La nuova stagione

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Il medico era stato ferreo. Almeno un’ora ogni sera, anziché passare da un libro a un altro libro. Il professore era scettico. Gli era sempre sembrato che quello strumento fosse una perdita di tempo. Comunque, strisciò fino alla sua poltrona preferita, s’arrampicò sopra e accese il televisore.

Telegiornale. Solite proteste. Ai giovani lumaconi, in quel periodo, non andava bene nulla del mondo che i grandi, come il professore, avevano faticosamente costruito negli anni. Gli pareva di ricordare che, anche quando era stato giovane lui, fosse successo qualcosa del genere. Proteste. Rivolte. Stili di vita alternativi. Poi, però, tutto rientrava, e tutto tornava sempre uguale. Come era sempre stato.

Film. Una storia d’amore fra due lumaconi d’aspetto particolarmente avvenente era ritardata da una serie d’ostacoli inventati ad arte. Ma, inevitabile, arrivava il lieto fine, in un tripudio di musica sentimentale e baci bavosi. Anche i film erano sempre gli stessi.

Sport. Il professore dovette ammettere a sé stesso che questo spettacolo era più interessante. Lumaconi che, tramite il proprio allenamento, avevano portato all’estremo le possibilità della propria natura, si sfidavano per migliorare il record di velocità sui cento metri piani. Quello precedente era di un’ora, dieci minuti e quindi secondi. Il telecronista, nel suo concitato resoconto, spiegava che quel giorno si sperava di arrivare sotto i dieci minuti. Gli atleti strisciavano, lentamente, verso il traguardo.

Un bip del suo orologio da tasca lo avvisò che, sempre per motivi di salute, doveva compiere la sua strisciata quotidiana, di solito un tranquillo giro del suo villino di periferia.

Fuori c’era un freddo gelido. Nessuna novità. Il tempo, su quel pianeta a noi alieno, era sempre stato così, e sarebbe stato così sempre, nonostante quello che annunciava qualche sciocco superstizioso. Nelle cronache dei secoli precedenti, che il professore conosceva a menadito (era il suo compito) non s’era mai parlato di “cambiamento climatico.” Un’altra moda. Una superstizione dei tempi. Il professore conosceva il passato e, perciò, era convinto di conoscere anche il futuro.

«Professore, che ha imparato di bello oggi?» chiese la figlia dei vicini. Si stava liberando della spazzatura.

«Ho visto la televisione» rispose il prof «dubito d’aver imparato granché.»

«Che ne pensa delle proteste?»

«Finiranno.»

«Dicono che arriverà il caldo.»

«Questo è curioso. Vede, non è la prima volta che le lumaconità è vittima di questa superstizione. Già nelle cronache del tempo medio era annunciata questa nuova… stagione, di cui parlano tutti.»

«Perciò lei dice che non è vero niente.»

«Un po’ di caldo farebbe comodo, per i reumatismi. Ma non m’illudo.»

«A volte illudersi fa bene» disse la giovane lumaca, sua vicina di casa.

«Lei non ha tutti i torti.»

«La settimana prossima è il mio compleanno. Venga a prendere una fetta di torta.»

«Quanti anni compie?»

«Due.»

Due anni. Una lumaca che ormai è entrata nella sua fase adulta. Il prof andava per i dieci. Non s’illudeva. Sapeva che non gli restava molto. Pensò, una volta di più, ai versi di quell’autore classico:

Breve è la vita della lumaca

lento, il suo cammino

grande, il suo compito.

Penso di citarli alla vicina di casa. Ma poi s’accorse che era… felice. Perché rovinarle quel momento?

«Verrò senz’altro.»

«Sarà un onore averla dei nostri» rispose la giovane lumaca, rientrando in casa, dai suoi genitori. Gli era sempre stata simpatica. Una lumaca in gamba. Ne avrebbe fatto, di strada. Cioè, poca, e lentamente.

Rientrò in casa. Pensò di sfogliare ancora qualche pagina, ma si ricordò dell’ordine del medico. Il professore era molto disciplinato. Nella sua vita, aveva sempre ascoltato quanto dicevano gli esperti, le autorità e i grandi pensatori. Aveva presto compreso che il suo compito non era di trovare qualcosa di nuovo, ma di tramandare ai posteri quanto di prezioso c’era nel passato. Era fiero del lavoro di una vita. Certo, gli sarebbe piaciuto che le giovani lumache l’ascoltassero maggiormente. Caldo. Che assurdità. Aveva sempre fatto freddo. Era il clima ideale per una lumaca. Borbottando qualcosa fra sé e sé, si trascinò a letto.

«Professore, venga a prendere il caffè con noi.»

Il vegliardo ci pensò su. Un caffè, in dipartimento, era una cosa lunga. Intanto, si doveva trascinarsi avanti e indietro fino alla macchinetta automatica (che peraltro funzionava malamente), poi c’era una serie infinita di chiacchiere. I lumaconi più giovani, i ricercatori e gli studenti erano sempre entusiasti, perché convinti d’aver scoperto qualcosa di nuovo durante i loro studi. Il professore li ascoltava sornione, classificando (nella sua viscida mente lumachesca) quelle nuove scoperte sotto quanto già lui aveva compreso da autori del passato. D’altra parte, per un anziano come lui, non era male passare qualche ora coi giovani. Ti faceva tornare giovane, anche se solo per poco.

«La ricerca del dipartimento d’astronomia è una bomba» disse uno dei dottor Lumaca che andava per la mezza età, ma non aveva ancora abbandonato un atteggiamento giovanile.

«Una bomba?» chiese il vegliardo. «Che intende?»

«Eliocentrismo. Spiega tutto alla perfezione, e con grande eleganza.»

«Eliocentrismo. Intende dire…» disse l’anziano, mentre una collega più giovane, rispettosamente, gli offriva il caffè.

«Intendo dire che non è il sole a girare intorno a noi, ma siamo noi a girare intorno al sole. Vede, caro professore…»

Al professore quel “caro” non piacque. Gli sembrò condiscendente.

«So cos’è l’eliocentrismo» lo interruppe. «Se n’è già discusso in passato.»

Il suo intervento fu ignorato.

«… vede, se siamo noi a girare intorno al sole, ammettendo, come è ipotizzato da questa ricerca, che il nostro pianeta compia un giro completo ogni quattrocento anni, questo cambiamento climatico…»

«Presunto, cambiamento climatico» disse il prof.

«Presunto. Come vuole lei. Intanto le temperature stanno aumentando, questo è un fatto.»

«Sono aumentate anche in passato, ma il clima, nel complesso, è stazionario.»

«Però, se davvero siamo noi a girare attorno al sole, significa che sta arrivando la primavera.»

«Primavera?»

«Sì» rispose il dottor Lumaca, quello che sembrava saperne più di tutti.

«Non so cosa sia una primavera. È una parola nuova. Non è riportata in alcuna cronaca.»

«Significa che ci stiamo avvicinando al sole. Farà caldo. Ci sarà una nuova stagione. La primavera.»

«È un’ipotesi interessante» ammise il professore, vuotando il bicchiere. «Beh, significa che finalmente potrò risparmiare sul riscaldamento» concluse, con la solita ironia.

Tutti risero, educatamente. Però, rimasero a discutere dell’ipotesi (che il professore riteneva eccentrica e strampalata) del dottor Lumaca. Decise di lasciare i giovani alle loro piccole follie. Tornò nel suo studio. Cominciò a scartabellare, fra gli autori classici, se qualcuno avesse mai parlato di qualcosa come di una “primavera.” Magari in ambito letterario. Gli sembrava un’invenzione da poeti.

Dopo che ebbe finito il suo lavoro, con l’abituale coscienziosità, fece una strisciata in città. Aveva deciso di prendere un regalo alla giovane vicina.

Nell’autobus, pesanti lumache madri badavano distrattamente alle lumachine che giocavano, mentre discutevano di gossip e dei difetti dei loro mariti. Il professore si sedette in fondo. Qualche lumaca lavoratrice, che tornava dall’ufficio, parlava di sport (non si era raggiunto il nuovo record di corsa), telegiornale (cosa vogliono i giovani? perché protestano?) e, sì, di quel cambiamento climatico di cui ormai si discuteva in continuazione. Il professore si rassegnò al fatto che era l’argomento del momento. La moda. Lui non le aveva mai seguite. Perché, allora, quei discorsi lo turbavano?

Quando fu in centro, strisciò lungo le vetrine dei negozi. Quasi senza pensarci, andò verso la libreria. Era quello che regalava sempre alle giovani lumache. Un autore classico, che mettesse loro un po’ di necessario sale in zucca. Si chiese però se non risultasse noioso. Del resto, era un vecchio professore. Nessuno s’aspettava qualcosa di divertente o creativo da parte sua.

Alla fine, si decise per una bella stilografica. Forse era un regalo un po’ costoso, ma lui era un anziano scapolo. Aveva più soldi di quanti effettivamente gli servissero.

«È un regalo per la nipotina?» chiese il commesso.

Il prof sollevò le antenne e gli occhiuzzi verso di lui.

«Una nipotina, certo.»

«È un bellissimo regalo. Sarà contenta.»

«È quello che penso.»

Mise l’astuccio sottobraccio, chiedendosi perché avesse mentito. Non aveva nipotine. Era convinto di non aver mai detto una vera bugia (se si mette da parte quelle richieste dalla buona educazione) nella sua vita di lumaca adulta. Perché aveva riposto così, quasi senza pensare? S’intristì. Penso che la sua mente cominciasse a perdere colpi. Ancora un paio di pubblicazioni, magari un corso, e poi avrebbe chiesto la pensione. Alla quale, fra l’altro, aveva diritto da molto tempo. Poi, sarebbe diventato uno di quegli anziani tristi e soli, che passano il loro tempo di fronte al televisore.

Breve è la vita dalla lumaca…

«Professore, è un regalo troppo bello» disse la giovane lumaca, aprendo il pacchettino. «Non si doveva disturbare.»

«Non è niente» fece lui, affabilmente. Lei sembrava felice.

«Prenda ancora un po’ di torta.»

«Non posso, è sufficiente. Grazie.»

Era un compleanno domestico. C’erano i genitori, fratelli, sorelle, zie. Un paio d’amici. Una festa composta e ordinata, come piacevano a lui.

«Professore, che farà quando arriverà il gran caldo?» chiese la madre della festeggiata, versandogli altro tè.

«Credo che passerò molto tempo in giardino» rispose «di solito è ghiacciato. Sarà un piacere strisciare sull’erba verde.»

«Noi pensavamo di fare un viaggio» continuò la donna.

«Un viaggio… dove andrete?» chiese il prof.

«Ai tropici.»

Il prof stava per chiedere cosa fossero dei “tropici,” ma s’interruppe. Non voleva risultare pedante.

La festeggiata lo guardò, dall’altro lato del tavolo, e rimirò la sua nuova penna.

Doveva ammettere che l’erba in giardino era più morbida del solito. Cambiamento climatico. A volte il clima, che era stazionario, aveva delle oscillazioni. Non c’era da emozionarsi. La lumaconità era saltuariamente preda di questa o quella follia. Quella, dopotutto, sembrava innocua.

Tornò nella sua dimora. Si chiese se anche quel giorno dovesse guardare la televisione, dal momento che si era già svagato. Però doveva ammettere che si era un po’ appassionato a un soap opera che davano sempre a quell’ora. Non era male cercare d’indovinare quali sarebbero stati i destini dei protagonisti. S’arrampicò sulla sua poltrona preferita e accese.

Una palla di neve colpì la finestra del suo soggiorno. Il professore s’affacciò.

«Prof, venga fuori» disse la sua giovane vicina di casa. Nonostante dovesse sentirsi indignato, si ritrovò divertito. Nessuno gli lanciava una palla di neve da… nove anni?

Il professore uscì.

«Facciamo una strisciata insieme» disse la giovane lumaca. «So che lei ne fa sempre una, a quest’ora.»

«Con piacere» rispose lui.

Cominciarono a strisciare, da prima in silenzio.

«Devo scegliere cosa studiare nel prossimo trimestre» disse lei.

Il professore capì perché voleva parlargli. Certo, era anziano e saggio. Voleva consultarsi sulla strada migliore da intraprendere.

«Se posso permettermi un suggerimento, il prossimo trimestre terrò il mio ultimo corso. Tratterò del problema dell’immobilità, come in ogni corso che ho tenuto in tutta la mia carriera. Però vedrà come il tema è stato affrontati da autori nuovi. Cioè, vecchi. Classici.»

La lumaca rise.

«È molto interessante, ma credo d’aver già deciso. La ringrazio.»

Il professore arrossì (da quando non succedeva?). Si sentì vanesio.

«Che ha intenzione di studiare, allora?» chiese, forse troppo bruscamente.

«Mi domando come cambierà il mondo, con la nuova stagione. Voglio studiare questo cambiamento. Per farmi trovare pronta.»

Il professore sospirò. Gli dispiaceva che quella lumaca, tanto in gamba, sprecasse parte della sua breve e lenta vita dietro a una moda.

Però, voleva comunicarlo con un certo tatto.

«Ma lei è sicura, che arriverà queste nuova stagione?»

«Prima, se si ricorda, mia madre parlava di andare ai tropici. Cioè, a quelli che diventeranno i nostri tropici. È perché abbiamo dei parenti là. Mia cugina mi manda tante lettere. Mi ha anche mandato queste foto. Guardi.»

Il professore le guardò. Si sentì sconvolto. Si commosse.

«Non ho mai visto nulla del genere in vita mia» ammise, con la voce spezzata.

«Io sono fiduciosa nella nuova stagione. Tutto il mondo diventerà così. Ci sarà bellezza. Pace. Amore.»

«È possibile che quelle siano l’opera di un artista? Di un pittore?» chiese il prof, ancora sconvolto dalle foto.

«No. Le ha scattate mia cugina. Perciò lei, nella sua lunga vita, non aveva mai visto la fioritura dei ciliegi?»

Domenico Santoro

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