Letizia Di Benedetto

La Montagna: custode di ricordi e immagine di cambiamento

Sebbene siano tante le volte in cui sono stata al Canalicchio, non ricordo con chi,  anche se l’arco di tempo va dall’età scolare, ai trent’anni.

Chiusa la scuola,  si passava l’estate  fino alla ” Madonna a  stidda”  l’8 settembre,  in montagna.

La mattina,  la sveglia non suonava, sicchè‚  sazi di sonno, la colazione si faceva all’ombra di un albero di ulivo, con la granita  alla mandorla della mamma e il pane del giorno prima tagliato a striscioline; in quel momento si decideva cosa fare… dove andare… “andiamo in montagna, o’ Canalicchiu”! 

Il sole era già alto, l’unica cosa che portavamo era  un bastone  per i rovi e i serpenti.

 Diverse erano le proprietà private da attraversare per raggiungere la nostra meta, con il timore di essere scoperti.

La prima sosta: all’ombra di un grandissimo Carrubo, di cui  mangiavamo i frutti e  ne preparavamo un mucchietto da portare a casa al ritorno. Le carrube insieme ai fichi secchi, mele secche, bucce d’arancia secche e zucchero, sarebbero serviti a settembre a fare il “decotto” da mettere nella botte con il vino: questo gli avrebbe dato un gusto corposo e un aroma fruttato, e la mostarda, succo addensato di fichi d’india, con aggiunta di aromi e farina, fatti essiccare nelle formine di ceramica tipica  di Caltagirone.

L’escursione proseguiva carica di  tensione e paura e, con  molta moltissima attenzione,  riuscivamo ad attraversare i binari della ferrovia (in curva! Folli!).

Raggiunti i ponticelli sotto la strada ferrata, prendevamo  fiato, riparandoci un po’ dal sole cocente.  Fuori, una distesa di erba secca,   qua e là,  pochi  pochissimi  fiori di colori delicati: bianchi, gialli, e qualcuno  celeste;  le cicale erano l’unica cosa che in un inconsueto silenzio, si sentiva.  In lontananza. le cime di due Cipressi, verdi, nel mezzo di tutto quel giallo.

Ripreso il cammino, un sentiero  in una rapida discesa  ci faceva  ritrovare in mezzo a quei maestosi  alberi,  che anzichè‚  due erano diventati  quattro,  in una disposizione cos allineata, da formare l’entrata di non si sa cosa.  I piu’ temerari, scendevano dalle pareti, scalando dei grandi massi a mo’ di scalini.  Alcuni rovi ostacolavano il cammino.  Il sole incominciava a sembrarci lontano,  la vegetazione diventava piu’ fitta. Ci si ritrovava in un grande, ma non troppo, terrazzamento,        completamente  ombreggiato,  fresco, davanti  ad una fitta barriera di  “macchi di calipso”,  al di là della quale non si scorgeva nulla.  Provavamo a vedere cosa ci fosse sotto. solo alberi in un dirupo senza fondo. Questo ci  inquietava  avvertendo  un po’ di pericolo, immediatamente sedato dal cinguettio sobrio degli uccelli.

Solo dopo… si udiva il gorgogliodell’acqua!

Girandoci a sinistra, quasi alle nostre spalle: uno spettacolo della natura! Davanti ai nostri occhi, una  vegetazione lussureggiante; sotto: rocce grandi,  alte che bisognava piegare tutta la nuca per vedervi sgorgare l’acqua!

Questa, cadeva  rafforzando il suo fiotto, in un grande invaso. Aggirata questa grande vasca e, con le mani concave, bevevamo a sazietà dalla sorgente  un’acqua fresca, leggera, quasi dolce,  ma naturale. Ci bagnavamo rinfrescandoci tutti, prima di far ritorno verso casa,  fieri ed  appagati dopo aver girato su noi stessi per un ultimo sguardo e per imprimere tutto dentro di noi, come su una foto.                  

Oh…! Un paesaggio bucolico, un’insieme di emozioni,  sensazioni, coniugato a contrapposizioni di colori, in una variante climatica rapida,  inaspettata.  Senza sottovalutare il sottofondo: le cicale prima, gli uccelli dopo, e poi. l’acqua, che  sazia la nostra sete,  seda la calura,  refrigera il nostro corpo.

Ebbene si’… ! Tutto cio’ è  stata da sempre  la nostra meta, come se fosse un premio.

Sebbene il tempo passi e tutto  deteriori,  il ricordo “do Canalicchiu” fa accendere sempre negli occhi e sul viso di chi l’ha visitato, una luce bella, di chi in quel ricordo, ha racchiuso piu’ di una emozione, una gioia accennata, importante abbastanza da non dimenticare.

La montagna, da sempre nella mia famiglia è stata meta dei mesi estivi. Pertanto abbiamo trascorso parte della nostra esistenza, lontano dal lento vivere quotidiano di provincia, e immersi nella natura.

I racconti accorati dei nostri genitori, dei nostri nonni,  mi hanno tramandato episodi, modi di vivere diversi da quelli vissuti in città che è come se li avessi vissuti io.

Mi pare di vedere qui davanti a me, mia madre, i primi giorni trasferitasi in montagna, incinta, con un gran pancione, con me dentro, allungare il braccio diretto ad una fico grossa, con la buccia strappata, con tanto desiderio, quando mio padre allunga il suo di braccio, ma per fermarla. “Perchè questi non sono del nostro albero di fichi, bensi’ del nostro vicino”.

Benchè‚ in montagna vi fossero grandi spazi, ci si riuniva a suon di mandolino e canti popolari nelle sere d’estate sotto il cielo stellato e i grilli in concerto.

Sono passati molti ma molti anni, abbiamo abbandonato la montagna, ancora per noi tutti in famiglia è come  vivere un lutto, non ancora elaborato,  dopo che anche i miei figli l’ hanno vissuta con nuove esperienze: anche loro  custodiscono ricordi carichi di emozioni.

La passione di alcuni volontari che stanno curando il ripristino di alcuni luoghi e l’attenzione e la curiosità  dei nostalgici come me, mi hanno permesso di ritornare in montagna.

Pensavo che fosse l’uomo unico artefice dei cambiamenti e  del deterioramento della natura,  ma non è cosi: la natura stessa è responsabile dei suoi mutamenti.

Ho rivisitato la montagna in escursione. L’attenzione a proseguire e scendere per raggiungere quel luogo cosi’ enfatizzato del Canalicchio, mi impediva di guardarmi intorno, un panorama per nulla sovrapponibile a quello che ancora custodisco nei miei ricordi.

I rovi hanno ricoperto del tutto il vecchio sentiero. Dei quattro cipressi,  solo due mezzi tronchi neri fossilizzati. Scendiamo dalle pareti, una visione arida, sotto il sole che non ci dà tregua. Arrivati al terrazzamento, un panorama da cinematografo: davanti a noi, il bosco che ci aspettavamo, sostituito da un dirupo arido,  per delineare il letto di quello che un tempo doveva essere un fiume, ormai secco, ma che ancora qua e là con qualche rigolo ci faceva immaginare come poteva essere in passato.  Subito dopo la parete si rialza, irta,  per mostrarci innumerevoli grotte, in tempi passati abitati dai nostri antenati,  nei quali sono stati rinvenuti utensili e prove del loro passaggio.

Mi giro sempre sollecitata dallo scroscio dell’acqua: la sorgente c’era ancora, cos come la vasca, ma distrutta. Il percorso dell’acqua aveva cambiato il suo corso, dunque si riversava in un invaso piu’ piccolo.  Cio’ mi disorientava, quasi stentavo a riconoscerne il corso dopo quasi quaranta anni.

La montagna è ancora e sempre da scoprire! Insieme ai volontari, quasi per caso, concediamo a quel luogo un involontario silenzio. Sentivamo chiaramente (il rumoroso rovesciare dell’acqua) lo scroscio dell’acqua venire da ancor piu’ su dalla nostra sorgente. Decidiamo allora di esplorare e capirne la provenienza.

Dopo un arzigogolato sentiero, ci troviamo davanti a una ricca vegetazione, accompagnati dai sempre inseparabili bastoni. Scansate le piante,  avevamo  davanti  una grotta non molto grande con all’interno una grande cascata di acqua sorgiva.  Inevitabile la nostra sorpresa, la gioia di avere trovato un luogo non ancora scoperto. Sorgenti come queste sicuramente alimentano i rigoli nel fiume.

Avevo visitato in montagna, la sorgente, tanto ma tanto diversa dal ricordo che ne custodisco, eppure malgrado la delusione, ho vissuto il brivido della scoperta di quanto la natura, con la sua forza possa donarci sorpresa e incanto.

Letizia Di Benedetto

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