L’urna di latta bianca

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“E’ tutta colpa mia” disse Gladys, posando i palmi delle mani aperte sulla scatola di latta che aveva adagiato sulle sue gambe, dopo essersi seduta nella Robocar per tornare a casa con suo marito.

Elvis, seduto accanto a lei al posto di guida, mentre la capsula aerodinamica sfrecciava attraverso le corsie metalliche sospese in mezzo agli edifici della città, la guardò con l’aria rassegnata e per nulla sorpresa. Sua moglie aveva adesso un’espressione di grande tranquillità dipinta in volto, anche se venata da una profonda tristezza. Quindi, era opportuno lasciar cadere il discorso, almeno per il momento: l’iniezione calmante che le avevano praticato un’ora prima al Ministero dell’Istruzione, poco dopo aver dato loro la brutta notizia, aveva già fatto il suo effetto su di lei. Un’ora fa a Gladys era sfuggito un urlo di bestia ferita, dopo che la Responsabile del Servizio Educazione Primaria aveva comunicato loro che Nicholas, il loro bambino di nove anni, non aveva superato l’esame di rito; ragion per cui era stato necessario eliminarlo, come da prassi. Alla sua reazione incontrollata, la funzionaria impassibile aveva fatto un gesto con la mano e subito delle cinghie si erano strette intorno al corpo di Gladys e l’avevano immobilizzata sulla sedia, mentre lei aveva tirato fuori da un cassetto della sua scrivania tutta bianca una siringa già pronta all’uso e si era catapultata su Gladys, per iniettarle sull’avambraccio destro quel farmaco che l’avrebbe tenuta calma e tranquilla, almeno fino all’indomani mattina.

Elvis, invece, aveva accusato il colpo da vero uomo. Dopo l’iniezione praticata a sua moglie, si era limitato a chiedere cosa fosse accaduto. Insomma, cosa non avesse funzionato nell’educazione di Nicholas. Domande alle quali la Responsabile aveva risposto in modo laconico: “Intelligenza superiore alla media… Quoziente intellettivo di gran lunga superiore ai canoni stabiliti dal Governo centrale, a garanzia del Quieto Vivere Civile”.

“Ci sarà concessa un’altra possibilità?“ aveva chiesto Elvis, sfiorando istintivamente la mano inerte di sua moglie con la sua, ma ritraendola subito.

“Potete farne richiesta, se volete; ma per voi sarebbe già la terza volta. E… lei, Signor Wilson, si renderà conto che, visti i fallimenti educativi precedenti, ci potrebbero essere delle difficoltà a ottenere una nuova autorizzazione a procreare” aveva risposto la donna in camice bianco.

Elvis si era irrigidito, aveva guardato Gladys e aveva ripreso coraggio: “Sono certo che la prossima volta andrà tutto bene. Spero che il Governo centrale abbia ancora fiducia in noi e che ci conceda un’ultima possibilità”.

C’era stato, quindi, un lungo attimo di silenzio, in cui il volto impassibile della Responsabile era sembrato a Elvis come attraversato da pensieri in conflitto fra loro. Ma forse era stata solo una sua impressione: doveva essere un robot di ultima generazione, di quelli che si possono anche scambiare per esseri umani, se non fosse per quella freddezza tagliente… Intanto, seduta al suo fianco, Gladys continuava a tacere e a respirare regolarmente: sembrava tranquilla e consenziente, ma poco coinvolta nella discussione.

“Ha detto bene” aveva precisato alla fine di quel lungo silenzio la donna vestita di bianco, “per voi sarà la terza e ultima volta; anche perché sua moglie ha già trentanove anni e, se dovesse fallire anche l’esame del vostro terzo figlio, fra dieci anni, per lei sarebbe fisiologicamente troppo tardi per tentare ancora una volta”.

Poi la donna-robot aveva fatto apporre il polpastrello dell’indice destro di Elvis su certe schede contenute in un piccolo monitor e gli aveva ricordato che, come già accaduto la volta precedente, esattamente dieci anni prima, lui e sua moglie avrebbero potuto procedere con una nuova inseminazione, non prima dei tre mesi necessari per elaborare il lutto, attingendo ovviamente alle scorte del seme di Elvis ancora disponibili al Ministero della Procreazione.

Prima di andare via, la coppia aveva dovuto ritirare all’Ufficio Smaltimento, dietro il pagamento di cinquanta dollari per le spese governative, l’urna di latta bianca col sigillo del Governo centrale, contenente le ceneri di Nicholas.

La Robocar sfrecciava ancora, sfiorando appena il nastro metallico sospeso a mezz’aria fra gli edifici. La città era illuminata a giorno da grandi pannelli colorati: delle immagini tridimensionali che si visualizzavano, venendo fuori come dal nulla, sospese a ridosso delle facciate delle costruzioni grigie. In tutte quelle immagini c’era sempre, e replicato all’infinito, il volto del Presidente del Grande Mondo Unito, col suo sorriso smagliante e l’indice della mano destra rivolto a mo’ di monito verso i suoi concittadini. Ammesso e non concesso che qualcuno avesse voluto, nessuno avrebbe mai potuto fare a meno di vederli: né quel mezzobusto rubicondo in t-shirt bianca, né tantomeno i balloon disegnati al di sopra di esso, ognuno dei quali recava scritta in bella evidenza una a caso delle dieci direttive del Decalogo per il Buon Funzionamento della Società Civile…

“Non fate sesso”, c’era scritto nella vignetta più ricorrente.

Finalmente la capsula metallica si fermò davanti alla porta d’ingresso della casa dei coniugi Wilson. Elvis aiutò Gladys a scendere dalla Robocar, non prima di averle tolto dal grembo la scatola metallica bianca con le ceneri di Nicholas. Un grande pannello con l’immagine tridimensionale del Presidente si era materializzata poco discosto, a un centinaio di metri dalla loro cellula abitativa. Dentro la nuvoletta c’era scritto a chiare lettere: “Non vi abbracciate”.

Appena furono entrati in casa, Elvis posò subito l’urna sopra la mensola dell’ingresso, proprio accanto all’altra urna, quella di Thomas, anch’essa ugualmente bianca. Poi sorresse Gladys fino alla sua camera.

Era un’unità abitativa uguale a tutte le altre, con tre piccole camere da letto, una per ogni membro della famiglia, e un piccolo spazio comune attiguo all’ingresso, in cui si poteva, non certo soggiornare o mangiare insieme, ma a malapena sostare in piedi per pochi minuti, giusto il tempo di salutarsi prima di uscire o rientrando in casa, in ossequio alla quinta direttiva del Decalogo: “Non create assembramenti”.

Gladys dormì nella sua camera per tutta la notte di un sonno profondo. Elvis approfittò di quel momento di calma artificiale procuratole dai farmaci, per rimettere in ordine i propri pensieri: cosa aveva voluto dire sua moglie, addossandosi tutta la responsabilità del loro fallimento educativo?

Alla fine, dopo aver guardato il videogiornale governativo tridimensionale, materializzatosi al centro della sua camera, prese sonno anche lui.

La mattina dopo, quando aprì gli occhi, trovò sua moglie seduta sul suo letto, troppo vicina a lui. Balzò a sedere allarmato, gridandole: “No, non devi stare qui..! Non possiamo stare così vicini!” e le indicò una sedia appoggiata alla parete di fronte. Lei, invece, non si alzò dal letto e si limitò a spostarsi lungo la sponda di esso, fino al punto più lontano dal viso di lui, accanto ai suoi piedi.

“Dobbiamo parlare… ti prego non mandarmi via… Forse, dopo quest’altro fallimento, è importante che tu e io ne parliamo”.

Elvis non aveva nessuna fretta di alzarsi quel giorno: visto e considerato il lutto, gli spettava un giorno di riposo dal lavoro, per riprendersi dal trauma e rinfrancarsi lo spirito. E poi, aveva una grande curiosità di quello che Gladys volesse rivelargli. Rimase, quindi, seduto nel suo letto e la invitò a parlare.

“E’ tutta colpa mia, Elvis… Non avrei dovuto interferire nell’educazione di Nicholas”.

“Lo abbracciavi, vero…?” chiese Elvis, con l’aria imbarazzata e, come rispondendo a sé stesso: “Ne avevo il sospetto; avrei dovuto capirlo e impedirtelo in tempo”.

Lei annuì con gli occhi umidi. Lui ebbe paura per un attimo che lei potesse abbandonarsi a uno sfogo emotivo e guardò istintivamente la mensola di fronte al letto, dove un pacchetto di farmaci era sempre pronto per ogni evenienza. Lei colse quell’andirivieni di sguardi e lo rassicurò: “Tranquillo, non ho bisogno di un’altra iniezione”.

Poi lei iniziò a parlare e fu come un fiume in piena, mentre gli raccontava di come Nicholas fosse avido di abbracci e di carezze, sin da piccolissimo, e di come lei non avesse potuto, né voluto, resistere alle sue continue richieste di contatto fisico; e di quanto anche lei, tutto sommato, avesse lo stesso bisogno di lasciarsi andare a quelle manifestazioni materne, anche se perfettamente consapevole che fossero proibite, ai fini del Quieto Vivere Civile. E, non lo diceva per giustificarsi, ma questa sua debolezza era dovuta, forse, alla precedente esperienza drammatica vissuta quando aveva dovuto rinunciare a Thomas.

“Abbracciavi anche Thomas… vero?” le chiese Elvis, aspettandosi il peggio.

“No! Lui, no… Non l’ho mai fatto con Thomas, te lo giuro! Ero dieci anni più giovane con Thomas e avevo più forza di volontà!”.

“E allora…? Con Thomas, dove abbiamo sbagliato? Cosa è andato storto, se è cresciuto, almeno lui, col dovuto distacco?”. Elvis inghiottì un grumo di commozione e insieme di rabbia.

Gladys non aveva ancora finito di vuotare il sacco.

“Thomas era diverso: lui non cercava carezze… Lui voleva parlare, voleva sapere tutto, voleva conoscere il passato. Non gli bastava quello che imparava alla Didattica governativa. E la sera, quando tu già dormivi, mi chiamava spesso nella sua camera. E io, allora, gli raccontavo tutto ciò che ricordavo”.

Adesso Elvis era veramente a disagio. Indispettito con sé stesso per non avere saputo capire in tempo utile ciò che stava accadendo in casa sua; la tragedia che vi si stava consumando, mentre lui pensava solo al lavoro e tornava a casa quasi soltanto per dormire.

“Ma, cosa puoi avergli raccontato tu, piccola stupida donna?”

Gladys, punta sul vivo, si alzò dal letto di suo marito e gli rispose: “Tutto quello che mi aveva raccontato mia nonna, trent’anni fa! Quando avevo nove anni…”.

E un nuovo fiume in piena le risalì dalle viscere e le uscì dalla bocca, mentre gli raccontava dei pomeriggi trascorsi in cantina con sua nonna, che le mostrava, di nascosto dal resto della famiglia, quei piccoli attrezzi didattici della sua età giovanile, che era riuscita a salvare dal Grande Rogo della Cultura Obsoleta, durante la Repressione del ’28. Libri… sì, è così che si chiamavano! Ed erano pieni di immagini a due dimensioni, ma bellissime, che mostravano foreste piene di alberi e animali sconosciuti, e fiumi e oceani colmi d’acqua limpida e trasparente. E poi, c’erano anche riproduzioni di immagini che sua nonna sosteneva fossero state generate dalle mani di uomini straordinari dell’antichità: alcune, quelle che l’avevano colpita di più, mostravano un uomo inchiodato mani e piedi a una croce… E, in altre, la madre triste che lo reggeva da morto, adagiato sulle sue gambe. E, ancora, lo stesso uomo ritratto quando risorgeva dalla morte.

“Stupidaggini!” urlò Elvis, “e tu, hai osato raccontare queste idiozie a Thomas?”.

Gladys smorzò un poco la foga del suo racconto e, senza rispondere alla domanda del marito, proseguì: “E poi, c’erano anche le canzoni che mia nonna mi insegnava… canzoni del secolo scorso. Ce n’era una che mi piaceva tanto e che piaceva anche a Thomas”.

“Quale maledetta canzone?” chiese Elvis, stringendo i pugni.

“Si chiamava Imagine… La cantavo a Thomas, per farlo addormentare”. Gladys adesso aveva gli occhi pieni di lacrime, ma le ricacciò dentro e riprese il filo del racconto: “Finché un giorno mio padre ci scoprì in cantina e portò via a mia nonna quei suoi libri. La denunciò e la fece rinchiudere in un ospizio per anziani: né io né mia madre riuscimmo a fargli cambiare idea. E mia nonna morì un anno dopo, già settantenne, rinchiusa in quella clinica, durante la terza pandemia… Era il 2033, te lo ricordi?”

“Certo che me lo ricordo”. Elvis sembrava quasi sul punto di commuoversi: “Morirono i tre quarti di tutta la popolazione del mondo. E, soprattutto, tutti i vecchi con più di cinquant’anni di età”.

Anche lui era poco più di un bambino all’epoca, ma se lo ricordava bene quello che era accaduto dopo la terza pandemia, la più terribile. Ci furono grandi disordini in tutto il pianeta, guerre globali, incendi apocalittici, invasioni di topi e di cavallette; e migrazioni di nazioni intere, decimate e ridotte in rovina. In quella catastrofe una nazione su tutte era riuscita a prendere il controllo della situazione mondiale: era quella che deteneva il monopolio dell’Intelligenza Artificiale e della Grande Industria del Farmaco. Il suo Presidente, avvalendosi della fedeltà dei robot di penultima generazione, aveva riunito sotto il suo comando tutta l’umanità superstite, resa ormai assolutamente immune da qualsiasi malattia virale, e costituito il Grande Mondo Unito. E lo aveva sottoposto al rispetto di poche, semplicissime regole, valide per tutti e sufficienti a garantire, finalmente, il Quieto Vivere Civile.

Nessuno lo aveva mai visto e correva voce che fosse un robot anche lui e che abitasse, assieme al personale necessario a governarla, in una specie di astronave piena di foreste e fiumi e di animali estinti, che orbitava attorno alla terra. Ma, ovviamente, era solo una leggenda: lui era sempre presente in ogni angolo del Mondo, a ricordare le sue dieci regole di buona convivenza, con quel sorriso stampato nel faccione e con quel dito indice puntato in avanti.

“Perché mi hai raccontato tutte queste cose, Gladys? Cosa ti aspetti che io faccia?”.

“Perché voglio farla finita, Elvis… Domani andrò via da questa casa.”

“Ma non avrai scampo! Hai infranto la metà delle regole e io sarò costretto a denunciarti: è la decima regola, l’hai dimenticata?”.

“Fai quello che devi fare, Elvis… Male che vada, vorrà dire che metterai un’urna nera accanto alle due bianche dei nostri bambini”. E, mentre pronunciava queste parole, Gladys si era avvicinata pericolosamente a Elvis, come se minacciasse di abbracciarlo.

Per lui le sensazioni erano state troppo forti nelle ultime ventiquattr’ore… Anche per un vero uomo, rispettoso delle regole governative e avvezzo all’autocontrollo e alla disciplina delle emozioni, era davvero troppo. Elvis si trovava ora in una situazione che mai avrebbe potuto immaginare fino a un giorno fa: combattuto fra la rabbia che provava per quella donna, che scopriva artefice del suo fallimento sociale, e il desiderio che sentiva crescere dentro di sé di abbandonarsi, fosse anche una volta soltanto, a un abbraccio estremo che potesse confortarlo e, persino, ricompensarlo di tante privazioni e bocconi amari ingoiati.

Non riusciva a venirne a capo: l’amore materno aveva inquinato la personalità di Nicholas; ma allora con Thomas, dieci anni prima, la doverosa assenza di affetto avrebbe dovuto funzionare meglio… Ma certo, se non fosse stato per la pericolosa memoria del passato che Gladys gli aveva insinuato, contravvenendo alle prime due direttive del Decalogo.

“Coraggio, Elvis… fa’ quello che devi fare. Da domani io non ci sarò più e tu, una volta rimasto solo, una volta addossate su di me tutte le colpe, potrai anche pretendere dal Governo che ti conceda una nuova moglie, magari di vent’anni più giovane di me, che non abbia memoria del passato… E, soprattutto, che non abbia mai conosciuto dei vecchi nati cent’anni fa che glielo abbiano potuto raccontare”.

Era troppo, decisamente troppo. Elvis, alla fine, ruppe gli indugi e vinse tutte le resistenze che gli si erano aggrovigliate in corpo nel corso di due decenni di vita in comune. Si avvicinò a Gladys e la abbracciò.

E così, infransero insieme anche la settima regola.

E fecero l’amore, per la prima volta.

Brigida Fagone

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