Matthew Licht

Lezioni di danza

Lontananza e segretezza ci costrinsero a tenere al minimo i contatti. Le telefonate partivano sempre dallo stesso apparecchio. La chiamai. “Salve,” dissi. “Sarò nella tua città venerdì pomeriggio.” Voleva dire che aveva diversi giorni per organizzarsi. Faceva vari lavori a tempo perso, e gli orari erano flessibili. Suo figlio stava finendo il liceo. Mi aveva mandato diverse foto di questo giovane prestante che intendeva arruolarsi in polizia. Sua figlia, che lavorava alla mensa di un ospedale, se ne era andata di casa ma aveva deciso di non convivere col fidanzato. “Venerdì è il mio compleano,” disse lei. “Ah. Certo.” Non se la prese. “Decidi sempre tu cosa fare quando usciamo.” Cena o pranzo, poi l’amore. Oppure l’amore poi pranzo o cena. Mangiavamo in diversi posti, ma l’intimità avveniva nella sua claustrofobica macchina. “Hai ragione,” dissi, anziché mi dispiace. “Quindi questo venerdì tocca a me.” “Certo. Fantastico.” Il viaggio in treno sembrava più corto del solito. Il cielo era coperto di nuvole basse nel giorno più corto dell’anno. Lei non c’era ad aspettare sul binario. Sembrava un brutto presagio. La stazione dei treni della sua città è gigantesca, costruita per un traffico militare di cui ora ce n’è poca. Fantasmi in divisa avevano disertato il colosso. Aveva parcheggiato nel piazzale. La sua era l’unica automobile con dentro un essere umano. Si era concessa una nuova acconciatura, ora aveva i capelli corti e rossi. Sussultò quando bussai al finestrino. Sgommò via prima che ci potessimo salutare per bene. Guidò ancora più veloce del solito, e si fermò a ciò che sembrava un lotto libero nella zona del fatiscente porto industriale. “Auguri,” le dissi, appena spense il motore. “Oh. Grazie.” Sembrava essersene dimenticata. “C’è un altro posto in centro, ma non volevo incrociare gente che conosco. È un po’ imbarazzante.” Diversi sgradevoli scenari vennero proiettati sul parabrezza, che incorniciava un panorama di cemento e ruggine. “Volevo che imparassimo a ballare insieme,” disse. “Ho già pagato delle lezioni.” Abitava in un appartamento di sua proprietà, ma non aveva soldi da buttare via. “Ottima idea,” dissi. “Sai, ho sempre desiderato saper fare almeno un valzer decente.” Scendemmo dalla macchina ed entrammo in una struttura che ricordava una palestra di liceo, ma con le pareti specchiate. Ne spuntavano altoparlanti come trofei di caccia di un altro pianeta. “Siamo in anticipo,” disse. “Volevo portarti a bere qualcosa prima, ma poi ho cambiato idea.” “Forse non si presenterà nessun altro e ci daranno una lezione privata.” Il destino volle altrimenti. Entrò un’altra coppia, più anziana. Salutarono, e raccontarono di essere venuti a piedi, per digerire il pranzo. Si capiva che non erano grandi camminatori. Scossero i loro cappotti come se si fossero rotolati dentro mucchi di foglie morte strada facendo. Il vecchio sistemò gli indumenti sui ganci del vestibolo in ombra. Anche i maestri di ballo formavano una coppia, o perlomeno facevano finta di esserne una mentre lavoravano. Musica da ballo scaturì dalle casse acustiche per inondare la sala. I maestri apparvero da dietro un denso sipario di velluto color sangue arteriale. La maestra si mise in posa. Batté un tacco alto e gesticolò con le dita cià cià cià! Olé! “Loredana,” sussurrò, con voce da fumatrice. “Ernesto,” disse il suo collega dentone e impomatato, andandole incontro. “Signori, prendete le vostre compagne. Conducetele con naturalezza, e con grande delicatezza.” Ci mostrò come si faceva, con Loredana. La musica era calda e stranamente gradevole. La mia compagna si era messa i tacchi più alti che aveva. L’altra coppia erano allo stesso livello, oppure il tempo li aveva fatti incastrare. Furono stabilite delle orbite. Loro avevano la precedenza, vista la maggiore esperienza. Il signore anziano assunse serio la sua responsabilità. Voleva dare piacere a sua moglie, se la signora anziana tra le sue braccia era quella. La canzone senza parole cangiò in un altro brano strumentale. “Muovetevi in modo diverso,” disse Ernesto. “Ma senza che ci sia una transizione. Non vi dovete soffermare. Tenete salde le compagne con gli occhi, oltre che con le mani. Non sforzatele. Fluite dentro ai passi successivi.” Loredana aveva detto solo il suo nome, ma ciò bastava. Volava a ogni minimo tocco di Ernesto. La gravità era il suo schiavo. La guardai come se stessi cercando di imparare come faceva a muoversi così. “Che bello,” dissi, piano. Era vero. Non stavo pensando al solito sesso sul sedile posteriore della sua macchina prima di cena e l’ultimo treno. Lei si era persa in un sogno ad occhi aperti. Dopo la lezione, al buio, nella sua vettura parcheggiata sulla collina nera che sovrasta la città di porto, disse, “Stavi sperando che quella maestra di danza ci separasse per farti fare qualche giro della pista con lei.” “Forse,” dissi. “Scusa se ti ho pestato i piedi.” Le sue scarpe dai tacchi torreggianti giacevano sulla moquette della macchina. “Sei bravissima,” continuai. “Dovrebbero licenziare quell’Esmeralda e assumere te.” “Non fingere di esserti scordato il suo nome,” disse. “Però mi hai frainteso: è più della tua misura.” “Sono un vero disastro,” dissi. “Puoi migliorare, se vuoi.” Il mio lavoro segue una routine personale. L’altra mia vita era flessibile. I biglietti dei treni regionali costavano poco. Per qualche tempo i pomeriggi di artedì e giovedì erano riservati per le lezioni di ballo. Altre coppie partecipavano, dandosi il cambio, ma la coppia anziana della nostra prima lezione insieme erano allievi fissi e devoti. Lezioni di danza erano una componente importante della loro felicità, oppure delle tregue in una lunga battaglia. Alla scuola di danza non si socializzava. Le coppie non venivano mai separate. Una sera di primavera lasciammo la scuola di danza e andammo verso una spiaggia a nord della città. La mia compagna voleva guardare il tramonto. Non esistono turismo né naturismo da quelle parti. Teneva dei plaid dentro delle borse di plastica nel baule della macchina. “Grazie,” disse, mentre la luce andava dal rosa al rosso. “Sei migliorato. Siamo migliorati. Tutto mi sembra migliore.” Forse i movimenti erano più lisci, le mani più sicure, meno dita del piede schiacciate. “Ne sono contento,” dissi. Avrei dovuto esprimere molto altro, a voce alta. Si alzò, scosse qualche granello di sabbia dalla gonna. Piccoli gabbiani dalla faccia nera saettavano sulla linea dell’orizzonte, stridevano. “Possiamo provare senza musica, e senza Miss Loredana?” “Certo,” dissi, e mi alzai anch’io. Mi ero tolto le scarpe, lei no. Ci abbracciammo. Le onde ci diedero il segnale. Passò una nave da crociera. Slittava verso le isole. C’era musica da ballo a bordo, ma il vento la portava via e faceva brillare ancora più forte le stelle.

Matthew Licht