Copertina racconti

La mano morta

Era proprio puzzolente quel grosso bus azzurro della Lazzi che prendevo due volte al giorno per andare e tornare da scuola. All’epoca, erano gli anni ’60, ci si doveva arrangiare per raggiungere gli istituti scolastici e, dalle campagne, i mezzi più usati erano la bici dalla primavera in avanti e il mezzo pubblico nei rigidi inverni.

Le mamme non avevano la patente di guida ed i babbi utilizzavano il proprio mezzo per recarsi al lavoro in orario che, quasi mai, coincideva con quello della scuola. Ora gli studenti sono molto più fortunati, arrivano al portone della scuola direttamente dall’auto di famiglia.

Il tanfo nauseabondo del gasolio mescolato agli “odori” delle persone stipate nel bus lo ricordo ancora e, se chiudo gli occhi, rivivo gli attimi dei bei tempi passati.

Si aspettava alla fermata con i libri in braccio legati da un elastico. Spesso il fardello era pesante ma ci avevamo fatto l’abitudine. C’era sempre qualcuno che stava di vedetta e, quando sbucava da lontano il muso del bus, veniva annunciato. Così, in fila non perfettamente inglese, tutti volevamo guadagnare l’apertura automatica per ottenere un posto a sedere. A furia di spintoni e gomitate i più spavaldi salivano e sedevano. Gli altri si dovevano accontentare di puntellarsi a vicenda per non cadere durante il tragitto a causa delle varie fermate.

L’abbonamento lo avevamo a portata di mano e il Brunelli, lo bucava con un apposito attrezzo. I due chilometri che separavano la periferia di Avane da Empoli erano sufficienti per compiere l’operazione. Il Brunelli era presente su tutte le corse della giornata così come Ritano il conducente, un signore di bassa statura e di modi gentili con al dito anulare della mano destra un grosso anello d’oro con la pietra color rubino.

Erano due figure che, ai miei occhi, facevano parte dell’autobus. La Lazzi non poteva essere concepita senza di loro.

Si scendeva in Piazza della Vittoria, nel centro della città di Empoli, dove c’era la sede della compagnia e si correva subito al bar per la colazione che, generalmente, era a base di cappuccino e di una treccina alla marmellata. Dopodiché tutti in gruppo si procedeva verso la scuola.

Il ritorno era più gioioso perché la mattinata scolastica era terminata. Sarebbero proseguiti i compiti a casa e lo studio delle materie, di solito in gruppo, per prepararsi per il giorno dopo.

La vita era scandita dai soliti ritmi, dallo studio, dalle ricerche in biblioteca, dai progetti per il nostro futuro.

Quel giovedì d’inverno, giorno di mercato, di ritorno da scuola, ero in piedi sull’autobus, più stipato del solito. Oltre a noi studenti, c’erano le persone che si erano recate al mercato e tornavano a casa cariche di borse. Più o meno le facce erano sempre le stesse, dato che a quei tempi la società non era ancora multietnica e nei piccoli centri ci si conosceva davvero tutti, anche solo di vista.

C’era un tipo che non si era mai visto in giro, un signore di una certa età, in piedi poco distante da me. Aveva i capelli unti di brillantina tirati indietro stile Rodolfo Valentino, gli occhi di un nero cupo, ed era profumato, si fa per dire, di una stucchevole e vomitevole acqua di colonia. Preferivo il puzzo del gasolio a quell’intruglio in cui il tipo pareva avesse fatto il bagno. Si teneva aggrappato ad un corrimano per sorreggersi, notai che aveva l’unghia del mignolo lunga in maniera esagerata e anche un po’ sporca. Un brutto ceffo. Mi sentivo a disagio ad averlo dietro, così feci un mezzo giro per rimanergli di profilo. Quando il bus partì, con gli immancabili scossoni, il tipo mi venne ancora più vicino. Aveva l’alito pesante. Il bus dopo un po’ fece una fermata ed altre persone salirono, lo spazio in piedi diventò ancora più angusto.

Sentivo il suo respiro e ad un certo punto, quella orrenda mano che prima stava aggrappata al corrimano, ora era aggrappata al mio sedere in esplorazione. La famosa “mano morta” che tanto morta non mi sembrava. Rimasi di sasso, dapprima intimidita e immobile, poi disgustava e piena di rabbia.

Passato il primo momento di sbigottimento, la mia reazione non si fece attendere e così con la mano libera (l’altra reggeva i libri) afferrai quel che potevo afferrare fra le sue gambe stringendo con tutta la forza che potevo. Il tipo emise un lieve suono gutturale soffocato e, approfittando del fatto che l’autobus si stava fermando, strattonando goffamente, lo vidi scendere veloce come una saetta lievemente piegato in avanti, forse per il dolore. Non ho più visto quel tipo nemmeno per caso. Si sarà trasferito su di un’altra linea per mettere a punto la “mano morta” oppure avrà desistito…

Patrizia Socci

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