La rinascita

4.6
(503)

Vivere un’infanzia serena e un’adolescenza spensierata è il dono più bello che una persona possa ricevere.

Io avrei rinunciato volentieri a un anno e anche a cinque della mia esistenza pur di avere questo privilegio e, invece, il destino dall’infanzia mi catapultò  nel mondo degli adulti, senza alcun preavviso, senza darmi gli strumenti psicologici per adattarmi alla nuova realtà.

Diventare grande all’improvviso creò dei disagi nel profondo del mio animo, che spezzarono la catena di crescita naturale e sconvolsero o meglio annientarono i miei sogni di bambina, annullando tutte le energie positive.

Questo scombussolamento diede origine, a sua volta, a energie negative che intaccarono  l’equilibrio esistente tra mente e corpo.

Poco alla volta il mio stomaco iniziò a rifiutare ciò che la bocca introduceva per una sorta di abitudine.

Iniziai a saltare prima la colazione, poi la merenda, sino ad arrivare a un solo pranzo al giorno e nemmeno completo.

Raggirare mia madre era semplice, all’epoca la sua testa  era offuscata da un grande dolore che l’aveva gettata  nel baratro della depressione, quindi non si accorgeva di nulla, bastava mettere una tuta sotto i vestiti e il gioco era fatto.

Sbarazzarmi del cibo era più complicato ma superai anche questo ostacolo.

Al mattino, come consuetudine, buttavo il latte nel lavandino mentre a mezzogiorno, con la scusa di voler guardare la televisione, che stava in un’altra stanza, nascondevo il pranzo ovunque, con l’ingenua convinzione che mai nessuno l’avrebbe trovato.

Ero pur sempre piccola  anche se stavo affacciandomi alla fase dell’adolescenza e il mio cervello pensava di riuscire a farla franca.

Quando  mia madre si svegliò dal suo torpore o meglio guarì dal male del secolo e si accorse che, in me, qualcosa non quadrava, fu comunque  troppo tardi, il demone dell’autodistruzione aveva già preso il sopravvento nella mia mente.

Costui si era nutrito della mia spensieratezza, della mia freschezza e aveva frantumato in mille pezzi i miei sogni, però, la sua crudeltà non si era placata… Si era spinto oltre…

Si dissetò con quella poca  linfa che mi era rimasta, condannando il mio esile corpo alla stanchezza cronica.

Un giorno particolarmente ventoso, mentre ritornavo da scuola, dovetti aggrapparmi ai pali, agli alberi e a qualsiasi altra cosa per evitare che le violenti masse d’aria mi sollevassero e mi scaraventassero chissà dove.

Nonostante il forte sibilo che mi tappava le orecchie, sentii sghignazzare alcuni ragazzi che si erano fermati a osservare me alle prese col vento e indicandomi, uno di loro con tono beffardo urlò:

“Vedi! C’è uno scheletro che cammina…”

L’altro rincarando la dose aggiunse:

“Chissà da quale cimitero è scappato.”

Non mi voltai, proseguii per la mia strada anche se quelle frasi non mi lasciarono indifferente. Furono come delle lame gelide infilate nel corpo che mi trapassarono  il cuore ma al contempo anche delle scosse elettriche che mi sballottarono il cervello e mi fecero prendere coscienza dello stato pietoso in cui ero precipitata.

Appena giunta a casa, levai la sciarpa, il cappotto, le cinque maglie e i due pantaloni.

Nuda come un verme mi mostrai allo specchio che avevo schivato da tanto tempo, infatti, in bagno, quando facevo la doccia, lo coprivo con l’asciugamano per evitare lo sguardo inquisitorio della mia coscienza.

Ora avevo tolto gli indugi e lo avevo affrontato come gli impavidi fanno  in guerra col nemico: vis à vis.

Mi guardavo dalla testa ai piedi ma non mi riconoscevo, non avevo nessuna forma.

Quei ragazzi avevano ragione  sembravo la copia dello scheletro che avevamo in classe, però, a me non veniva da ridere e nemmeno da piangere.

Ormai avevo esaurito tutte le energie e neanche le lacrime avevano la forza di scendere.

Mi ero ridotta a un accumulo di ossa. Mi pesai, la bilancia segnava 40Kg, troppo pochi per un’altezza di 1,68.

Mi rivestii velocemente prima che qualcuno entrasse in camera, mi sdraiai sul letto e fissando il soffitto cercai di capire come avessi fatto a ridurmi in quello stato pietoso…

Anche il carattere era cambiato: ero diventata più cupa di un cielo grigio e più scontrosa di un mare in tempesta.

Dovevo assolutamente reagire, anche se avevo da poco compiuto dodici anni ero consapevole che rischiavo di morire.

Pensai che l’unico modo per uscire da quella condizione drammatica fosse mangiare. Sembrava semplice ma non lo era.

Da quel momento scelsi  di non saltar più nessun pasto, purtroppo non avevo fatto bene i conti con il mio stomaco, qualsiasi cosa portassi alla bocca mi recava nausea.

Mi costringevo a masticare il cibo tuttavia  non riuscivo a deglutire e se mi fossi sforzata avrei rischiato di strozzarmi.

Allora  decisi di chiedere aiuto, non in modo esplicito ma alla mia maniera. Buttai giù la maschera. Quando mi lavavo e mi svestivo non mi chiudevo più a chiave così lasciavo che mamma avesse la possibilità di vedermi e di accorgersi dell’orrore che ero diventata.

Non passò molto tempo.

La sera stessa, mentre mettevo il pigiama, scorsi dallo specchio dell’armadio mia madre che stava dietro di me, con le braccia a penzoloni e la bocca socchiusa, mi fissava sbigottita. Era come se mi vedesse per la prima volta, dopo una lunga assenza.

Di quel bel visino tondo con le guanciotte non era rimasta nessuna traccia, solo un teschio con due occhi verdi incastonati, un naso ossuto e delle labbra che da tantissimo non sorridevano. Il resto del corpo era impressionante… I lunghi riccioli riuscivano a celare solo le spalle adunche, davanti il segno del costato era ben evidente e protetto da esso  pulsava il cuore, che in modo ritmato sollevava la pelle del petto.

Rimase impietrita.

Un silenzio tombale dominò la stanza.

Ci guardammo per qualche istante senza proferire parola ma i nostri sguardi incrociati si dissero tutto.

Il mattino seguente ero con lei nello studio del medico di famiglia, un signore affabile che mi diagnosticò l’inappetenza cronica.

Nei giorni successivi non so quante fiale di ferro, pappa reale e quant’altro dovetti prendere…

Nulla di tutto questo riusciva a farmi ritornare la fame anzi mi causavano  il vomito e così perdevo anche quel poco che riuscivo a ingoiare.

Mia madre era disperata, non sapeva dove sbattere la testa , poi si ricordò il nome di un famoso pediatra di cui aveva sentito parlare. Ci mise poco a rintracciarlo e a prenotare una visita.

Dopo un paio di giorni ci ricevette. Più che visitarmi mi fece un interrogatorio, quesiti del tipo:

“C’è qualcosa che ti turba o qualche angoscia che ti porti dietro?” “Quando vedi il cibo che sensazioni provi?”

A me queste domande sembravano strane e inappropriate.

La mia mamma, seduta al mio fianco, ascoltava attentamente, a un certo punto chiese al medico:

“Dottore, di cosa si tratta? E’ grave?”

Il pediatra senza esitazione rispose.

“Signora, sua figlia è affetta da anoressia…”

“Anoressia? E cos’è?”

Aggiunse sgranando gli occhi.

“L’anoressia è una patologia dell’anima,  poco conosciuta negli odierni anni ottanta, ciò nonostante si sta diffondendo a macchia d’olio tra le adolescenti. Le cause sono molteplici tra cui fattori psicologici, ambientali e relazionali…”

“Si può curare?”

Chiese allarmata.

“Certo! Le scrivo il numero di telefono di un ottimo psicoterapeuta.”

“Ma il problema di mia figlia è che non mangia…”

“Cara signora, le cause di questa inappetenza sono da ricercare nel cervello della ragazza. Dobbiamo prima risolvere il problema psicologico, poi vedrà che piano piano riacquisterà la fame.”

Mia madre non era convinta che quello fosse il percorso giusto tuttavia decise di fidarsi del medico.

E fece bene!

Poco alla volta iniziai a nutrirmi e nel giro di un anno ripresi il peso normale ma soprattutto recuperai tutte le energie che avevo perduto.

Non mancarono le recidive, ci vollero alcuni anni prima che guarissi completamente e mi ritornasse l’entusiasmo per affrontare la vita con il sorriso.

Quel giorno, per fortuna, arrivò e segnò la mia rinascita.

Coppola Tiziana

Vota

Il risultato finale sarà dato dalla media dei voti moltiplicata per il loro numero

Risultato parziale 4.6 / 5. 503