Non ci sono più i principi azzurri di una volta

4.1
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Oddio è morto!
Non è possibile! Vent’anni e ha sempre goduto di ottima salute.
Bocche spalancate dallo stupore, le ante della credenza sono rimaste aperte di fronte a lui.
Siamo entrati insieme in questa casa; non sarà più la stessa senza di lui.
Lo scuoto, lo premo; niente, nessun segno di vita.
Dalla mensola, le foglie dello spatyphillum si protendono verso di lui; un’ultima carezza forse.
Vado indietro con la memoria, alla ricerca di un segno premonitore ma nulla lasciava presagire la tragedia.
Fino a stamattina era tutto a posto; mi ha preparato la cioccolata calda come lui solo sa fare.
Apro la finestra, magari un po’ d’aria. Un clacson dalla strada urla la mia disperazione. La richiudo, sono già abbastanza agitata di mio.
Asciugo le mani sudate sulla faccia del Che, poi mi tolgo di dosso il grembiule e lo appendo. Dal gancio sulla parete il bel volto di Ernesto Guevara mi sorride, ma a me vien voglia di piangere.
Mic, non mi puoi abbandonare così.
Avevo comprato l’orata, già pregustavo il pranzetto. Ora come faccio senza di te?
L’orata mi lancia uno sguardo beffardo dal piatto, l’occhio brillante a sottolineare che ancora un pesce lesso non è. Mi sembra che mi irrida, la rinchiudo in frigo.
Ok, calma, non facciamoci prendere dal panico. Potrebbe essere morte apparente, un arresto momentaneo. Un esperto, ci vuole un esperto. Afferro speranzosa il cellulare e chiamo il fidanzato.

“Pronto?”
“Piero, Mic non dà segni di vita!”
“E cosa ci posso fare io? Vengo per la respirazione bocca a bocca?”
“Ma come? Non sei un perito specializzato?”
“Sì di microprocessori, mica di microonde; chiama un tecnico!” , e riaggancia adducendo un importante lavoro da completare.

Un tecnico alle due di pomeriggio? Più facile trovare il principe azzurro.
Beh, se non altro ho la sfera magica; gugolo tecnico elettrodomestici e mi appare una promettente sfilza di nomi.
Scelgo il secondo, Cristaldi, sperando che sia Salvatore di nome e di fatto.
Dopo una serie infinita di squilli, una voce dal marcato accento dialettale mi dice che sì, può venire, ma solo tra un paio di ore.
L’orata mi fa ciao dal frigo; apro una birra per dimenticare la pena e mi preparo un panino.
Alle sette il suono del citofono non mi è mai sembrato così melodioso, stavo quasi perdendo la speranza.
Apro la porta e nella luce del vano scala si staglia una figura più larga che alta. Non è che mi aspettassi Richard Gere, ma Bombolo sarà capace di riportare in vita il mio Mic?
La tenuta è quella di ordinanza; tuta blu, penna nel taschino, speriamo bene.
Con fare spiccio, molla la borsa degli attrezzi sul parquet e inizia a esaminare il mio fidato microonde.
Lo apre, lo chiude, lo gira, smuove il cavo di alimentazione.
Ora che fa? Svita il pannello posteriore e gli stacca il filo.
Starà soffrendo? Povero Mic!
Mi sento mancare.
Prendo un succo dal frigo; in tralice l’orata mi lancia un’occhiata.
Mi giro e il tecnico sta infilando la spina nella presa.
Tengo il fiato sospeso.
Una luce brilla di nuovo sul display del mio piccolo.
Lo prova; funziona!

“Ecco fatto signora, era solo il cavo di alimentazione che si era usurato. Sono quaranta euro”


Quaranta euro per trenta centimetri di filo elettrico e dieci minuti di lavoro?!
Un bel ladrocinio, gli dovrei dire.
E invece, non fosse per quel sentorino di selvatico che promana dalla sua tuta da lavoro, gli avrei già lanciato le braccia al collo.

Laura Zuccaro

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