L’uomo delle camicie

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Quasi per caso, la mia attenzione è stata attratta, da quello che ho finito poi per battezzare “l’uomo delle camicie”.

 Di media età, non molto alto, leggermente pingue, con lunghi capelli lisci che gli scendevano nel colletto della camicia, portava spesse lenti cerchiate in metallo. La sua espressione, nel complesso non molto intelligente, non gli impediva di continuare a levare, di tanto in tanto, e quasi con regolarità, lo sguardo, al fine di guardarsi nello specchio di fronte.

 L’abbigliamento, per nulla ricercato: un logoro abito in fantasia chiara, mostrava, sotto la giacca aperta, la cintura con la fibbia leggermente spostata a sinistra. La camicia, con il primo bottone aperto, si addiceva solo molto relativamente al resto; la giacca presentava, inoltre, nella parte retrostante, in basso, una grande macchia verdastra, frutto d’incuria se non di sporcizia.

 Con un senso di compiacimento, il nostro continuava ad aggirarsi intorno alle camicie, che facevano, nei banchi, bella mostra di sé, e non una ve n’era che non fosse presa in considerazione, e sollevata e rigirata dalle sue mani, badando, però, con una certa meticolosità, a non toccarle con l’unghia del mignolo, lunga qualche centimetro in più rispetto alle altre.

 Costui non è, comunque, il solo “uomo delle camicie”, ve ne sono infatti infiniti altri, come infiniti altri sono “gli uomini dei dischi”, quelli “dei libri”, “delle pipe”, “dei palloni”, “dei dolci”… Chissà se “l’uomo delle camicie” non è stato ieri o non sarà domani “l’uomo dei dolci”, “dei libri” o “dei palloni”, come chissà se “l’uomo dei palloni”, “delle pipe” o “dei dischi” non è stato ieri o non sarà domani “l’uomo delle camicie”.

 Quanto più grande è una città, tanto maggiore è il numero dei grandi magazzini, tanto maggiore quello degli uomini.

Gennaro Annoscia

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