Luisa Ghini

Lo stagno incantato

Il piccolo laghetto si era formato per le continue piogge in un avvallamento del terreno di quella zona un po’ paludosa. Aveva attorno una boscaglia di canne che lo nascondeva agli occhi della gente. Il fondo era melmoso ed era popolato da tranquilli ranocchi, panciuti rospi e bisce striscianti. Sul margine destro c’era un bell’albero frondoso che lo riparava dal sole delle giornate estive, così calde in quell’angolo di campagna.

Laudino era stato il primogenito di una coppia di giovani sposi. Erano felici tanto di diventare genitori e, quando lui nacque, rimasero sconfortati nel vedere che quel minuscolo esserino aveva qualcosa di diverso dagli altri bambini. Qualcosa di… strano. I medici dissero che si trattava di una non so quale malattia rara, per cui la pelle dell’intero corpo non aveva pori e, di conseguenza, non traspirava. E neanche un pelo poteva crescerci. Il brutto era anche che pareva incartapecorita, tutta lucida e tesa come fosse bruciata. Non c’erano cure per questo; unica precauzione non stare mai al sole e poco anche all’aria aperta, perché i raggi, si sa, filtrano ovunque.

I genitori in un primo momento si disperarono, poi dovettero accettare la disgrazia di questo figlio e si ripromisero di farne altri ancora. Gli altri fratelli nacquero fortunatamente normali e Laudino aiutava i genitori a crescerli. Stava sempre in casa a pulire e badare ai fratellini. Per lui niente lavori nei campi, ma doveva accudire anche, a determinate ore, agli animali: dava da mangiare a oche e galline, puliva i conigli e pensava ai maiali.

Il ragazzo, nel crescere, era anche peggiorato, poiché anche i muscoli del viso non si erano sviluppati come normale. Sotto quella pelle di cartapesta bruciata, il suo volto appariva scarno come un teschio. La mancanza di capelli, ciglia e sopracciglia faceva il resto e il risultato era un aspetto orrido che faceva paura a guardarlo.

Laudino aveva accettato la sua condizione come una fatalità, non si ribellava. Solo gli pesava stare quasi sempre chiuso in casa, nascosto. Quando era libero, guardava il mondo fuori, seminascosto accanto a un angolo della finestra di cucina e quando i vetri si appannavano, con la mano puliva e continuava a sbirciare. La finestra dava sul sentiero sterrato che passava accanto alla casa e la collegava ad un’altra abitazione qualche centinaio di metri oltre, dopodichè la strada terminava. Di lì passavano carri trainati da buoi, trattori e anche le persone che vi abitavano.

Lui vedeva i ragazzi di quelle case andare e tornare da scuola ogni giorno e li guardava incuriosito. Sapeva i loro nomi, ma non vi ci si era mai avvicinato, perché non lo lasciavano andar fuori. Lui doveva stare in casa, un po’ per via del sole, parecchio per vergogna. Ma lui non avrebbe avuto vergogna: in fin dei conti non era colpa sua se era nato così! Però ubbidiva e stava sempre rintanato in casa, accanto alla finestra. Anche i suoi fratelli andavano a scuola. Lui no. Non sapeva né leggere, né scrivere. Guardava i loro libri e le immagini lo facevano sognare un mondo e delle cose a lui del tutto estranee.

Laudino si era abituato a quella reclusione e viveva sereno nel suo piccolo mondo, dove gli amici più cari erano gli animali del cortile che gli andavano incontro, facendo versi di gioia, tutte le volte che lui gli portava da mangiare. E lui, contento dell’accoglienza, chiamava tutti col nome che gli aveva trovato e parlava con loro mentre mangiavano contenti. Poi di nuovo si rifugiava in casa a sbrigare le faccende, mentre gli altri erano fuori a lavorare e studiare. Lui stava volentieri anche in disparte. L’unico vero svago che si concedeva alla fine della giornata, appena il sole cominciava a calare, era uscire fuori, attraversare il campo davanti a casa per arrivare fino allo stagno delle rane.

Lì, nelle giornate estive, stava anche qualche ora, seduto sul terreno di fanghiglia, seminascosto dalle canne. Gli piaceva tanto quello specchio d’acqua che si insinuava nel verde di quei luoghi. Talvolta lo stagno rifletteva il verde della natura intorno, altre era più marroncino, ma a Laudino piaceva tanto la magia che emanava, così tranquillo con quelle acque ferme, col solo gracidio delle rane. Queste saltellavano da un sasso affiorante all’altro, si rincorrevano, spassandosela fra di sé. Lui le seguiva con lo sguardo e ascoltava il rumore dell’acqua quando queste vi si tuffavano allegre. A loro aveva dato dei nomignoli di fantasia, anche se non sempre era sicuro di indovinare quello giusto perché si somigliavano troppo. Si rilassava in questo luogo e poi tornava appagato a casa, alle sue abitudini.

Una mattina di ottobre, durante i primi giorni di scuola, vide passare sul sentiero due fanciulle che probabilmente abitavano nella casa sotto la sua. Andavano a scuola, con la cartella in mano e lui aveva intravisto due bei fiocchi rosa al colletto del grembiule, sotto la giacca. Una era castana e l’altra aveva due belle trecce bionde. Il ragazzo aspettò il momento che fossero rincasate, per vederle meglio in faccia. Ebbe una folgorazione quando vide il bel musetto vispo di quella con le treccine. Aveva un sorriso così radioso e allegro che solo sentirla, gli faceva smuovere qualcosa dentro. Chissà come si chiamava la biondina?

Giorno dopo giorno, Laudino, dietro l’angolo della finestra, aspettava che passassero e seguiva le loro mosse nel breve percorso che poteva osservare. Quella ragazza gli piaceva, gli metteva gioia come mai nessuno gli aveva fatto provare e si sentiva attratto da lei. Ogni qualvolta pensava a lei, immaginava di presentarsi e proporle di andare insieme al laghetto a conoscere le sue amiche ranocchie. Sicuramente le sarebbero piaciute! No, le galline e i maiali non glieli avrebbe fatti vedere: troppo vicini a casa, poi magari i suoi avrebbero voluto mettere bocca. Lui voleva stare solo con lei e farla entrare nel suo segreto mondo di fantasia, tutto racchiuso in quello stagno popolato di esserini a cui lui aveva dato un’identità e una connotazione precisa.

I mesi passavano e si era nel pieno del freddo. Le ragazzine passavano ancora tutte incappucciate davanti casa sua, ma andavano di fretta e non si erano forse mai accorte della sua discreta presenza dietro la finestra.

Un bel giorno Laudino vide andare a scuola quella che gli piaceva, questa volta da sola. E, miracolo, non aveva niente in testa, bensì dei bellissimi capelli biondi sciolti sulle spalle. Mentre lei camminava, i capelli si muovevano sinuosamente a ogni passo e quei lunghi boccoli erano i più belli che lui avesse mai visto! Era scioccato da questa visione e la seguì con lo sguardo incantato, fino a che non scomparve dietro la curva.

Laudino era molto emozionato e non vedeva l’ora che ritornasse; così avrebbe potuto ammirare il suo bel viso in quella incredibile cornice che aveva il colore del grano maturo e si muoveva come quando fra le spighe alita leggero il vento. Ed ecco che nel pomeriggio la ragazzina ripassò. Laudino era solo in casa, tutto agitato per l’emozione. Decise: ora o mai più. Velocemente corse verso il portone, lo aprì e piombò davanti casa, vicino al sentiero, a pochi passi dalla fanciulla. Lei che camminava spedita, pensando forse ai compiti da fare, si arrestò un attimo quando lo vide vicino a sé, sorpresa. Laudino abbozzò uno dei suoi migliori sorrisi, che raramente sfoderava e socchiuse un po’ quegli occhi nelle orbite incavate, abbassò leggermente le palpebre senza ciglia e tese una mano. La ragazza ebbe un attimo di smarrimento, portò la mano alla bocca come a soffocare un’esclamazione di disappunto e fuggì via spaventata. I suoi bei capelli biondi sobbalzavano, mentre lei correva. Ma chi era quella specie di mostriciattolo con la pelle scura e grinzosa che le era corso incontro?

Laudino era rimasto impietrito sull’aia, con la mano ancora tesa, incredulo di fronte a tale reazione. Aveva spaventato quella bella ragazza e ne era profondamente dispiaciuto. Era arrivato accanto a lei troppo in fretta e lei si era spaventata, ma non aveva capito che le sue intenzioni erano amichevoli…

Lui si sentiva in colpa e pensava già come fare una prossima volta ad avvicinarla. Il suo cuore era ferito dall’atteggiamento di lei e non se ne capacitava. Da allora cominciò a pensare a lei giorno e notte, alle parole per scusarsi e al modo per convincerla a non avere paura.

Per sfogarsi correva allo stagno e raccontava alle sue amiche rane l’accaduto, lamentando con loro la sua dabbenaggine e imbastendo future strategie. Lui voleva portarla lì, in quel luogo magico riparato dal mondo e farla entrare nei suoi sogni… Niente altro.

Un brutto giorno la mamma ed il babbo lo chiamarono e, cingendogli le spalle, gli dissero che era meglio non avesse dato più noia alle ragazze che passavano.

“Noia, ma io non ho mai dato noia a nessuno..”

“Si, certo. Ma tu evita ugualmente di parlarci.. Hai capito??”

Laudino era rimasto di pietra a quelle parole: lui aveva ben altre intenzioni, ma non osava dirlo apertamente.

“Perché. Perché fraintendete tutti?” pensava.

E si sentiva arrabbiato e impotente. Ormai non parlava più con nessuno, neanche con i suoi amici animali; ormai era sopraffatto dai pensieri tristi.

Poi venne il giorno che la ragazza bionda non passò più di lì a piedi. I suoi avevano un’utilitaria e l’accompagnavano a scuola con quella. Così non l’avrebbe potuta vedere neppure per quei brevi momenti.

Laudino sentì una stilettata di ghiaccio dentro di sé e vide un improvviso calare di tenebre sul palco del suo amore.

Erano ormai troppi giorni che non poteva più vederla. Si rabbuiò ancora e allora capì. Capì che per lui certe cose sarebbero state sempre impossibili. Capì che lei non sarebbe mai andata con lui allo stagno.

Ormai non ragionava più: era disperato.

Alla fine di un pomeriggio ancora invernale tornò a trovare consolazione allo stagno, pur senza l’entusiasmo di prima. Lì si sentiva protetto, circondato dalle canne, di fronte a quell’acqua ferma e verdastra che lo affascinava, sotto il grande albero che lo riparava sempre dalla luce.

Il suo cuore era un tumulto di sentimenti e, senza accorgersene, si incamminò vestito nell’acqua gelida. Il suo cervello rintronava di voci e suoni mentre sentiva le scarpe affondare sempre di più ad ogni passo nella fanghiglia melmosa.

Laudino non ne poteva più e gli piacque lasciarsi andare al gelido abbraccio dell’acqua, che diventava sempre più fonda, sempre più avvolgente… mentre le rane avevano smesso di gracidare…

Luisa Ghini