Renzo Bandalise

La sorgente segreta

 Come avveniva ogni anno  nel mese di agosto, trascorrevo le ferie estive  nella baita del nonno.  Un giorno, come tanti altri, indossavo lo  zaino che conteneva il binocolo, regalo dello zio Augusto nel  giorno del mio venticinquesimo   compleanno, e la macchina fotografica che avevo  vinto al vaso della fortuna il giorno della sagra, e  mi introducevo  nel bosco , alla ricerca di sorgenti  di acqua.

Fra le cose utili che   infilavo    nella sacca,  c’era   anche un  bicchiere di latta ,  di quelli estensibili che si aprono e si chiudono   a fisarmonica .   Lo portavo  sempre con me, quando andavo  in montagna,   in previsione di bere della freschissima acqua dalle  sorgenti .

Salivo  lunghi e ripidi sentieri dissestati che costeggiavano i fianchi della montagna, calpestando pigne, foglie, sassi, ghiaino, rami secchi e  radici sporgenti che li attraversavano.

 Al  mio fianco  saltellava  l’ inseparabile amico a quattro zampe Zeus ;  un cane bastardino con il pelo corto,  nero e una stellina bianca sul muso   che avevo     raccolto ,agonizzante e denutrito, all’interno di   una  piazzola al margine della      strada.  

Era stato, vergognosamente,   abbandonato  da qualcuno che se n’era  voluto  liberare.   I  suoi occhi  erano spenti e lo sguardo che mi aveva rivolto, nel momento in cui lo avevo  soccorso,esprimeva  tutto   il suo ringraziamento per l’opera buona che avevo compiuto.

Un giorno  ,mentre  superavo  un  piccolo dosso  ricoperto da folta e  bassa vegetazione  ,  nel silenzio che avvolgeva il bosco  , rotto solo  dal cinguettio degli uccellini che mi  scortavano   sui rami delle piante e dal fruscio  degli scarponi che calpestavano il suolo ,      sentivo  provenire  da sotto  lo spesso fogliame     dei mirtilli ,  more ,   lamponi  selvatici che, villanamente calpestavo, un delicato e flebile  brontolio  , che la folta vegetazione non mi permetteva  di vedere .

     Toglievo lo  zaino , mi sedevo sul muschio verdeggiante  ,  appoggiavo  la  schiena al tronco di  una grossa pianta di larice  e ascoltavo incuriosito e affascinato,  quel piacevole gorgoglio  che associavo alla presenza di qualche sorgente nascosta sotto alla vegetazione.

    Restavo immobile, quasi non respiravo per cogliere ogni sottile dettaglio e  godermi ,fino in fondo ,  quel fruscio  che usciva dal sottosuolo.  Questo,  seppur flebile,  a  tratti non lo udivo, poi riprendeva  con più intensità, per diminuire ancora .

 Mentre mi dissetavo  ,piacevolmente, di questo segreto   mormorio, mi  tornava alla mentre il ricordo di quando,  bambino, seguivo il nonno  Placido  nel bosco alla ricerca di sorgenti   d’acqua da incanalare  e  trasportare nella baita di montagna.  

 Localizzata la sorgente da cui usciva l’acqua    che formava biancastre  e schiumose bolle  ,come il minestrone che bolliva , per ore e ore , in  pentola  nella baita , il nonno  infilava  nella pozza  una canaletta ,  incavata a semicerchio  ,che era  formata  da numerosi pezzi  di corteccia di pino uniti  insieme .  Dopo averla  ben   fissata  ,  la  appoggiava a   dei  sostegni di rami di abete che aveva  in precedenza preparato,    e faceva correre la canaletta, per una cinquantina di  metri,  fino a raggiungere la fontana  , con vasca  in granito dal nonno  scolpita,    che si trovava davanti alla baita.

La prima cosa che facevo, quando andavo a trovare il nonno in montagna, era di bere  quella buonissima  acqua che , da tanto fresca ,  pareva  tolta dal frigorifero. Oltre a questa funzione vitale, ad essa mi affidavo anche  per completare   il  faticoso  risveglio .

 Quando il nonno notava che il flusso d’acqua  calava  d’intensità,  esclamava. << Poldino>>  così mi chiamava anche se  il mio  nome è Pio ,<< vai alla sorgente e togli eventuali rami secchi pigne ,foglie che impediscono al flusso d’acqua della sorgente , di uscire regolarmente.

Un giorno, dopo aver raggiunta la sorgente, si parava davanti a me uno spettacolo di indescrivibile bellezza. Appoggiata con le delicate zampette, sui  rametti secchi ,c’era un cardellino, con il tipico piumaggio  di mille colori  ,  affiancato da quattro bellissimi uccellini piccoli ,forse erano i figlioletti , con il becco infilato nell’acqua.  Mentre mi avvicinavo, improvvisamente , tutti insieme , spiccavano il volo e  si posavano  sui rami di una pianta lì vicina, cinguettando  intensamente , osservandomi intensamente ,come a dire     .

<<.perché   sei venuto a rompere,  abbiamo diritto anche noi di bere la freschissima acqua della sorgente. >>

Riposto quel bellissimo spaccato di vita giovanile, che è affondato nella mia intimità  a ricordo di quello stupendo nonno al quale volevo tanto bene,  mi ricomponevo e continuavo  ad ascoltare la dolce musica proveniente dalle viscere del terreno . Dissetatomi delle tante sensazioni ed  emozioni, che provavo , mi alzavo e raggiungevo la segreta sorgente.

Toglievo la vegetazione che la ricopriva, infilavo le mani  nella pozza d’acqua  per allargarla , da cui le toglievo,  immediatamente , perché  si gelavano , come se  le avessi infilate sotto  in un  soffice strato  di neve . Subito dopo  estraevo  dallo zaino il bicchiere di latta estensibile.  Lo riempivo  e mi risiedevo  per gustarmela,   avendo cura di assaporarla un po’ alla volta, per non creare pericolose effetti negativi nel  corpo ,  avendo , poco prima,  mangiato un bel panino con sardine in scatola.

Mentre compivo   questi delicati  movimenti,  Zeus , che ritenevo  fosse assetato,  immergeva il musetto, nero e  peloso, nella sorgente  , da cui la toglieva ,subito dopo  e,  guardandomi con quegli  occhietti neri, e  dolci ,ad un tempo molto tristi e malinconici,  pareva  dire.              

 << E’ troppo fredda, non riesco a  berla >>  e con la zampetta destra alzata  ,che appoggiava  sulla  mia  gamba sinistra, chiedeva  aiuto, che gli offrivo  ,immediatamente .             Raccoglievo  l’acqua fresca nei   palmi delle mani , disposti a conchetta ,nella quale Zeus infilava il musetto  risucchiandola  in una frazione di secondo .Dopo  la  prima bevuta, ne seguivano altre ed altre ancora ,fino a quando si accucciava  vicino alla pianta ,dove si trovava lo zaino ,e si addormentava.

 Per evitare che quella preziosa scoperta  fosse   di conoscenza comune  e condivisa con altre persone, la ricoprivo con dei rami di abete i quali , con i suoi verdissimi aghi    filiformi , la nascondono  perfettamente .

Per segnalare la sua presenza e al fine di rintracciarla per i giorni successivi,   incidevo    sul tronco di un grosso e alto e abete,  una piccola croce, con il mio piccolo “ opinel” che sin da piccino il nonno mi aveva consigliato  a tenere in tasca perché  mi  sarebbe sempre servito.

 Quella sorgente  costituiva, per me ,un vincolante   appuntamento  quotidiano  , nel periodo in cui trascorrevo le mie ferie nella  baita di montagna  . In essa   attingevo l’acqua per accompagnare il mio frugale pasto, quando mi aggiravo nel  bosco alla ricerca di funghi  e piccoli  frutti: fragoline, mirtilli, more e lamponi selvatici,   di cui il  sottobosco ne offriva in gran quantità.   

  Ogni volta che la  raggiungevo ,dopo essermi dissetato , con  giusta moderazione , estraevo dallo    zaino il fornellino da campo , sul   quale appoggiavo la piccola moka e     preparavo   il  caffe  con  quell’acqua meravigliosa,  che dava ad esso un gusto e sapore particolari, che nulla  avevano a che spartire con quello che preparavo nella baita di montagna.

 Un giorno d’estate di quattro anni dopo , nei quali  non ero riuscito a  raggiungerla  , non  l’ho  più trovata  .

 Al suo posto era sorta una grande  costruzione in cemento sulla cui porta in ferro d’ingresso, regolarmente chiusa, era stato appoggiato  un avviso , con grandi parole:   “Acquedotto comunale “.

Accostavo l’orecchio alla porta di ferro e ascoltavo ,con l’emozione che scalpitava come un puledro selvaggio nelle prateria,  il forte rumore che proveniva dall’interno:  era la mia piccola sorgente, che era  diventata adulta che mi salutava ringraziandomi  ringraziava per averla aiutata a crescere.

 I miei occhi,  iniziavano ad inumidirsi  emettendo poi grossi lacrimoni , mentre il cuore batteva forte forte.

Quella piccola sorgente  spumeggiante, che con flebile rumore avevo sentito rumoreggiare mentre camminavo nel bosco, e che avevo scoperto infilando le mani nell’acqua ghiacciata,  non c’era  più.   

Se da un lato ero  felice  perché lei avrebbe   soddisfatto  le esigente di moltissime persone, dall’altra ero  abbattuto perché quella che ritenevo il mio angolo di sano      egoismo   ora non lo era più.    Con lei se n’era andata anche la pianta sul cui tronco   avevo impresso  la piccola croce e la data del giorno in cui l’avevo scoperta.

Fra me ragionavo. << L’acqua è un  prodigio della natura   e per questo motivo è giusto che tutti ne devono beneficiare , non solo per appagare il mio,  egoismo.  Sono grato , con me stesso, per avere posto la prima pietra  per  la costruzione di quell’ acquedotto  che è sorto sopra  la mia umile, brontolona e spumeggiante  sorgente di   freschissima acqua ,  nascosta tra  la vegetazione del ricco sottobosco.

Renzo Brandalise

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