L’Alluvione

Il vento spirava dai monti. Era freddo e dispettoso. Per un po’ rimase sospeso tra cielo e terra, divertendosi a calciare le nuvole che attraversavano pigre la sera senza luna. Ma si stufò presto, stanco di sentire le stridule lamentele di cirri che starnazzavano come oche, offesi da quel rude trattamento. Allora guardò in basso e puntò risoluto verso la pianura, un lungo serpente di aria tumultuosa che zigzagava nel cielo, mettendo in fuga nuvole, passeri e colombi. Rami e frasche di olmi e pioppi cominciarono ad agitarsi in modo frenetico, quando il vento si distese sulla pianura. Soffiò impetuoso sul corso del Secchia, già provato da una quantità di acqua senza precedenti, pompata dalla neve che si scioglieva sulle vette e da giorni di piogge intense. Il fiume, spintonato dal vento, si dilatò e cominciò a stirarsi verso gli argini, gonfiando i muscoli e sgomitando in cerca di spazio. Foglie, tronchi, carcasse di animali, venivano scaraventati qua e là dalla corrente sempre più veloce, mentre sulla superficie del Secchia affioravano gorghi e mulinelli, bocche fameliche spalancate sul fondo del fiume. Una nutria assonnata mise fuori il muso dalla tana, scavata nell’argine. Fu investita dalle raffiche di vento sempre più violente. Osservò il livello dell’acqua aumentare minaccioso e capì che era il momento di trovarsi una nuova casa.

Amelia, la più grande indovina mai vissuta nella Bassa modenese, si sentiva inquieta. Guardò fuori dalla finestra. La sera stava planando senza fretta su quel mite pomeriggio di gennaio. I cani dei vicini erano silenziosi. Il mondo svaniva, confuso nel vetro appannato della cucina, su cui era distesa una sottile patina di vapore. L’anziana indovina pulì una porzione di vetro, utilizzando il grembiule da cucina. Tutto pareva al proprio posto. Eppure c’era qualcosa che non andava…Lanciò una distratta occhiata al grosso tegame nel quale bolliva uno zampone, il cui aroma si diffondeva per la casa. Il suo stomaco, stuzzicato dall’odore, brontolò, ricordandole che era abituata a cenare molto presto. Stava apparecchiando la tavola quando sentì la civetta. Il suo lugubre e prolungato canto mandò in pelle d’oca Amelia. La donna si bloccò con la bottiglia di lambrusco in mano. L’appoggiò lentamente sulla tovaglia e rimase in ascolto. Minuti lunghi come giorni. La civetta proseguì imperterrita. La luce della stanza diminuì per qualche istante, tremolando, come la fiamma di una candela investita dalla corrente. Stava per succedere qualcosa… L’anziana scese le scale e si diresse nella lavanderia. Con crescente frenesia spalancò il vecchio armadio di fronte alla lavatrice. Ne estrasse una grossa damigiana, chiusa da un tappo di sughero. Vuotò a fatica il contenuto in una bacinella, ben attenta a non disperderne nemmeno una goccia.

Era acqua del Secchia che attraversava da sempre quelle terre, il fiume a cui lei era legata, quello buono. Mentre l’altro, il Panaro, era quello oscuro. Perché l’equilibrio si reggeva su opposti che si compensavano. Il fiume buono e quello cattivo. Bene e male. Luce e tenebre.

Eppure il Secchia era stato protagonista di inondazioni rovinose, ma soltanto perché ogni tanto aveva ricordato agli uomini chi comandava. La donna chiuse gli occhi. Sgomberò la mente e si avvicinò all’acqua con fare riverente. Immaginò di essere un tutt’uno con il fiume, di risalirne il corso, antico come il tempo.

Immerse le mani nella bacinella e si smarrì nei sinuosi meandri del Secchia. Rabbrividì assieme all’acqua che gelava in inverno e arrancò sotto il solleone estivo che prosciugava i fiumi e spaccava pietre e teste. Scivolò sempre più veloce, trasportata da una corrente vorticosa. Attraversò chiuse, casse di espansione, ponti, golene. Poi quando cominciava ad avvertire la possente presenza del Po, il Secchia deviò all’improvviso e la donna varcò il confine del luogo in cui giorno e notte coesistevano e i contrari si annullavano. Bene e male, Secchia e Panaro, vita e morte. E vide…

Il suo urlo spezzò la quiete della sera. I cani dei vicini iniziarono a ululare. Amelia si riscosse. Spalancò gli occhi colmi di orrore, dimenticò di ringraziare il fiume per la sua ospitalità e arrancò per le scale, tormentata dal mal di schiena. Inciampò nell’ultimo gradino ma riuscì ad afferrarsi al corrimano, evitando di cadere. Si sentì mancare il fiato. Corse in cucina e cominciò affannosamente a cercare il telefono cellulare. Spalancò cassetti e mensole, controllò tutti i ripiani, frugò persino nel cestino dell’organico ma del Brondi nessuna traccia…

C’era poco traffico in uscita da Modena. Antonio sbadigliò, quasi stupito di non trovare il solito serpente di auto che nei giorni feriali si snodava ininterrotto sbuffando gas di scarico sulla Statale 12 che collegava la città alla Bassa. La strada era stata ribattezzata Canaletto perché costruita sul corso di un antico fiume. Era stretta, piena di curve e sempre intasata in entrambe le direzioni. Solo di notte e nei giorni festivi, con un po’ di fortuna, si poteva trovarla sgombra. Antonio sbadigliò. Era stato nel suo studio legale anche quella domenica, ma il giorno seguente avrebbe dovuto presentarsi in tribunale per una delicata causa di divorzio. E doveva prepararsi. Il giovane avvocato scosse la testa. Gente che aveva vissuto insieme per una vita intera e che adesso, sul crepuscolo dell’esistenza, si sbranava davanti a un giudice senza esclusione di colpi, coinvolgendo figli, parenti, amici… Antonio guardò il contachilometri dell’auto. Stava sfiorando i novanta orari. Una velocità davvero incredibile per il Canaletto. Aumentò ulteriormente l’andatura.

Il Secchia assestò una violenta spallata all’argine sinistro, nei pressi di San Matteo di Bastiglia. Il vento non gli dava tregua e il suo letto si stava gonfiando, crescendo ben oltre il livello di guardia. Il fiume tentò di resistere ma c’era troppa acqua piovuta senza sosta dal cielo e precipitata dai monti. Spossato, colpì di nuovo l’argine, già indebolito da decine di tane di nutrie e volpi scavate al suo interno. L’argine tremò ed emise un prolungato grido di dolore.  

Una grossa goccia di sudore scivolò dalla fronte di Amelia, proseguì sul naso e si tuffò verso il basso, atterrando sul pavimento. La frenesia dell’anziana stava trasformandosi in panico, ma il telefono cellulare sembrava svanito nel nulla. Aveva frugato in cucina e in soggiorno, rovesciando cassetti, spostando a fatica poltrone, guardando persino sotto il divano, rischiando di non riuscire più a rialzarsi, trapassata da una feroce fitta di dolore alla schiena. Poi la donna si arrestò. Inspirò profondamente cercando di calmarsi. Quello che aveva visto attraverso l’acqua l’aveva sconvolta ma lei era pur sempre una grande stria capace di recuperare oggetti considerati smarriti per sempre, animali e qualche volta persino gli amori perduti. Le bastava recitare la preghiera ai tre santi affogati e le cose sparite riapparivano. Allora chiuse gli occhi e iniziò a pregare, chiedendo di ritrovare il telefono smarrito. Il tempo rallentò arrotolandosi e srotolandosi come un gomitolo, la stanza svanì in una foschia indistinta e attraverso una densa bruma vide il telefono. Nella tasca del cappotto in cui l’aveva scordato  dopo essere andata al mercato quella mattina. Si precipitò verso l’attaccapanni. Afferrò il cellulare con mani tremanti e compose il numero del nipote.  

Antonio sussultò al suono del telefono. Guardò il display nel monitor dell’auto. Era sua nonna! Il ragazzo sbuffò. Non aveva voglia di sentire la donna chiedergli per l’ennesima volta quando si sarebbe sposato perché Francesca era una bravissima ragazza e non doveva assolutamente lasciarsela scappare eccetera… Lui, da avvocato divorzista, non condivideva l’entusiasmo della nonna per il matrimonio, ma lei non voleva capirlo. Litigi, ripicche, scontri e colpi bassi tra ex coniugi, a cui assisteva quasi quotidianamente nel suo lavoro, avevano finito col lordagli l’anima. Antonio aveva solo voglia di arrivare a casa, farsi una doccia, guardarsi la partita del calcio inglese Chelsea Manchester United che aveva registrato e dimenticare tutto, fino al lunedì mattina almeno. Non rispose e accelerò.

«Dai rispondi, rispondi…» sussurrava sempre più spaventata Amelia. Il nipote era in auto. Lo aveva visto molto chiaramente nella sua visione, con una nitidezza persino sorprendente. Ma il telefono squillava invano. Quando si inserì la segreteria telefonica di Antonio, la donna sentì il panico montare come marea.

L’argine sinistro del Secchia era come un elastico teso all’inverosimile, sul punto di spezzarsi da un momento all’altro. Stremato da una lotta impari, avvertì un dolore intenso provocato dalle prime crepe causate nel suo corpaccione dai colpi sempre più violenti della tumultuosa massa d’acqua, che premeva per uscire…

L’anziana indovina tornò in lavanderia. Ignorò ancora una volta la schiena che protestava, mentre  pure l’anca destra aveva iniziato a lagnarsi per quel frenetico e dissennato andirivieni su e giù per le scale. La bacinella era ancora lì. Amelia, troppo sconvolta, si era scordata di riporre l’acqua del fiume nella damigiana, dove la conservava con la cura riservata a una reliquia. Una strana calma si era impadronita di lei. Ormai era certa che Antonio non le avrebbe risposto. Era in auto e sapeva anche dove era diretto. Il suo unico nipote. Lo vedeva piccolo, correre felice nel prato di casa sua, in una assolata giornata di maggio, inseguendo Sissy la sua gatta nera e selvatica che si guardava bene dal farsi catturare dal bambino. Sentiva ancora le sue risate giocose: «Gualda nonna… come corre Sissy…!!!».

Sembrava ieri, eppure la gatta era morta da anni e Antonio era diventato un uomo adulto che non voleva sposarsi e aveva perso il sorriso e la leggerezza dell’infanzia. Amelia non poteva lasciare che accadesse. Per questo avrebbe tentato qualcosa che non aveva mai fatto in precedenza. Un conto era segnare le storte e il fuoco di Sant’Antonio o tentare di leggere il futuro nei fondi del caffè, ma quella a cui doveva ricorrere era vera magia che aveva un prezzo. Strinse la foto di suo nipote che aveva portato con sé in lavanderia. Era del giorno della laurea. Antonio con una corona di allora in testa sorrideva felice, senza quella piega di malinconia che sarebbe comparsa sul suo viso qualche anno dopo. Nell’altra mano aveva lo specchio del beauty. Indugiò un istante, chiuse gli occhi e poi immerse specchio e foto nella bacinella che conteneva l’acqua del Secchia.  

«Fermati adesso!». Antonio si guardò intorno allibito. Era la voce della nonna. Non l’aveva immaginata, era reale. Guardò nello specchietto retrovisore e vide che nei sedili posteriori era seduta sua nonna.

«Fermati immediatamente!» gli ordinò di nuovo la voce della donna.

Antonio, inchiodò. E cinquanta metri più avanti vide l’argine del Secchia sgretolarsi e una spaventosa massa d’acqua riversarsi verso Bastiglia e Bomporto, travolgendo tutto. Per un istante rimase immobile. Troppo sconvolto anche solo per pensare, osservando quello spettacolo maestoso e agghiacciante nello stesso tempo. Una sconfinata quantità d’acqua che si riversava famelica verso i paesi. Poi si riprese dallo shock, inserì la retromarcia e cominciò precipitosamente  ad arretrare, mentre l’acqua avanzava anche verso la sua auto.  Riuscì a fare inversione in un passo colonico e si allontanò a tutta velocità.

«Nonna, ma come è possibile?».

Antonio guardò dietro. Sua nonna non c’era più. Era sicurissimo che prima fosse sull’ auto. Se non fosse stato per lei, Antonio si sarebbe trovato a passare in quel punto proprio mentre collassava l’argine. E sarebbe morto. Fermò la vettura. Scese e rimase a guardare il fiume che invadeva il mondo. Scoppiò in lacrime, un lungo pianto liberatorio.

Quando Amelia vide quella elegante signora coi capelli grigi, capì subito. Si voltò e scorse il suo corpo riverso sulla bacinella. Evocare quella magia era stato uno sforzo troppo grande per il vecchio e malandato cuore dell’indovina della Bassa. Ma la visione che aveva avuto era stata di una nitidezza sconcertante: l’argine che si rompeva e l’auto del nipote travolta dalle acque e trascinata via. Non poteva permettere che capitasse qualcosa ad Antonio e aveva accettato senza esitare i rischi che comportava risvegliare poteri così grandi.

«Dobbiamo andare» le sorrise la donna, prendendola per mano. Amelia la seguì senza rimpianti. Guardò per l’ultima volta la sua lavanderia. Un istante dopo stava volando sulla pianura, illuminata a giorno da migliaia di lucciole, il cui lucore si rifletteva sugli antichi castelli distrutti secoli prima, dei quali si era persa anche la memoria. L’aria era satura dei piumini dei pioppi che svolazzavano ovunque, come morbidi fiocchi di neve. Più in fondo, l’indovina scorse anche il Bosco della Saliceta, l’enorme foresta che ricopriva la Bassa, distrutta subito dopo la seconda guerra mondiale. Ad Amelia parve persino di sentire le risate di un bambino che inseguiva un gatto…

«Ma è bellissimo» sussurrò incantata.

«E il meglio deve ancora venire» le sorrise la signora. 

Luca Marchesi