Miriam Lacerenza

L’aerodinamica del bombo

L’odore di cloro riempiva le narici di Bruno mentre finiva di stirarsi a bordo piscina. Le urla e le risate dei compagni di corso rimbombavano nell’ambiente umido. Bruno stava in silenzio, come sempre, respirando e flettendo i muscoli. Di tanto in tanto sbirciava verso il gruppo delle ragazze della squadra femminile, verso Alice, circondata dalle amiche ridacchianti come una regina dalle sue ancelle. Una gomitata di Luigi nel fianco lo riscosse dall’ultima occhiata.

«Guarda quello» disse soltanto l’amico alla sua occhiata interrogativa.

Dalla porta socchiusa arrivava un ragazzo che non aveva mai visto prima. Era grosso – non c’era altra definizione per quel fisico abbondante e torreggiante – e avanzava piano sul pavimento bagnaticcio, fissandosi le ciabatte di gomma nera. Indossava già la cuffia, una cuffietta blu che faceva sembrare la sua testa piccolissima in confronto alle spalle e al ventre prorompenti. Davanti a lui una donna dai lunghi capelli biondi camminava sbrigativa verso Santo. L’allenatore in realtà si chiamava Marco Santoro, ma tutti lo chiamavano Santo. I ragazzi osservarono da lontano la stretta di mano e lo scambio cortese tra i due. Il ragazzone si era fermato lontano e guardava fisso l’acqua della piscina.

«Credi che lo faranno entrare in squadra?» chiese Luigi e Bruno gli rispose con un’alzata di spalle svogliata.

Ad essere onesti, non gliene fregava niente. A lui bastava poter nuotare, sentire i polmoni espandersi sotto la pressione dell’acqua e i muscoli bruciare per la fatica, quella fatica buona che gli risvegliava i sensi. Tornò a sbirciare verso Alice, che era una visione molto più interessante del goffo gigante inespressivo. Dopo neanche due minuti Santo presentò alla squadra l’Ercole, Stefano, mentre la donna – che Bruno ipotizzò essere la madre – girava sui tacchi e se ne andava dopo un saluto veloce al figlio. Per tutto il tempo il ragazzo fissava l’acqua, sordo ai saluti della donna come all’introduzione dell’allenatore.

«Abbiate pazienza con Stefano, ragazzi» concluse questi prima di dare inizio all’allenamento.

I ragazzi si infilarono in acqua, ognuno nella sua corsia, per cominciare le solite vasche di riscaldamento. Bruno scivolò sott’acqua con soddisfazione, godendo della sensazione di assenza di peso. Soffiando via l’aria si spinse in basso, poi con due bracciate ritornò in superficie e riemerse proprio mentre Stefano piombava in acqua come una palla di cannone. Lo schizzo che ne derivò investì Bruno in pieno viso, l’acqua gli andò di traverso, lasciandolo boccheggiante e sputacchiante.

«Che cazzo fai?!» abbaiò, aggressivo, quando si riprese.

Stefano neanche lo guardò, impassibile. La reazione del colosso, o meglio la sua mancanza, sorpresero Bruno al punto che la cosa finì lì. L’allenatore lo richiamò all’attenzione e il ragazzo prese a fare le sue vasche, ignorando tutto quello che non fosse l’acqua e le sensazioni che questa gli procurava.

Dopo la quarantesima vasca, Bruno alzò la testa e rimase a galleggiare vicino alla sua pedana, aspettando che il resto della squadra lo raggiungesse. Come sempre, era stato uno dei primi a finire, ma con sorpresa si accorse che il gigante muto aveva terminato prima di lui. La novità gli diede più fastidio di quanto non desse a vedere. Rimase ad osservarlo di sottecchi, incuriosito suo malgrado. Stefano dal canto suo lo fissava apertamente, attaccato ai galleggianti che separavano le loro corsie. Quello sguardo insistente e impassibile lo mise a disagio. Uscì dall’acqua e si sedette sul suo blocco di partenza, dando risolutamente le spalle al ragazzone. Per ammazzare il tempo si mise ad osservare i tuffi delle ragazze; riuscì a godersi due rovesciati di Alice prima che Santo fischiasse la fine del riscaldamento richiamando i suoi ragazzi ai blocchi di partenza.

«Forza, ragazzi, non perdete tempo! Gabriele, Lorenzo, se non la finite vi metto a fare farfalle finché non affogate» brontolò l’allenatore.

Quando tutta la squadra si fu riunita intorno a lui, Santo fece loro qualche appunto su errori e imprecisioni che aveva visto commettere, poi ordinò ai ragazzi di mettersi in fila per farli tuffare uno ad uno e misurare la velocità nei cento metri. La banda eseguì, sgomitando e cicalando rumorosamente. Luigi si portò dietro a Bruno e richiamò la sua attenzione. Gli fece un occhiolino e gli disse, indicandosi alle spalle:

«Mi sa che c’hai un ammiratore, Mazzi».

Bruno sbirciò oltre l’amico e vide Stefano che dal fondo della fila continuava a fissarlo.

«Ma che problema ha, quello?» si lamentò il ragazzo, irritato dal comportamento strano del nuovo arrivato.

«S’è preso una cotta per te, è chiaro» sogghignò Luigi «Amore a prima vista! E come lo biasimi, c’hai questo bel visino!». Il ragazzo gli schiaffeggiò il volto scherzosamente, mentre Bruno lo mandava a quel paese ridendo e bloccandogli le braccia. I due lottarono sul posto come leoncini che giocano.

«Luigi, Bruno! Volete far compagnia a Gabriele e Lorenzo?» li riprese l’allenatore.

I ragazzi smisero immediatamente di far confusione, ma continuarono a ridacchiare. Quando fu il suo turno di buttarsi in acqua, Bruno fece un paio di respiri profondi, scuotendosi tutto. Pregustava il piacere dell’impatto con l’acqua. Si concentrò sul tuffo imminente, sentendo ogni muscolo piegato in posizione. Tutto sembrò fermarsi: l’acqua cristallina davanti a lui, il casino dei compagni in fila alle sue spalle, il battito del cuore. Poi arrivò il fischio di partenza.

Il ragazzo volò in acqua, spingendo con le gambe come un felino in corsa, il suo corpo infranse la superficie con un appagamento inesprimibile. Due bracciate e riemerse come un proiettile, respirando lateralmente, caricando nell’acqua a testa bassa come un toro. Con i movimenti che aveva imparato a far suoi da quando aveva dieci anni, attraversò la piscina, eseguì una virata perfetta e ritornò al blocco di partenza. Il ragazzo riuscì a mantenersi sotto al minuto, con grande soddisfazione sua e di Santo. Luigi e qualche altro compagno fischiarono e lo applaudirono.

«Bene, Bruno. Attento alla gambata di ritorno, mi raccomando» commentò l’allenatore, mentre il ragazzo risaliva la scaletta.

Bruno rimase a guardare i compagni, mentre la scarica di adrenalina che gli correva nelle vene rallentava e si spegneva. La fila si accorciava sempre di più e il ragazzo si accorse della curiosità crescente che, nonostante il dispetto che provava nei suoi confronti, Stefano gli ispirava. Il marcantonio era fermo dietro la squadra e guardava fisso la punta delle sue ciabatte. Finalmente Santo lo chiamò alla pedana.

«Tocca a te, Stefano» gli disse dolcemente. Il ragazzone si avvicinò come un automa. Si piegò in posizione e attese, ad occhi chiusi. L’allenatore fischiò.

Dire che Stefano divorò i metri d’acqua che lo separavano dal bordo opposto della piscina è un eufemismo. Il gigante si muoveva come se avesse un motore al posto dei piedi. Solcando l’acqua come un siluro, le grandi braccia che ruotavano come pale eoliche in un giorno di bora, raggiunse la fine della corsia in un batter d’occhi, completò una virata da manuale e tornò indietro. L’allenatore fermò il cronometro ed annunciò:

«Cinquantadue! Bravissimo, Stefano!».

Bruno si accorse che aveva trattenuto il fiato per tutto il tempo e fece un respiro rumoroso, dal suono incredulo. Luigi, accanto a lui, fischiò piano.

«Miseria ladra» commentò accigliato. Il resto dei compagni si profuse in simili esclamazioni di perplessa approvazione.

Santo riportò l’ordine, diede loro qualche altro consiglio, poi li lasciò liberi di scappare negli spogliatoi. Il gruppo di ragazzi si precipitò fuori. Bruno si avviò alle docce come in trance. Davanti a sé vedeva Stefano bucare l’acqua, ogni movimento controllato e misurato al millimetro, nella sua testa guardava e riguardava quella performance da podio come se ne avesse davanti la moviola.

«Come fa ad essere così veloce?» sbottò alla fine, mentre si asciugava, dopo essersi accertato che il gigante non fosse nei paraggi. Intestardito, continuò:

«L’avete visto, è un bufalo… non dovrebbe essere così veloce»

«Sei invidioso, Mazzi?» lo prese in giro Gabriele e gli altri risero.

«Sè, Bruno invidioso di quel bombo…» rispose Luigi «Ti piacerebbe, Storna».

Enrico si girò verso di lui, infilandosi i pantaloni.

«Perché “bombo”, Lugo?»

«Perché è come un bombo: secondo le leggi dell’aerodinamica i bombi non dovrebbero riuscire a volare, sono troppo grossi, ma loro se ne fregano e volano lo stesso. Quello là è uguale, grosso com’è non dovrebbe essere così veloce, ma se ne frega e arriva primo»

«Ma che minchiate spari, Coppi?» sbuffò Lorenzo, ridendo.

Il gruppo si unì a lui, mentre Luigi ripeteva:

«Oh, è vero! È vero!».

La conversazione finì lì, ma sui ragazzi scese la silenziosa consapevolezza che ormai il nuovo arrivato era stato ribattezzato permanentemente.

Per tutto il resto della settimana Bruno si vide superare dal Bombo in tutti gli esercizi che Santo proponeva. Il ragazzone era più veloce, più forte, più resistente.

«E più scemo» diceva con cattiveria Gabriele Storna, e tutti ridevano.

La cosa più seccante era che Stefano sembrava ossessionato da Bruno: occupava sempre la corsia accanto alla sua, buttandosi in acqua come una balena e schizzandolo violentemente, quando si mettevano in fila se lo ritrovava sempre alle spalle, silenzioso come un morto. Per toglierselo dai piedi cominciò ad attardarsi in piscina dopo che l’allenatore li congedava. Aspettava che il gigante uscisse dalla sala rumorosa, strascicando le ciabatte di gomma, rimanendo a mollo fino a che dalla scaletta non vedeva più la forma della cuffietta blu.

Trattenersi in piscina poco più a lungo aveva anche altri vantaggi. Santo, vedendolo ancora in acqua, ne approfittava per ritornare sugli errori della giornata e correggere il ragazzo; era come avere l’istruttore privato per dieci minuti. Poi, quando usciva dalla piscina deserta, aveva il tempo di godersi la vista di Alice. In due giorni, aveva già imparato i movimenti della ragazza al momento di tornare nello spogliatoio. La piccola, cauta corsetta fino alle ciabatte, il gesto fluido con cui si toglieva la cuffia e si ravviava i capelli bagnati, il sorriso con cui aspettava le amiche. A volte si girava verso di lui e Bruno fingeva indifferenza, anche se sentiva il cuore battere come quando salutava l’acqua con il primo tuffo della giornata. Luigi lo prendeva in giro, quando finalmente si presentava nello spogliatoio.

«È arrivato anche Romeo!» rideva, scansando gli scappellotti dell’amico e aspettandolo poi fuori dalle docce.

In quel modo si arrivò a venerdì. I compagni si erano già avviati da un pezzo quando Bruno uscì dall’acqua. Avvicinandosi allo spogliatoio, il ragazzo sentì un gran trambusto venire da dentro. Aprì la porta e una confusione da stadio lo investì: la squadra era piegata in due dal ridere mentre Gabriele e Lorenzo imitavano i versetti che Stefano stava facendo. Il gigante era in piedi, agitato come un orso in gabbia, mandava urli acuti che cozzavano col suo aspetto massiccio. Guardava insistentemente la porzione di panca dove poggiava la sua borsa e al di sotto di essa, girando intorno, cercando qualcosa che non riusciva a trovare.

Immune all’ilarità generale, Bruno osservava quello spettacolo grottesco con la sensazione che ci fosse qualcosa di completamente sbagliato nell’indifferenza con cui i ragazzi assistevano al dramma personale che si stava svolgendo davanti ai loro occhi. Persino Luigi, che Bruno conosceva come un ragazzo gentile – certo, un po’ agitato, a volte, ma gentile… non come quella merda dello Storna – se ne stava appoggiato agli armadietti con un sorrisino scemo sulla faccia, scuotendo la testa davanti agli strilli del ragazzone.

«Che succede, Lugo?» gli chiese, corrucciato.

«Gabriele ha nascosto la cuffia al Bombo» gli rispose piano l’amico.

Bruno si voltò verso il putiferio che ancora non si placava. Disgustato, fronteggiò Gabriele.

«Vi siete fatti una bella risata, Storna, adesso basta. Rendigli la cuffia».

Il ragazzo lo guardò con tanto d’occhi, il sorriso prepotente congelato sulla faccia.

«Che fai, Mazzi, lo difendi? Proprio tu?» lo motteggiò Lorenzo.

«Fatti i cazzi tuoi, Renzo» rispose calmo Bruno senza guardarlo.

Gabriele rise di gusto:

«Il Bombo c’ha il fidanzato… bella coppia, che siete!».

Qualcuno dei ragazzi si unì a lui, ma altri cominciavano a rendersi conto di aver passato un limite e voltarono le spalle alla scena, affrettandosi a cambiarsi per sparire il più in fretta possibile.

«Sai» continuò Gabriele «sei tu che ti devi fare i cazzi tuoi, Mazzi. Nessuno ti ha chiesto nulla».

I due ragazzi si squadrarono in cagnesco. La tensione nello spogliatoio era altissima e a spezzarla fu il Bombo. Il ragazzone non aveva smesso di fare versi per tutto il tempo e all’improvviso, lanciando un grido più alto, tirò una testata all’armadietto così forte che la lamiera si piegò. Nello shock generale, Stefano picchiò la testa altre due volte, prima che Bruno si riscosse abbastanza da intervenire. Gridando anche lui si buttò sul gigante, tentando di tirarlo indietro. Fu come osservare uno scoiattolo che cerchi di abbracciare un albero per spostarlo.

«Questo è tutto matto!» fece Gabriele, pallido.

Poiché il Bombo continuava, Bruno infilò la mano tra la sua fronte e il mobile, così da fare da cuscinetto, come aveva imparato a fare con suo cugino piccolo.

«Chiamate Santo!» gridò al gruppo atterrito di ragazzi.

Luigi schizzò fuori dalla porta, mentre Stefano continuava imperterrito a battere la testa contro la mano di Bruno, strillando come una gallina spennata. La squadra cominciò a rumoreggiare. Parecchi dei ragazzi si defilarono, uscendo dallo spogliatoio di corsa. Qualcun altro sembrò svegliarsi del tutto e cercò di aiutare Bruno. Enrico si portò dietro al gigante, provando invano a trattenerlo. A Bruno iniziavano a far male le nocche. Alzando lo sguardo per controllare lo stato della mano, vide sporgere da sopra l’armadietto un triangolino di gomma blu. Salendo sulla panca con la forza della disperazione, lo afferrò con la mano libera e lo sventolò davanti allo sguardo fisso di Stefano.

«È qui!» strillò «La tua cuffia è qui!».

Il ragazzone si immobilizzò, proprio nello stesso momento in cui Santo si precipitò nella stanza con Luigi al seguito. Nel silenzio generale, Stefano prese la cuffia dalla mano di Bruno, la infilò nella borsa e uscì dallo spogliatoio, passando davanti all’allenatore preoccupato.

«Che è successo?» chiese questi boccheggiando.

Nessuno fiatò.

«Non trovava la cuffia» rispose Bruno senza guardare Gabriele «e ha dato di matto. Ha cominciato a urlare e sbattere la testa».

Santo sospirò.

«Qualcuno si è fatto male?»

«Se non si è fatto male lui, nessuno» fece Bruno con un’alzata di spalle, ignorando il pulsare doloroso delle nocche.

L’allenatore allargò le braccia.

«Per favore, ragazzi, state attenti a Stefano. A volte può avere delle reazioni esagerate»

«Alla faccia dell’esagerazione» sbuffò quella faccia tosta di Storna «ci ha fatto prendere un colpo»

«Probabilmente è preso anche a lui, quando non ha trovato più la cuffia» lo guardò freddamente Bruno.

«Marco» chiese Enrico, alzando il braccio «ma che problema ha Stefano?».

I ragazzi si voltarono verso l’allenatore, che mandò un altro sospiro.

«È autistico».

La parola piovve sul gruppetto, ingombrante come un elefante.

«Quindi, per favore» ripeté Santo, uscendo «state attenti».

Il giorno dopo la piscina sembrava più silenziosa, a parte le solite teste calde che avrebbero fatto confusione anche se il Papa in persona gli avesse chiesto di fare silenzio. Molti dei ragazzi stavano alla larga dal Bombo e anche le ragazze della squadra femminile lo osservavano di sottecchi, segno che la notizia dell’incidente dell’armadietto si era diffusa più velocemente di un’epidemia influenzale. Il ragazzone, dal canto suo, si comportava come sempre, seguendo Bruno come un’ombra gigante, silenzioso e impassibile. Il tempo sembrò volare. Quando la lezione terminò, Bruno si infilò in acqua, deciso ad aspettare che Stefano si levasse dai piedi. Vide il gruppo di ragazzi avviarsi rumoroso verso gli spogliatoi e Stefano strascicare le ciabatte, lento, dietro a tutti.

«Oh, Stefano!» lo chiamò improvvisamente, quasi stupendo sé stesso.

Il colosso si voltò verso di lui, impassibile.

Bruno gli sorrise e chiese:

«Ti va di fare una gara?».

Senza una parola Stefano si avvicinò a bordo piscina e si buttò come una palla di cannone, senza avvertimento. Alice passava di lì in quel momento. Guardò il cerchio d’acqua agitata causato dal tuffo, mentre una sua amica le sussurrava qualcosa all’orecchio. Alice rise, maliziosa, la risata di una regina che assiste alla pubblica umiliazione di un poveraccio qualunque. Incrociò lo sguardo di Bruno, ma dopo quel sogghigno il cuore del ragazzo non fece nessuna capriola.

Aspettò paziente che Stefano riemergesse.

«Cento metri. Al tre, va bene?».

Il ragazzone annuì appena. Bruno contò, lentamente, portandosi in posizione. Al via, le gambe lo spinsero lontano, come molle gigantesche. La foga della gara lo assorbì. Filò nell’acqua come un delfino, con la sensazione di essere libero e leggero, felice e la sua contentezza non si spense neanche quando Stefano toccò per primo in virata. Tornarono indietro, a meno di mezzo braccio di distanza, rialzarono la testa insieme, presero un respiro. Bracciata dopo bracciata consumarono metri d’acqua, diretti al traguardo. Il gigante toccò per primo, ma Bruno non si stupì.

«Sei davvero bravo, Stefano» gli sorrise, prendendo fiato. Rimase a fare il morto, guardando il soffitto alto. In piscina si sentiva solo il suono dell’acqua. Poi…

«Mi piace nuotare».

Una frase semplice, detta con tono leggero da un ragazzo troppo grosso per essere così veloce. Nascondeva un amore che Bruno conosceva bene, l’amore per l’acqua, per il senso di libertà che regalava, per lo sforzo e per la vittoria, per la pace e per l’adrenalina.

Bruno rise, contento di avere accanto a sé qualcuno che capiva quell’amore forse anche meglio di lui.

«Sei forte, Bombo».

Miriam Lacerenza