Ivan Manferdelli

Nacque

C’è chi viene accolto nella vita con festeggiamenti e chi, come lui, ci si trova catapultato.

Nel darlo alla luce (o poco prima, anche se sarebbe da escludere, subito dopo è più ragionevole), la mamma morì. Per malattia, per complicazioni, per parto assassino, nessuno indagò.

Non fu quindi per cattiveria se non gli passò informazioni necessarie o utili alla sua nuova situazione, cioè per sopravvivere. Per fortuna la memoria genetica, l’istinto, le abitudini della specie, il caso, si allearono per confezionare una madre supplente che colmò il grosso delle lacune.

Aprì gli occhi, non vide nulla, li richiuse, li riaprì, vide confuso, li richiuse per stanchezza, li riaprì per curiosità, vide il mondo. Un pezzettino di mondo, non sapeva che era solo un pezzettino. Pensò, pensiamo noi, che fosse il mondo. Colorato, interessante e intrigante.

Per un mondo così valeva la pena darsi una mossa, osservare, sperimentare: e infatti si mosse, dapprima lentamente poi con più smania. Faceva tante cose: osservava la luna fino a quando non la vedeva più, notava una luce fortissima che non c’era sempre o non era sempre così forte. E nemmeno quelle puntine c’erano sempre, arrivavano se stendeva le zampe, se ne andavano quando si metteva a riposo. Le stelle, idem, ora si ora no, prima o poi le avrebbe acchiappate. Non ci riuscì mai e tuttavia, non conoscendo la delusione, non fu deluso.

Provava fame senza sapere che era fame. All’inizio gli veniva voglia di afferrare con la bocca qualsiasi cosa, tipo una sua coscia. Capì presto che qualcosa non andava.

Praticamente (la teoria non era il suo forte), nella prima fase di vita consumò il 99% di energie (i calcoli vennero fatti successivamente sulla base di supposizioni, ricerche, simulazioni) per cercare modi, tattiche, strategie, per provare, fallire, scoprire, conquistare, farsi male, farsi bene, contare – non in senso propriamente matematico – le sconfitte e le vittorie, metterle a confronto, in senso sensoriale più che razionale.

Senz’ombra di dubbio, nostro ovviamente, oltrepassare la prima fase di vita fu una vittoria. Nella fase successiva le percezioni vaghe e traballanti erano diventate salde e sicure in quanto sostenute da coscienza, capacità, certezza, competenza, considerazione, consapevolezza, e altre cose che iniziavano con la C.

Ormai, quando aveva fame, e a volte anche quando non ne aveva, sapeva come fare: rincorreva esseri scuri, piccoli e mobili. Si concentrava su uno di loro, lo bloccava con quelle puntine che sapeva formare, poi allentava, osservava i movimenti del coso, veloci, poi lenti, ascoltava i suoni che uscivano dal coso, forti, poi deboli. Ricominciava da capo il balletto fino a quando non c’erano più né movimenti né suoni. Pezzetto alla volta il coso finiva nella sua pancia e lui stava bene. Bere da una pozza d’acqua, che sapeva la strada per andarci, lo faceva stare ancora meglio.

Dopo che aveva bevuto e stava bene c’era una cosa che adorava fare: dialogare con l’acqua, un po’ per stare in compagnia, un po’ perché l’acqua, se non era in quantità da fargli paura, era proprio bella. Sperimentava, allungava una zampa, aspettava la reazione, seguiva gli spruzzi con lo sguardo, osservava la superficie che danzava ad anelli, l’immagine che era dentro si duplicava, si trasformava, ballava, si fermava. E lui interpretava i movimenti, chiedeva ancora e capiva le risposte. L’acqua era stupenda da toccare, da guardare, molto meglio dei cosi scuri e mobili che finivano sempre allo stesso modo. L’acqua rimaneva viva e così la loro amicizia non finiva mai.

Diventò grande senza neanche rendersene conto. Del resto il particolare gli era indifferente. Lo interessavano le novità, si spostava, viaggiava, non in concezione consumistica e commerciale. Quando la parte vasta del mondo, quella che doveva buttare la testa indietro per vederla, era troppo diversa dalla parte che conosceva bene, solo in quei momenti la sua curiosità lasciava spazio alla precauzione e preferiva il noto all’ignoto.

Un giorno che perlustrava più lontano del solito una parte di mondo, trovò un’ampia zona grigia e piatta, mai vista prima. La “grigia” sembrava infinita, però se cambiava la posizione della testa e degli occhi, ne vedeva la fine.

La “grigia” era dinamica, di tanto in tanto emetteva chiassi leggeri, più forti, sempre più forti, fortissimi, sputava oggetti che sfrecciavano via. Apparivano improvvisamente, piccoli piccoli, crescevano in dimensione, diventavano enormi poi ancora minuscoli, sparivano dall’altra parte prima che lui riuscisse a imprimerli in memoria come faceva con la luna. Movimenti e suoni, suoni e movimenti.

Con gli esseri neri però sapeva che era lui a farli smettere, questi facevano tutto da soli. E’ per questo che aveva paura, senza sapere che era paura. Imparò a gestirla stando immobile, orecchie basse e occhi chiusi.

Aspettava, anche a lungo, fino a quando odore, rumore e istinto lo autorizzavano a riaprirli e allora scopriva che tutto era come prima. Assaporava il silenzio, la pace, la normalità ritrovati ed era grato a se stesso. Non per egocentrismo, semplicemente non sapeva a chi altri essere grato.

Una sola volta, vai a sapere perché, dopo essersi avvicinato alla “grigia” gli andò a genio l’idea di proseguire, di toccare ben bene, appoggiarsi, calpestarla, possederla. Più la possedeva più sentiva nelle zampette un calore molto piacevole, niente male. Il solito oggetto che cambiava dimensione non lo stupì più di tanto, il solito rumore leggero, più forte, sempre più forte, fortissimo.

Come le altre volte stette immobile, orecchie basse, occhi chiusi aspettando che odore, rumore e istinto gli dicessero di aprirli.

Si perse l’ultima scena.

Ivan Manferdelli