L’energia dell’Arcangelo Michele.

4.6
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“Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera”. Quel pensiero mi risuonava in testa da molti giorni. La frase, che intuivo essere ricca di significati, riusciva a essere fresca come l’insorgenza di un’idea ma finiva per rimbombare fastidiosa tra le pareti del cervello. Infine mi lasciava tregua per poi tornare con la stessa virulenza. Accompagnata da un sentimento d’ansia, si imponeva in modo insopprimibile e avevo fatto ricorso a diversi ansiolitici per cercare una via di fuga dall’ossessività del pensiero. Ero in un momento di tregua quando decisi di scendere nell’ampio giardino della villa in cui ero stato ospitato al solo fine di portare a compimento un lavoro di raccolta di memorie, una biografia di cui si era sentito parlare anche in alcune trasmissioni televisive di emittenti private locali.
Riparata da ogni sguardo, la villa troneggiava sulla collina adagiandosi su un parapetto naturale che offriva un bellissimo sguardo sulla campagna ordinata di quell’angolo fertile della Toscana centrale.
Sceso in giardino vidi subito il Professore che passeggiava sul bordo della piscina il cui fondo era oramai ricoperto da foglie secche, tipiche dell’autunno inoltrato.
“Buongiorno Professore”. Mi mostrai subito ben disposto.
“Buongiorno, buongiorno.” Rispose il Professore.
Mi si avvicinò.
“Credo che sia venuto il momento che ti racconti un fatto che credo possa essere determinante per la stesura della mia biografia”.
Non mi sorprese che quello fosse il momento. Erano diversi giorni che il Professore aveva fatto allusioni alla necessità di stringere i tempi per concludere il corpo centrale del proprio racconto. Mi invitò a sedermi sulla panchina in legno posta accanto all’ingresso della villa, sotto un loggiato sorretto da importanti colonne in muratura.
Mi accomodai e trassi un blocco note dal mio zaino in pelle.
Cominciò.
“Avevo poco più di venticinque anni ma mi ero laureato già da tempo. Si parla di oltre trent’anni fa. Era un periodo complicato dall’attesa di trovare una collocazione lavorativa o una scappatoia da quella. ”
Soddisfatto dell’immagine retorica della scappatoia prese il proprio pacchetto di sigarette e ne accese una. Le dita indice e medio della mano destra erano ingiallite dal tabagismo. Le unghie erano sporche. Le notai mentre il Professore, sbuffato il fumo dall’angolo della bocca, stava riprendendo il proprio racconto.
“Avevo assunto una discreta quantità di funghetti allucinogeni. Crescono in montagna a fine agosto, sugli altipiani alpini oltre i 1700 metri, sulle zolle di terreno che in precedenza erano il prodotto della presenza di pascoli bovini.”
Il soprannome Professore non gli derivava dalla professione che aveva lungamente esercitato ma dalla capacità di non scegliere mai le parole più semplici per descrivere fatti, eventi o situazioni. Pascoli bovini invece che mucche e prodotto invece che escremento erano due esempi di quel vezzo buttati nella stessa frase.
Smisi di concentrarmi sul suo caratteristico eloquio e tornai a occuparmi di lui, del suo racconto.
“Il viaggio allucinogeno non era partito. Nonostante avessi lungamente passeggiato nei boschi nei dintorni del paese dove abitava il tizio a cui ne avevo venduta qualche dose, gli effetti fortemente allucinogeni e psichedelici dei funghi non si erano fatti sentire. La percezione del tempo e dello spazio non avevano subito l’abituale alterazione. Anche l’ambiente circostante che avevo in passato percepito come in un sogno e le immersioni visionarie in mondi insoliti che tanto mi avevano affascinato tardavano a manifestarsi e avevo perso la speranza che l’effetto atteso potesse trovare spazio partendo dalla profonda introspezione che l’allucinogeno naturale regala ai propri adepti.”
Annotai i concetti sul blocco e sottolineai la parola adepti che mi sembrava particolarmente significativa.
“Il forte senso di unione con la natura era l’unico effetto che, però, pensai non essere indotto dal fungo ma dalla bellezza intrinseca dei luoghi in cui mi ero lungamente immerso in quel pomeriggio di fine inverno.” Accese un’altra sigaretta e sorrise. La nicotina lo distendeva.
“Fatto sta che discesi verso il paese, anche perché nonostante il tempo fosse clemente, non avevo voglia di farmi sorprendere dal buio mentre ancora mi trovavo nel bosco.”
A quel punto il volto del Professore si adombrò come fulminato da un pensiero malsano o, peggio, funesto.
“Fu in quel momento che qualcosa del viaggio psichedelico fece capolino da dietro l’angolo della mia razionalità. Provai la sensazione fisica di avere dentro di me una figura estranea. Era già successo in precedenti esperienze che sentissi qualcuno premermi contro il petto, salire alla gola. Ma quella volta riuscii a visualizzare l’effige del mio ospite indesiderato. Era mostruoso, con braccia corte e appuntite, gambe ruvide e pelose. Ebbi netta la sensazione che fosse un’allucinazione che venisse dall’interno. Ma la cosa che mi fece più paura era la consapevolezza che non sarei riuscito a scacciarlo, che avrebbe preso la residenza in me. Ero di fronte a un essere deforme che si aggirava nel mio subconscio come fosse casa sua.”
Il racconto suscitò in me una sensazione di viscido, di appiccicoso e provai un brivido il cui tremore non sfuggì al Professore. Prese fiato e, con soddisfazione per l’attenzione ricevuta e l’effetto prodotto, riprese a tessere la tela del proprio racconto.
“La sensazione di ineluttabilità e di arrendevolezza di fronte alla volontà espansionistica e invasiva del mostro è tra le esperienze più angoscianti che abbia mai provato. Neanche la galera mi avrebbe indotto quello stato di ansia infinita e di sgomento paralizzante, paragonabili a quelli che immagino avesse provato Teseo nel labirinto inseguito dal Minotauro. È quanto mai terrorizzante sapere della presenza invisibile di un essere crudele e deforme che dà la sensazione di potersi nascondere dietro un qualsiasi angolo dell’osceno intreccio del labirinto che solo un architetto sadico sarebbe stato in grado di progettare.”
Avevo già capito da tempo che lavorare sulla biografia del Professore avrebbe fatto chiarezza sui punti nodali di un’esistenza che si stava dimostrando, come alcuni avevano intuito, particolarmente insolita se non addirittura straordinaria. Il riferimento all’esperienza della prigionia e la simbologia richiamata del labirinto e del Minotauro confermavano la mia intuizione.
Il Professore si concesse un’altra sigaretta avendo prosciugato la precedente oltre il limite del filtro.
“Maledii i funghi allucinogeni e ciò sembrò rompere il sortilegio di cui ero stato vittima e prigioniero. I colori plumbei delle sfumature del cielo invernale e i rami nudi e secchi degli alberi mi garantirono un appiglio alla realtà che considerai essere il mio approdo sicuro dopo quel tempo infinito di lotta contro il mio avversario interiore. In realtà erano trascorsi pochi ma importantissimi minuti in cui avevo combattuto e infine vinto la battaglia contro il mio mostro personale. Fatto sta che in un attimo mi ritrovai appena fuori della cintura muraria medievale del paese.”
Intuii che non era ancora giunto al punto. Mi ero sbagliato pensando che fosse la descrizione della sensazione allucinatoria derivante dalla somministrazione del fungo il motivo del racconto che già così meritava un piccolo capitolo nella complessità della biografia del Professore.
“Buon giorno signori” Fummo interrotti “Eccovi i caffè” disse la donna che si presentò in divisa e con un grembiule la cui pettorina nascondeva la generosità del seno su cui mi ero più volte soffermato.
“Buongiorno Monica” dissi alzandomi in piedi in segno di rispetto. Allungai le mani sulle due tazzine di caffè, già cucinate con abbondante zucchero come piaceva al professore. Monica non accennò ad alcun sorriso, non dando peso alla mia manifesta cortesia e si allontanò da noi rapidamente. Si voltò, ma non completamente, a metà tragitto e ci invitò: “Dentro, se volete, c’è la colazioni dei campioni. E lei Professore non si dimentichi le pillole da prendere.” Una smorfia si dipinse sul volto della giovane donna.
Il Professore consumò anche il mio caffè, senza chiedermi il permesso, convinto che non fosse dovuto né richiesto. Scosse la testa in segno di disapprovazione.
“Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera” disse allora il Professore regalandomi una fitta di adrenalina che mi colpì lo stomaco. La frase che riecheggiava da giorni nella mia testa era finita sulle labbra del Professore che non si dette pena per lo sgomento determinato dalla sorpresa.
“Monica porta quella maschera intagliata nella durezza per proteggersi da non so cosa. Ma deve stare attenta” sentenziò il Professore. “La maschera è un mezzo ambiguo, ci insegna Nietzsche, dietro il quale la verità ama nascondersi per salvaguardare la propria profondità ma che non preserva gli umani dalla cecità, dall’impossibilità di vedere la realtà, per nasconderla, per sfuggire da essa.”
La frase che mi infastidiva da giorni era dunque di Nietzsche. Come avevo fatto a non ricordare l’autore del mio tormento giovanile? Il filosofo tedesco era tornato a angosciarmi con quella frase, nascondendo la propria identità dietro un vuoto di memoria che da quando avevo fatto un incidente automobilistico era diventato ricorrente.
La casualità con cui la citazione del Professore risolveva l’arcano della fonte da cui proveniva il mio pensiero ricorrente mi lasciò impensierito, come intrappolato in una magia che non si era manifestata né bianca né nera, né buona né malefica, ma comunque sorprendente e inquietante.
Invitai, con un gesto, ad andare avanti nel racconto. Avevo la gola secca e la bocca incollata dalle labbra che rimanevano serrate, come fossero immobilizzate da una sensazione panica che mi stava pervadendo.
Il Professore non mi fece pensare che si fosse reso conto della mia pietrificazione. Rimaneva in silenzio, fissando un punto lontano smarrito nell’orizzonte, forse un pensiero stralunato o peggiore: funesto.
Stavo cominciando a riflettere senza avere un riferimento a cui agganciare la mia ipotesi che sempre più assumeva i crismi di una certezza cioè che la mente fosse il mio nemico. Se non è quella il mio nemico, mi rassicurai, sicuramente sarà stata la memoria a giocare brutti scherzi. Razionalizzai e conclusi che, con ogni probabilità, la frase di Nietzsche era già stata proferita dal Professore, senza che gli avessi dato peso o che me ne ricordassi, in occasioni precedenti. E che fosse così diventata, inconsapevolmente, il mio assillo per giorni e giorni.
Ritrovai, sollevato dalla mia spiegazione, la parola.
“Mi dica, Professore, cosa successe dopo che era giunto alle porte del paese?”
Il Professore sembrò risvegliarsi da un pensiero profondo in cui si era perso, un po’ come succede quando ci attardiamo in quei sogni che tanto assomigliano alla realtà. Riprese il filo del racconto.
“Attraversai il portone di accesso senza pagare pegno al guardiano della soglia, come mi sarei reso conto qualche minuto dopo.”
Il Professore non notò il mio sguardo interrogativo rispetto al nuovo personaggio che aveva introdotto nel caos dei miei pensieri e nella tempesta di emozioni che sentivo crescere dentro di me. Sentivo che il Professore stava assumendo una nuova identità, inizialmente quella di un sacerdote ma concentrandomi con più intensità riconobbi in lui le sembianze di un maestro esoterico i cui poteri stavano avendo effetto sulla mia sobrietà. Quasi si fosse accorto della confusione in cui stavo annaspando, il Professore assunse il tono proprio del suo precedente mestiere e cominciò a spiegare.
“Il guardiano della soglia è una figura comune a diverse tradizioni esoteriche. Lo descrivono come un essere alquanto minaccioso, custode della porta di accesso ai mondi sovrasensibili. Ha la funzione di apparire al discepolo per spaventarlo e respingerlo indietro, allontanandolo dal suo percorso di iniziazione verso la verità rivelata.” Evitai di incrociare il suo sguardo che sentivo puntato verso di me. Il Professore aveva trovato la giusta lena per continuare a dare vita ai propri ricordi. Continuai ad annotare quelli che mi parevano più significativi. Riprese il filo del proprio racconto.
“A pochi metri dal portone medievale vi era una cappella che attirò immediatamente la mia attenzione. Sentivo che oltre la porta di ingresso avrei trovato la svolta alla mia vita.” Sospirò e sentii che mi era di nuovo permesso di guardarlo senza dover incontrare il suo sguardo che mi immaginavo minaccioso, luciferino. Intravidi sgorgare una lacrima che il Professore lasciò irrigare la guancia e infine cadere oltre il taglio secco della propria mandibola.
“Mi diressi subito verso una pala d’altare che raffigurava una crocifissione. Il tratto rammentava quello del Botticelli. Forse era un lavoro risalente al suo ultimo periodo, quello in cui si fece ammaliare dalle teorie ascetiche e politiche del Savonarola. Ma non ebbi il tempo di studiare il dipinto che mi sentii toccare alle spalle.”
Interruppe magistralmente il racconto, era davvero un attore quando voleva, per aumentare la tensione. Riattaccò dopo la breve pausa.
“Dietro di me era arrivato un uomo che aveva un po’ la tua corporatura: non molto alto, robusto e con la pancia prominente. Ma la cosa che lo caratterizzava più di ogni altra era una cicatrice profonda che gli attraversava la fronte, dall’attaccatura dei capelli fini e canuti, fino alla base del naso, posto tra due sopracciglia arcuate e ispide.”
Mi sembrò avesse calcato il tono della voce sulla descrizione delle sopracciglia. Arcuate e ispide erano gli aggettivi utilizzati. Intesi quel tono come allusivo, come se si riferisse ad un ché di satanico, come se arcuate e ispide potessero essere soltanto le sopracciglia del diavolo.
Non si soffermò troppo sul punto e non perse il filo del discorso.
“Mi apostrofò subito con tono di rimprovero e, senza salutarmi, mi fece notare che non mi ero segnato secondo l’uso dei credenti che portavano la mano destra sulla fronte, sul petto e sulle due spalle mimando così la croce su cui dicono essere morto Gesù Cristo. Risposi che non credevo a quella storia del figlio di un Dio lontano che sarebbe morto e infine risorto, come almeno una decina di altri dei sparsi in giro per il mondo. L’uomo sembrò non ascoltarmi intento come era nell’osservare i miseri abiti che portavo. La scelta dell’abbigliamento dimesso era dovuta alla passeggiata nel bosco che avevo previsto avrei fatto quel giorno. L’uomo invece li attribuì a evidenti difficoltà economiche.”
Il Professore rise, ma non scorsi divertimento. Piuttosto ebbi l’impressione che fosse uno spasmo carico di sarcasmo. Accese una sigaretta e tossì. Riprese a parlare e ridere assieme.
“Mi disse che sbagliavo non credere in Cristo e mi chiese se potesse farmi dono di un piccolo obolo.”
Le parole sgorgavano e non davano spazio al silenzio che in realtà cominciavo a bramare. Sentivo insopprimibile la necessità di liberarmi dall’oppressione che il racconto aveva generato in me. Il Professore adesso mi sembrava avere la forza incontrollata di un fiume in piena.
“Disse obolo, mi ricordo bene, piuttosto che carità, elemosina, offerta. Vidi anche che aveva arrotolato una banconota da cinquemila lire e che la tratteneva nella mano che mi porse. Per quanto fossi titubante per la proposta che poteva essere letta come offensiva, mi divertiva l’idea di poter ricevere un’elemosina da un timorato di Dio. Allungai quindi la mano per riceverla. L’uomo me la bloccò serrandola tra le proprie e mi disse che avrebbe donato la moneta di carta soltanto se avessi pregato con lui l’Arcangelo Michele. Ricordo averlo guardato negli occhi ma non riuscii a lanciargli la sfida di sguardi poiché fui attratto dalla cicatrice che iniziò a muoversi come una grande bocca da cui uscì una voce profonda, quasi riecheggiata dalle profonde caverne in cui raccontano alberghino le anime perdute o i vizi dell’umanità.”
Sembrò illuminarsi di una luce irradiata in maniera straordinaria. Sembrò animarsi di un’energia che non potrei ricondurre a niente di fisico. Emanava una forza di cui immagino si cibasse la divinità cristiana sottraendola alle sante isteriche e anoressiche. Qualcosa di simile all’aureola dipinta intorno al capo di Buddha, nei dipinti orientali.
Il Professore respirò profondamente e sembrò essere pronto a disvelare qualcosa di fondamentale.
“Ricordo ancora quelle parole che la bocca verticale dell’uomo proferirono fino a farmi svenire. Le ricordo bene perché mi marchiarono a fuoco l’esistenza. Le ripetetti infinite volte assieme a lui. Le ripetei allora come le ripeto ora:
Arcangelo Michele, chiedo a te e ai tuoi aiutanti di venire in mio soccorso. Per favore, elimina tutto ciò che mi impedisce di rilassarmi e mi sta esaurendo. Aiutami subito ad alzare la mia energia al suo naturale livello di vitalità.”
Il Professore era preso da quelle parole, dalla meraviglia di un delirio che gli infondeva una maligna, inesauribile e mistica energia.
Ripeté.
“Aiutami subito ad alzare la mia energia al suo naturale livello di vitalità.”
E ripeté ancora una volta.
Mi sentivo invaso ma paralizzato. Incurante, proseguì il proprio racconto.
“Ogni parola usciva da quella cicatrice dal taglio verticale che si muoveva laida e indecente come la bocca di un folle abbandonato alle cure di un manicomio medievale. Io ripetevo quelle stesse parole, come trascinato in un vortice dal quale non riuscivo a sottrarmi”.
Il racconto del Professore era giunto al termine, così come lo era la mia sopportazione. Mi alzai di scatto e mi allontanai velocemente. Il Professore cominciò a ridere in maniera beffarda, offensiva, con spasmi e colpi di tosse che aumentavano la tragicità della sua ilarità e ampliavano l’oscenità che sottendeva la foga irridente. Salii le scale di corsa e mi rifugiai nella camera che mi era stata assegnata dal primo giorno in cui ero arrivato cinque anni prima, appena risvegliatomi dal coma causato dal mio incidente automobilistico. In quella vivevo a patto di sottopormi a una cura farmacologica che lo psichiatra aveva definito “curativa e sedativa”.
Sbirciai dalla finestra e vidi che gli infermieri erano in giardino. Cercavano di trattenere il professore che non dava segni di cedere alle richieste di calmarsi. La scena andò avanti per diversi minuti fintanto che uno dei due infermieri spinse lo stantuffo della siringa che aveva conficcato nel braccio del Professore. In quel momento si abbandonò e si accasciò a terra. Solo allora riuscii a calmarmi. Mi guardai allo specchio dell’armadio posto accanto alla porta del bagno. Vidi il mio volto sconvolto e decisi di entrare per rinfrescarmi. Incrociai ancora una volta l’ovale del mio viso spaventato, orribilmente deturpato da una cicatrice che mi attraversava la fronte, dall’attaccatura dei capelli fino alla base del naso, posto tra le sopracciglia che riconobbi arcuate e ispide.

Sandro Malucchi

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