Le energie di Natalia

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Erano gli anni sessanta, Morandi ed i Beatles facevano tuonare i jukebox, le dichiarazioni d’amore facevano arrossire le gote delle giovani fanciulle che attendevano di essere corteggiate, le strade erano spesso prese d’assalto dagli studenti che reclamavano il diritto alle assemblee, gli operai che chiedevano a gran voce il pagamento degli straordinari, la sanità che concedeva ogni tipo di farmaco, ma si sentiva già qualche politico parlare di ticket. Erano gli anni in cui vivere sembrava una favola, quasi che la vita di ognuno avesse un epilogo affascinante, ogni storia avesse una conclusione lieta. Le notti d’estate si trascorrevano nelle discoteche in riva al mare ed il ballo più in voga era lo shake, che faceva scuotere il corpo e la testa senza passi prestabiliti. Si rimaneva spesso a guardare le sinuose movenze delle ragazze ed il traballare dei seni che facevano sognare tanti giovani che erano andati a ballare solo per conoscere le donne. Era il tempo delle feste in casa, spesso a turno si giravano le case di ogni appartenente al gruppo; sovente avanzavano gli uomini e le telefonate per tentare di convincere i genitori delle ragazze iniziavano il lunedì per avere la speranza di averle il sabato.

I Beatles erano il grande fenomeno musicale del momento, le loro canzoni venivano suonate da jukebox e da dischi settantotto giri in resina di gomma lacca. Questo fenomeno vivente dei quattro ragazzi di Liverpool influenzò tutti i campi della moda, pantaloni, collane, camicette e stivaletti venivano fedelmente riprodotti secondo quanto indossato dai cantanti e nei negozi spesso la ressa per la nuova maglietta di Lennon, o per l’ultimo braccialetto che aveva caratterizzato una sua foto generava vere e proprie risse. Era il tempo della poesia e del romanticismo, le poesie venivano inventate e contenevano ansie degli amanti, desideri struggenti per un bacio, venivano sussurrate al telefono, facendo attenzione affinchè i genitori delle ragazze non percepissero questo slancio d’amore. In questo contesto a cavallo della fine degli anni sessanta, quando l’omosessualità era definita una colpa, quando ogni deviazione dalla cosiddetta norma doveva essere celata, viveva Natalia, una bella bruna di venticinque anni, che aveva l’unico torto di essere nata fisicamente uomo, ma come donna viveva l’attrazione per il maschio e sentiva tutte le particolarità dell’essere femminile, quali la sensibilità, dolcezza e curiosità. Era molto fantasiosa Natalia, possedeva una energia mentale unica, guardava una persona e creava uno scenario di storie su quel personaggio, vivendo con tale trasporto questi suoi viaggi onirici da permetterle spesso di descriverli come reali.

Quel giorno era andata presso un ambulatorio, voleva chiedere al medico la spiegazione su crampi allo stomaco e cattiva digestione e dopo il gastroenterologo era la volta del neurologo. Giunta in sala d’attesa si era seduta stringendo nervosamente tra le mani il foglio con la prescrizione.

Uno stereo suonava “in ginocchio da te“ ed al suono di queste note si era accomodata in un angolino della vecchia panca per sfuggire allo sguardo dei curiosi, erano in nove ed avevano sicuramente individuato in lei qualcosa di strano.

Aprì un libro, girò pagina, tirò fuori dalla borsetta una sigaretta, l’accese inspirandola profondamente, incrociò le gambe tuffandosi nella lettura.

Prima del cambiamento di sesso si chiamava Claudio e dopo l’intervento subito a Casablanca era diventata una bella e procace bionda, le labbra carnose l’arricchivano di sensualità e la splendida chioma le conferiva un aspetto provocante, l’unico neo le gambe muscolose che copriva attentamente con la gonna larga, un vero peccato in quanto le cosce erano stupende.

Ricordava… era gennaio del 1965 quando al bar del viale sorseggiava un drink con Debora, all’epoca Mirko, fu un fulmine l’immagine di Renzo, brunetto dagli occhi tristi che le corrispose il sorriso, da quel sorriso la loro storia, un grande amore che durava da due anni.

“Signorina, questo è il suo turno” l’ infermiera la destò dai ricordi porgendole un biglietto, era la decima, avrebbe dovuto attendere parecchio, il cuore le palpitò forte, il sudore le ghermì i polsi ed un bruciore allo stomaco la fece sussultare, “ forse è il cuore “ pensò. Il professore Di Marco in ospedale le aveva riscontrato un’insufficienza aortica obbligandola all’assunzione di quattro compresse al giorno e ricordava la dedizione di questo sanitario quando in emergenza ordinò energicamente potassio, albumina, sodio e controllo degli elettroliti. In quel frangente, semisvenuta sentiva smorzati i suoni, evanescente l’immagine del medico ed avvertiva una forza sovrumana quasi a volerla trascinare fuori dalla lettiga, poi colpi potenti sul costato, gli occhi finalmente spalancati, avvertiva la tentazione di parlare ma un tubo in gola glielo impediva, poteva solo piangere.

Quella posizione, esamine, in balia degli altri la faceva ripiombare in un dolore tremendo, la violenza carnale che aveva subito a tredici anni, esperienza che aveva segnato la sua vita, il suo essere, le sue scelte.

Il suo calvario di vita iniziò che aveva appena sette anni presenziando al litigio violento dei suoi genitori, il padre Ernesto aveva due grandi vizi, alcol e gioco, che sfogava nella bettola di Orazio, anche quella sera che, essendosi giocata la busta paga, era tornato a casa ubriaco e disperato. Aveva elargito botte a lui ed a sua madre e solo l’intervento dei carabinieri aveva evitato che la donna morisse. Lacrime, ancora lacrime quando la madre le spirò tra le braccia, Natalia- Claudio, aveva allora quindici anni. In quel momento da qualche parte veniva fuori una canzone “resta cu’mme” melodia che rendeva quella stanza orrida e romantica al contempo.

Dopo nove anni anche Ernesto perì in un letto d’ospedale consumato dalla cirrosi epatica, Claudio, non ancora Natalia, si era dato a mille mestieri: posteggiatore, ragazzo da bar ed aveva preso in locazione un monovano alla periferia di Palermo.

Al caffè Nobel il sorriso di quel ragazzo triste, Renzo, un invito al ristorante “la botte” e la notte in un romantico piano bar.

Quell’amore meritava una trasformazione, Claudio investì i suoi risparmi, chiese a Renzo un sostegno economico e raggiunse Casablanca, dove un mediocre chirurgo ristabilì quanto la genetica aveva già espresso, Claudio non era più un uomo, ma la splendida Natalia. Da allora vivevano come marito e moglie, lei si occupava di acconciature e Renzo era un apprezzato disc jockey in tre radio locali, non disdegnando la musica romantica che spesso dedicava alla sua compagna dedicandole “ho capito che ti amo “

Una notte Renzo rientro accigliato e nervoso, “Natalia, esordì, mi sono stancato, ho bisogno di una vera donna”

“perché, inorridì Natalia, cosa mi manca per essere una donna vera?”

Renzo sprofondò sul divano “non rendere tutto più difficile, certe cose si sentono, forse non dovevamo iniziare, Natalia amo un’altra donna”

“infame, hai fatto di me quanto voluto, ti sono stata amante fedele ed adesso…”

Entrambi furono per uscire, poi Renzo tornò indietro e si gettò sul letto, disfatto.

L’aria era pesante, le diciannove del quindici luglio, silenzio nelle scale dinanzi la porta aperta, una voce di donna cantava “ non ti scordar di me “.

La sveglia spezzava il silenzio con la sua voce, il letto scricchiolava di tarme e sul letto il volto di Renzo era divenuto di un pallore anomalo, sembrava non respirare più, l’eroina stava consumando anche i suoi polmoni. Su disposizioni delle autorità sanitarie Renzo fu internato in una comunità terapeutica del nord, avrebbe dovuto seguire un lungo processo per liberarsi dalla tossicodipendenza Adesso Natalia era veramente sola, perfino il monovano le appariva troppo grande e questo dolore contribuì ad accentuare il suo disturbo cardiaca e poi i problemi digestivi ed ancora quelli depressivi. Questi ultimi l’avevano condotta in quel poliambulatorio, dove nell’attesa aveva rincorso parte della sua vita.

Una voce premurosa l’aveva riportata in quella sala d’attesa “signorina, le è caduto l’accendino”.

Natalia guardò la donna, le sorrise, la fissò profondamente, sentì grazie alla propria potente energia mentale di penetrare nella vita di quella bella brunetta, si spalancava ai suoi occhi uno scenario di vita….

Immaginava la donna si chiamasse Rosa e stava insieme a lei su una spiaggia assolata

“Natalia, mi passi quel panino col prosciutto?” “ma Rosa, così facendo perderai la linea”

Come una lucertola emergeva dalla sabbia Fulvio, marito di Rosa e mentre la moglie si cambiava in cabina si era avvicinato a lei

“ti desidero Natalia, ti voglio” le aveva piantato le mani sulle gambe

“smettila Fulvio, c’è Rosa”

Questa volta fu la voce di una suora a riportarla alla realtà “signorina il suo volto non mi è nuovo, ha forse frequentato presso le ancelle?” Natalia fece cenno di no con la testa, guardò Rosa che sonnecchiava e tornò a fissare la suora che aveva profondi occhi azzurri. Fece per distrarsi ma tornò a guardare prepotentemente quella suora, ebbe la sensazione che ne squarciasse il velo della vita e ne penetrasse dentro….

“Dio che faccio qui dentro” domandò Natalia

“sei con me in clausura” rispose suora Verità

in clausura? perché, dove, non capisco”

“sei qui per aiutare questa povera suora ad espiare un peccato, sei venuta liberamente, non ti ho cercata”

“anche voi suore peccate e sentite la necessità di isolarvi dal mondo per cercare il pentimento?”

“proprio così, anche noi suore. Talvolta l’amore è tanto forte, i sensi diabolici, ho amato padre Ventura con l’anima e col corpo”

Questa volta fu l’urlo di impazienza di un signore, con capelli lucidi di brillantina a risvegliare il viaggio emozionale di Natalia

“è proprio uno schifo, un’ora che aspetto, ovunque attendere, attendere e pagare, pagare”

“la politica, amico mio” gli fece eco un giovane dai capelli rossi, allontanando per un attimo il giornale dal naso “è la politica dei padroni”

“scusate, intervenne un informatore del farmaco poggiando un borsone sul tavolino al centro della stanza “lo stato vi offre la sanità gratuita e vi lamentate, se foste in America…”

“la prego, taccia, intervenne una signora anziana, fino allora silenziosa, lei parla così perché è dalla parte dei padroni, vende farmaci e guadagna sulla nostra pelle”

L’amarezza si dipinse sul volto del giovane, preferì tacere, ritirarsi in un angolo a studiare un visual. Era avvezzo alle critiche ed ai rimbrotti dei pazienti, secondo i quali questi eleganti rappresentanti facevano solo perdere tempo ai medici.

Natalia guardò il giovane elegante ed accigliato, si sorrisero, l’uno scrutò la profondità dell’altro

“a cosa servono tutte queste scatoline?” chiese al giovane mentre questi collocava alcuni fogli dentro la borsa

“semplici campioni, saggi di farmaci che proponiamo ai medici “

“bella professione, esultò Natalia, seguite corsi abilitanti a questo lavoro?”

“si tanti, spesso interessanti, altre volte ripetitivi”

Anche col giovane Natalia avvertì la propria energia mentale condurla ad un amplesso, si ritrovarono lungo le scale buie e vissero insieme trepidanti momenti di intimità, poi l’uomo come ridestatosi dal torpore amoroso, si aggiustò la cravatta ed andò via parlando di un prossimo appuntamento di lavoro.

Una vecchietta, malferma sulle gambe la ridestò chiedendole del turno, Natalia cercò con lo sguardo, il giovane informatore aveva già colloquiato col medico ed era andato via.

Cercò la borsetta che le era caduta dietro la schiena ed avvertì una fitta all’omero, alla spalla, al costato. tentò di respirare profondamente, venne meno e la sua testa si piegò sulla spalla della signora Rosa.

Sentì labbra soffiare dentro la sua bocca, una forte pressione sul torace, avvertì un dolce abbandono, quasi un volo, melodia disturbata da una sirena.

Accanto al suo corpo senza vita, una suora pregava.

Guido Burgio

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