Copertina racconti

Mia madre

“Una manciata di ricordi”

L’Adige scorre veloce sotto Ponte della Pietra. Lei è là come ogni giorno, sempre alla stessa ora. In piedi, appoggiata al parapetto, contempla l’acqua che in quel punto forma dei piccoli vortici. Lo sguardo è fisso, pare voglia fondersi con le onde spumeggianti che via via si formano sulle pietre levigate dei vecchi lavatoi.

Un anziano signore che passa di lì, si ferma ad osservarla. Vedendola così assorta nei suoi pensieri, è preoccupato e le si avvicina lentamente: “Tutto bene?” le domanda con voce agitata.

“Sì, certamente” gli risponde sorridendo la ragazza.

“Scusi sa, ma quando qualcuno si sofferma a lungo a fissare il fiume come fa lei, o è un innamorato deluso oppure sta per buttarsi” e così dicendo le si avvicina. “Non vorrà fare qualche sciocchezza, vero?”.

“Stia tranquillo, non ho cattive intenzioni. Vengo qui ogni giorno per veder scorrere l’acqua e ascoltare il suo sciacquio; ho molta nostalgia del mio mare. . .”

Che mia madre amasse l’acqua me n’ero accorta fin da bambina quando andavamo a Desenzano del Garda. Non poteva prendere il sole perché aveva la pelle bianchissima come tutti i biondi naturali, tuttavia non rinunciava alla nuotata giornaliera che faceva al mattino presto o all’imbrunire.

Nata a Pola e vissuta a Parenzo, mia madre Ita amava dire: “Son nata in barca fioi…l’acqua è la mia vita.” Era orgogliosa di aver avuto i complimenti da Nazario Sauro per essere stata la bambina più giovane ad aver vinto una gara di tuffi il giorno in cui i soldati italiani erano entrati nella sua città.

Oltre al nuoto, mia madre amava la musica. Da lei ho imparato le prime canzoni e a ballare il valzer.

Quand’ero piccola mi piaceva vederla danzare con il papà e accendevo la radio sperando che trasmettessero dei ballabili per vederli volteggiare per tutta la casa.

Ita era così bella che non avrei voluto crescere per paura di vederla invecchiare.

Alta, bionda, occhi azzurri, aveva un fisico snello che le permetteva di indossare con eleganza qualsiasi vestito.

Mi piace guardare le fotografie che la ritraggono da giovane, da sola o assieme al papà. Una foto mi commuove particolarmente: rappresenta i miei genitori seduti su uno scoglio. Sono belli, sorridono e si abbracciano. Sul retro della foto si legge:” maggio 1934 Abbazia, durante il viaggio di nozze.”

“Mamma come hai conosciuto il papà?” le chiedevo spesso quand’ero bambina. Avrei ascoltato per ore la storia del loro incontro ed ero felice quando mi confidava una parte così importante del suo vissuto. Mi sembra ancora di essere seduta sulle sue ginocchia mentre mi racconta come e quando aveva incontrato l’amore. Il ricordo di lei è così vivo che mi sembra di sentire il profumo della sua pelle: una fragranza delicata di violetta e di rosa che io chiamavo “odore di mamma”.

“Tutto iniziò una domenica d’estate” mi disse.” Faceva caldo, ma ad un tratto si era levato un forte vento e in lontananza i tuoni rombavano minacciosi. Mia zia Antonia, presso cui abitavo, mi incaricò di andare a ritirare il bucato steso nel ballatoio prima che iniziasse a piovere. Stavo salendo le scale che portavano all’ultimo piano quando sentii dietro a me dei passi. – Chi mi sta seguendo?- Mi girai e subito avvertii un tonfo al cuore. Davanti a me c’era un bellissimo ragazzo che mi sorrideva. – Mi chiamo Carlo ed abito al primo piano. Mi vuol dire il suo nome e dove è diretta – mi chiese gentilmente. Tutta rossa in viso, gli dissi che mi chiamavo Ita e che stavo andando a ritirare i panni stesi prima che si bagnassero. Mi presentai come la nipote dell’inquilina del terzo piano, da poco venuta ad abitare a Verona. Subito Carlo mi fece consegnare la cesta che tenevo in mano e si offrì di aiutarmi, accompagnandomi al sottotetto. Quando, prima di entrare in casa, lo salutai capii che quel ragazzo avrebbe avuto una parte importante nella mia vita e sperai di rincontrarlo. Quella sera parlando di lui con mia zia, seppi che era uno dei figli del proprietario del palazzo in cui abitavamo.

In seguito ebbi modo di vedere il tuo papà sempre più spesso perché la banca dove era impiegato, aveva il cortiletto interno in comune con all’atelier di mia cugina Ghina, presso cui avevo trovato lavoro come commessa poiché sapevo parlare correttamente la lingua tedesca.

Pensa che per darmi un appuntamento, mi lanciava dalla finestra del suo ufficio un mazzolino di fiori che conteneva un bigliettino con su scritto l’ora e il luogo del nostro incontro. Non eravamo ancora fidanzati ufficialmente e ci vedevamo in segreto per non suscitare pettegolezzi. Io uscivo dal retrobottega, raccoglievo i fiori e quando la sartoria chiudeva, correvo felice nel luogo stabilito.

Trascorso un anno dal nostro primo incontro andai a conoscere ufficialmente i suoi genitori cioè i tuoi nonni.”

Quando diventai più grande la mamma mi confidò che non fu subito ben accolta dai futuri suoceri. Era considerata una “straniera” essendo nata in Istria e troppo emancipata rispetto alle ragazze di Verona che, a quel tempo, erano molto riservate e vestivano in modo sobrio mentre lei si pettinava alla”garçonne” e si vestiva all’ultima moda : sua cugina, con gli scampoli cuciva per lei bellissimi vestiti, utilizzando i cartamodelli francesi. Ho davanti a me una fotografia di mia madre. Indossa un abito di crepe di chine color ambra. Le avvolge il corpo fino ai fianchi per poi allargarsi con pieghe morbide fino a ricoprirle le caviglie. Ai piedi indossa delle scarpe alla charleston in camoscio che la rendono molto elegante. La guardo con ammirazione e penso che avrebbe potuto fare l’indossatrice.

Cosa ho ereditato da lei?

Sono bruna mentre lei era bionda, i miei occhi sono marrone e i suoi azzurri come il mare, la mia pelle è scura mentre la sua era chiarissima, sono di media statura mentre lei era alta.

Tuttavia qualcosa di suo mi rimane: il sorriso, l’ovale del viso, il modo di camminare, il suo carattere, l’amore per l’arte.

Leggendo le lettere che mio padre le inviava quando erano fidanzati, ci si può fare un’idea incompleta della sua personalità. Lui la descrive come una ragazza fragile, bisognosa di protezione mentre in realtà la mamma era tutt’altro.

In quel periodo Ita era andata a Parenzo a trovare sua madre e il papà era triste perché temeva che non ritornasse più da lui per questo le scriveva ogni giorno lettere affettuose e si preoccupava per la sua salute. In realtà la mamma era caduta in depressione perché percepiva molta diffidenza da parte della famiglia di mio padre e aveva solamente bisogno di ritornare nella sua terra tra i suoi cari per ritrovare se stessa. Quando decise di ritornare a Verona, la mamma fu felice di sposare mio padre e a poco a poco si fece ben volere dai sui famigliari. Ha sempre dimostrato di saper coniugare dolcezza e tenerezza con una notevole capacità di reagire alle avversità della vita.

Ricordo che in tempo di guerra, nonostante il pericolo dei bombardamenti, faceva chilometri in bicicletta, per spedire i pacchi di cibo al papà prigioniero in Russia.

Per me e per i miei fratelli è stata sempre una roccia, un porto sicuro in cui rifugiarci. Sapevamo che lei era capace di fugare le nostre paure e di aiutarci a superare le difficoltà che via via incontravamo. Io in particolare ho avuto bisogno della sua comprensione e dei suoi consigli quando da adolescente mi ribellavo all’idea che le donne non godessero degli stessi diritti dei maschi; avevo due fratelli ai quali mio padre permetteva più libertà d’azione e non me ne capacitavo.

Per merito suo ho imparato a cucinare il pesce in più maniere. Penso che abbia conquistato la suocera con i suoi “brodetti”istriani, le “sardelle in savor” e i “sardoni alla marinata “.

Quando vado a Grado, rivedo mia madre aggirarsi nelle calli della città vecchia, nei pressi del porto. Amava veder arrivare i barconi dei pescatori e comperare il pesce ancora guizzante.

Per molti anni è venuta in vacanza con me e la mia famiglia a l’Isola del sole ed era felice. Sedeva sul lungomare, sempre all’ombra per paura di scottarsi e lavorava all’uncinetto. Lo sciabordio dell’acqua contro gli scogli le suscitava dolci ricordi e le dava allegria.

I miei figli l’adoravano e la chiamavano “Nonna Sprint” per la sua bravura nel nuotare e per la sua vitalità. Veniva spesso a trovarci a Udine, dove abito da anni, e portava sempre il buon umore nella mia famiglia.

Mio marito le era molto affezionato e, sapendo quanto desiderasse rivedere l’Istria e il suo mare un giorno decise di organizzare un viaggetto in quelle terre; era il mese di giugno del 1970. Accolsi con gioia la notizia perché anch’io fin da bambina, sognavo di andare a visitare i luoghi che mia madre spesso decantava.

Quante volte avevo sentito nominare Fiume, Abbazia, oppure Cherso e Lussinpiccolo, isole da lei frequentate e amate per la bellezza della vegetazione, per il candore della spiaggia e per il blu del mare. Mi raccontava anche che, secondo una leggenda popolare, la dea Venere aveva scelto di trascorrere là la stagione invernale. Mi parlava anche di Medea e Giasone, della maga Circe e di altri personaggi mitologici che in varie epoche abitarono nel golfo del Quarnero. . .

Ricordava le feste che i ricchi signori viennesi organizzavano in quei luoghi durante le vacanze estive per la musica che si espandeva nell’aria al ritmo di valzer e per le carrozze che trasportavano gli invitati che la facevano sognare castelli dorati e principi azzurri.

Purtroppo, il viaggio in Istria non fu piacevole come supponevo. Se da un lato la bellezza della natura mi incantava, l’abbandono dei monumenti romani e veneziani che caratterizzano le cittadine, che furono italiane, mi lasciarono dell’amaro in bocca. Negli anni ’70 il turismo non aveva ancora portato il benessere in Croazia per cui sembrava che il tempo si fosse fermato alla fine della guerra. Giunti alla tanto amata Parenzo, notammo poca gente per le strade, molte case disabitate, occhi puntati su di noi, diffidenza quando parlavamo in italiano. Solamente in un ristorante lungo il mare ci siamo sentiti a nostro agio; i proprietari erano gentili e non si mostrarono intimoriti a conversare nella nostra lingua.

Di quel giorno, ricordo il volto di mia madre quando rivide la sua casa in via Valerio Gilaco: un palazzetto con le finestre ad archi acuti in stile veneziano, chiuso con una spranga di ferro, in stato di abbandono. I suoi occhi erano umidi di lacrime che non volevano scendere e dopo un breve ma intenso sguardo, si rivolsero altrove. Forse rincorrevano visioni del passato quando dai balconi scendevano cascate di gerani colorati e nelle stanze c’era la vita.

In fondo alla via, un vecchio con il volto cotto dal sole, fumava una sigaretta seduto su una sedia impagliata. Quando ci vide passare alzò lentamente lo sguardo su di noi. Mia madre gli chiese se avesse conosciuto la famiglia che prima della guerra aveva la rivendita di giornali in quella via. Dopo un lungo silenzio : “Sì me ricordo de Maria ma non so dove la sia finida, non la go più vista dopo el ribalton…” le rispose quasi sottovoce l’uomo che ci confidò di essere stato un pescatore.

“Mi son una dei suoi fioi” disse mia madre” e si intrattenne per alcuni minuti a parlare con lui.

Si lasciarono dopo essersi stretti la mano, in silenzio. Mi sembrò che ciascuno volesse lasciar chiusi nel proprio cuore i ricordi di un tempo felice che non sarebbe più ritornato.

In quella via silenziosa e deserta, mia madre aveva trovato un brandello del suo passato: un uomo che, pur non avendo lasciato il suo paese durante la dominazione iugoslava, non aveva rinnegato la parlata istroveneta né la sua anima italiana. Si poteva definirlo “un esule in patria”

Più volte mi sono chiesta : è stato un bene o un male portare mia madre a Parenzo?

Avevo l’impressione che si fosse trovata a caccia di fantasmi.

Quando alla notte mi sveglio e stento a riprendere il sonno, penso sempre più spesso a chi non c’è più. Ieri, mentre fissavo il buio, riflettevo: dov’è finita la voce di mia madre che mi consigliava quando mi trovavo in difficoltà, il suo viso sorridente, il suo profumo, il suo caldo abbraccio?

Se chiudo gli occhi mi sembra che sia ancora qui. Eccola là in terrazza mentre pulisce, sfoltisce, rinvasa i suoi fiori multicolori. Le sono accanto quando, seduta in poltrona, lavora all’uncinetto o ai ferri e mi crogiolo nel ricordo dei giorni felici trascorsi assieme.

Sono convinta che dal paradiso mi stia guardando e proteggendo e mi addormento serena.

Purtroppo, a volte mi torna alla mente anche il triste periodo della sua malattia. La vedo dimagrita e sofferente e risento queste parole:- Mariateresa, non potrò più vedere il mare. Non potrò più venire a Grado con voi, la “bestia” mi sta distruggendo.-

Ricordo che la consolavo incoraggiandola a reagire confidando in Dio e nelle terapie che le erano state prescritte. “La cura funziona” avevano detto i medici a mio padre e io mi ero aggrappata a questa promessa piena di incognite, sperando che tutto sarebbe andato per il meglio. Lei sembrava rasserenarsi, ma ora so che mentiva a se stessa e a me. Quando andavo a trovarla, mi parlava con tono pacato e nostalgico, mi abbracciava stretta stretta e io mi annullavo in lei cercando di non farle vedere il mio viso gonfio di pianto.

Sono trascorsi quasi trent’anni dalla sua morte ma il suo ricordo è senza tempo.

Oggi come in passato cerco il volto di mia madre, la tenerezza del suo sguardo, il calore delle sue mani, il profumo della sua pelle, il suono della sua voce e mi accorgo che anno dopo anno i ricordi sbiadiscono sempre più.

Per rivedere la sua immagine giorni fa sono andata sul lungomare di Grado e mi è parso di vederla nuotare tra le onde. Mi sono seduta su uno scoglio per non perderla di vista. Ad un tratto non l’ho vista più e istintivamente ho pensato agli innumerevoli isolotti che emergono e scompaiono più o meno lentamente nelle acque della laguna e al mutare delle maree. Mia madre è qui, dissi tra me, sono convinta che sia felice di far parte di questo paesaggio che non fa pensare alla fine delle cose ma alla loro naturale metamorfosi.

Teresa Paoletto

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