minore. La mamma lo guardò con gli occhi lucidi e con una mano gli accarezzò una guancia: “Esatto piccolino, come papà”. >>

<<Papà era partito per la guerra ed era tanto tempo che ormai non avevamo più notizie di lui. Aveva preso qualcosa da portare dietro e ci aveva lasciato lì da soli, con la casa e il campo da mandare avanti; ho dato per tanto tempo la colpa a lui di tutti i nostri problemi economici, di tutte le nostre disgrazie. Lui ci aveva abbandonato, ci aveva fatto crescere soli, per dimostrare il coraggio in una guerra che potevano combattere tante altre persone. Solo quando sono stato quasi mandato in Grecia ho capito effettivamente quanto coraggio doveva avere avuto lui, che ha messo il bene della famiglia prima della sua vita, e si è sacrificato per il nostro futuro. Io non ho avuto il coraggio di fare lo stesso; pensa che per non prendere le armi ho mangiato solo mandarini per un mese intero fino a sentirmi male. Mi hanno dovuto ricoverare all’ospedale di Firenze, e da lì ho contattato con la guardia e sono tornato a casa scappando a corsa per i campi. Pensa un po’ che vigliacco sono stato!>>

<<Nonostante l’assenza di mio papà e il lavoro che occupava gran parte della giornata, la mia infanzia è stata comunque piena di divertimento, di curiosità e voglia di giocare. Facevo lunghe passeggiate nel paesino con Carlo, il mio migliore amico, e spesso ci ritrovavamo nel giardino enorme di una casa abbandonata che era stata lasciata dai proprietari qualche tempo prima dei miei nove anni. In quel verde c’era da scoprire ogni cosa, e tutte le volte che ci giocavamo vedevamo qualcosa di nuovo o diverso.>>

<<La mia vita è stata come un grande gioco in una casa abbandonata, mi sono divertito con le cose che il posto mi offriva, ho sofferto non potendo ottenere qualcosa in più, e ho imparato che se volevo essere felice dovevo impegnarmi, cercare e ricercare, nella casa caotica, anche il più piccolo oggetto. Non cambierei niente della mia vita, nemmeno la mia povertà, nemmeno l’aver evitato la guerra, altrimenti non sarei il nonno che sono adesso. Persino una sola foglia che cade cambia la fisionomia di un albero.>>

Sofia Bettazzi