La giara

4.7
(529)

“Quella che ti racconto» diceva la mia nonna quando ero bambino «è una storia che raccontava mio nonno quando ero bambina, e a lui probabilmente gliela raccontava il suo. È una storia antica, del medioevo”.

Per lei il medioevo era il tempo in cui si dormiva tutti in una sola stanza, si mangiava da un solo piatto e non c’era la televisione né il frigorifero e neanche la luce elettrica, si aveva un solo paio di scarpe, la notte la pipì e la cacca la si faceva nel vaso nascosto sotto il letto e d’estate non si andava a fare il bagno al mare, né al bar della piazza per comprare il gelato.

Tutta la giornata la si passava in campagna, zappa e sudore della fronte. Quando arrivava la sera, ti mangiavi un boccone e non vedevi l’ora di stenderti sul letto per chiudere gli occhi.

“Allora” diceva “si diventava vecchi ancora giovani e a cinquant’anni venivi buttato in mare con tutti i panni. Non servivi più a niente, per la famiglia diventavi un peso, un sacco vuoto, solo una bocca da sfamare. Non è come adesso che il vecchio prende la pensione e averne uno in casa, o ancora meglio due, è una vera fortuna!”

“Nel medioevo” continuava “il vecchio non aveva più nulla di nulla da dare e veniva lasciato a casa da solo vicino al camino spento dalla mattina alla sera, aspettando il giorno dei suoi cinquant’anni. Era compito del figlio maggiore caricarselo allora sulle spalle per andarlo a buttare nel mare dalla scogliera”.

Nino aveva quarantanove anni e quell’anno avrebbe tagliato l’ultimo traguardo, quello dei cinquanta. Viveva con il figlio Gigi, di tredici. La moglie Filomena era morta quattro anni prima.

Da allora non ci fu giorno che non si portò in campagna il figlio, sapeva che lo avrebbe lasciato solo ancora giovane, quasi un bambino, doveva insegnargli come fare per sopravvivere. Nessuno lo avrebbe aiutato.

Si alzavano prima dell’alba. Nino tagliava due fette di pane duro e le spalmava con la conserva amara. Ciascuno aggiustava il proprio letto, il figlio in cucina, il padre nella camera accanto. Poi partivano sul carretto tirato dall’asino, lo guidava Gigi. Mangiavano le fette di pane e bevevano un bicchiere di vino, uno colmo fino all’orlo, l’altro a metà.

Quando il sole incominciava a sorgere, Nino incominciava a cantare sul sentiero che li portava nei campi:

Camina, ciucciu, camina!

No te ppuntare, ca imu scire! 1

Gigi sapeva che pensava al tempo che gli restava, lo vedeva ogni giorno più stanco e affaticato.

“Sei contento oggi, tata?” gli chiedeva sentendolo cantare.

“Tieniti pronto”.

“Io non lo faccio, tata. Non possiamo comandare?”

“Devi farlo tu, è la legge”.

“E se uno non ha figli?”

“Ci pensano i nipoti. Altrimenti provvede l’Autorità, ma solo se non ci sono parenti”.

Passavano tutto il giorno in campagna, nel grande podere col casolare. Gli insegnava a preparare i semenzai di pomodori e di peperoni, a seminare il grano, a piantare le patate, a inzolfare la vite, a potare gli ulivi. Gigi eseguiva, ma non era molto pronto e a volte si distraeva. Il padre lo richiamava continuamente.

“Quando resterai solo, non raccoglierai niente, neanche un cocomero”.

“Faccio tutto quello che mi dici”.

“Devi stare attento, fissartele nel cervello le cose che ti dico. Non ci sarò sempre a ricordartelo”.

A mezzogiorno si fermavano per fare merenda, una frisella, un po’ di formaggio o un uovo sodo.

Quando tornavano al tramonto, Gigi accendeva il fuoco e provvedevano a cucinare la pignata, spesso per il giorno dopo.

Alla luce delle fiamme del camino si sedevano di fronte a parlare.

“Tata!” gli diceva. “Ma davvero dici?”

“Ne vedi molti vecchi in giro? Vecchi vecchi, dico! Tra qualche mese dovrai farlo. Farebbero fare la stessa fine anche a te, altrimenti”.

La domenica Gigi era solito uscire in piazza, passeggiava da solo, non aveva molti amici. Una volta gli si avvicinò un giovane molto più grande, aveva sicuro venticinque anni, Luigi.

“A te quando ti tocca?” gli chiese. “Io dovrò farlo il mese prossimo. Sono il figlio maggiore”.

“Fra tre mesi. Non credo che ce la farò”.

“Ce la farai, ce la farai! Ce la fanno tutti!”

Gigi osservava suo padre seduto vicino al camino che guardava le fiamme del fuoco, lisciandosi le mani rinsecchite. Era diventato piccolo piccolo, pelle e ossa, tutto a un tratto in un solo giorno. Ieri aveva compiuto cinquant’anni, festeggiati in campagna come sempre. Si erano alzati più presto del solito, sapevano entrambi che oggi, sabato, dovevano farlo, era la legge.

“Tata, andiamo?” gli disse.

Si mise le scarpe e si alzò lentamente dalla sedia, senza parlare.

“Vuoi mangiare qualcosa?” gli chiese.

“Abbiamo mangiato il panecotto, l’hai già scordato?”

“Un bicchiere di vino?”

“Sì”.

Attaccò l’asino al carretto e aiutò il padre a salire. Lo infilò in un sacco, chiuse con lo spago il bordo aperto e partirono. Attraversarono la piazza del paese tra una fila di gente che guardava in silenzio un ragazzo e un asino che andavano a buttare nel mare un vecchio, chiuso in un sacco. Era un giorno luminoso di primavera.

“Tata” sussurrò Gigi al sacco “siamo di fronte alla chiesa. Dì un’avemaria alla Madonna”.

Arrivati sulla litoranea, girarono a sinistra verso nord. Dal sacco non usciva nessun suono e non si vedeva nessun movimento.

Fermò il carretto vicino alla grotta Zinzulusa sulla scogliera di Castro, aprì il sacco e liberò la testa del padre. Un gran numero di ciole di mare si staccò dalle pareti delle rocce a picco e volavano rasenti, gridando il loro aspro verso del malaugurio. Nino si appoggiò alla sponda e inginocchiato guardò giù verso il mare. In giro non c’era anima viva.

“Tata” gli disse “qui ti piace?”

“Figlio mio, da dove mi getti sarai gettato”.

Ma vide che non sarebbe riuscito a farlo arrivare in acqua, la riva era lontana, e sarebbe rimasto a imputridire sfracellato sulle rocce.

Richiuse il sacco e lo portò più avanti, a Porto Miggiano, uno dei luoghi più belli del Salento, con le sue alte pareti bianche di tufo a strapiombo sul mare. In fondo si stagliava un faraglione che usciva dall’acqua, come quelli di Capri. Il sole era già caldo.

“Guarda, tata, che bel posto! Qui va bene?”

Il padre lo guardò, sembrava un passero impaurito appena caduto dal nido. “Figlio mio” gli disse, guardando il mare che luccicava “da dove mi getti sarai gettato”.

Risalì sul carro e fece tutta la litoranea fino a Otranto, passando per Porto Badisco e fermandosi più volte nei posti più impervi e più isolati, quelli che gli sembravano più indicati alla missione. Ripeteva la domanda e riceveva la stessa risposta.

A Otranto si fermò vicino alla Punta Palascìa. Per arrivare al faro bisognava percorrere un ripido sentiero roccioso. L’asino si rifiutò di proseguire, nonostante la canzone che Gigi si mise a cantargli:

Camina, ciucciu, camina!

No te ppuntare, ca imu scire!

Lo lasciarono a mangiare carrube verdi da un albero lì vicino e proseguirono a piedi, il figlio col sacco in mano e il padre arrancando dietro.

“Tata” gli disse quando furono sotto il faro «questo è il punto d’Italia più vicino al sole quando sorge e proprio davanti a noi si incontrano due mari». Chissà quando e da chi lo aveva imparato. “Quando toccherà a me, sceglierò questo posto”.

Il mare si stava agitando, sbatteva sulle rocce sottostanti imbiancando gli scogli.

Il padre non aspettò la domanda. “Figlio mio” gli disse «da dove mi getti sarai gettato”.

Si era fatto tardi, se non si sbrigava il sole sarebbe tramontato prima di arrivare a casa, col rischio di viaggiare al buio per strade sconosciute nel viaggio di ritorno. Così alla fine Gigi non se la sentì di buttare il padre a quell’ora nel mare dall’alto della scogliera, rifecero a piedi il sentiero e l’asino li riportò tranquillamente al paese. E attraversarono la piazza col sacco ancora pieno, senza farsi vedere da nessuno.

Erano stanchi e affamati. Avevano girato tutto il giorno lungo la litoranea, uno nel sacco, l’altro guidando il carretto.

Parlando a bassa voce: “Ci facciamo una frisa col pomodoro?” chiese il ragazzo al padre. “Anche i muri hanno orecchi” spiegò.

“Tu fattene due” sussurrò il padre. “A me ne basta una”.

“Però io un bicchiere, di vino. Tu due”.

“Va bene!”

Fin da quando aveva nove anni, aveva portato Gigi con sé all’alba di ogni giorno a lavorare nei campi, per insegnargli a cavarsela per conto proprio, una volta rimasto da solo. Non era molto sveglio nelle decisioni e nell’iniziativa, doveva essere sempre guidato. La colpa era del caglio non più fresco, pensava, perché lo aveva creato quando aveva ormai trentacinque anni e gli aveva trasmesso la lentezza indolente dei suoi spermatozoi. Avevano un oliveto, un vigneto e un grande seminativo per il grano e per l’orto. Nino era un esperto maestro potatore e molti contadini gli si rivolgevano per la programmazione dei lavori più complessi e particolari.

“Ci pensiamo domani, tata!”, gli disse Gigi, guardandolo mentre beveva il secondo bicchiere di malvasia nera della loro vigna. Tremava e il vino gli colava sul mento. “Non c’è pericolo, tata, stasera non verrà nessuno, stai tranquillo. Noi non abbiamo parenti”.

Si coricarono vestiti, ma non riuscirono a prendere sonno. Gigi cominciò a piangere in silenzio sotto il manto del suo letto.

“Tata” lo chiamò nel buio della cucina “quanti anni avevi quando ti sei sposato?”

Silenzio! Anche il vecchio aveva un groppo alla gola.

“Tata, stai dormendo?”

“Gli anni di Gesù Cristo, trentatré, ero grande ormai. Non ho potuto sposarmi prima, non avevo la casa. Ho dovuto aspettare”.

“Ma tu puoi farlo quando vuoi” continuò quando vide che il figlio taceva “perché la casa ce l’hai. Ti devi solo trovare una bella fidanzata”.

Il figlio continuò a tacere.

Si svegliarono presto, l’alba era ancora lontana.

“Hai riposato un po’?” chiese Gigi.

“Non ho chiuso occhio” rispose. “È meglio partire!”

Tutta la notte era stato a pensare che il figlio non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere, lo avrebbero trovato morto in casa, già decomposto, mangiato dai vermi, e aveva poco più di tredici anni. Troppo inesperto, quasi maldestro, nessuno lo avrebbe aiutato.

Partirono all’alba, un ragazzo, un vecchio chiuso in un sacco e un asino che tirava il carretto. Arrivati sulla litoranea, questa volta andarono a destra, verso sud.

Quando il sole apparve e infiammò l’orizzonte del mare, erano già alle porte di Tricase. Gigi si fermò e aprì il sacco.

“Guarda, tata, che bell’isoletta!” gli disse.

A poche decine di metri dalla riva si stagliava un grande scoglio in mezzo al mare.

“Sì” disse il padre “qui mi piace!”

Gigi non si aspettava quella replica, non gli aveva fatto neanche la domanda ancora. Incominciò a tremare, era ancora un bambino, come avrebbe fatto? Si affacciò dal muretto della strada e guardò giù, pochi metri più sotto c’era un mare liscio e trasparente.

“Qui non va bene!” mentì. “La scogliera è troppo bassa”.

“E che gli fa?” chiese il padre.

“Ti sfracelleresti, senza morire all’istante. Soffriresti troppo!”

Proseguirono e arrivarono al porto. Sul molo un pescatore controllava le reti. Videro una locanda aperta ed entrarono. Ordinarono un piatto di vope fritte e mezzo litro di vino rosso, con un po’ di pane. Il figlio dell’oste, che li aveva serviti, non staccava gli occhi dal loro tavolo.

“Quanti anni avete, signoria?” chiese al vecchio.

“Tuo padre quanti ne ha?” gli rispose Gigi.

“Mio padre è ancora giovane, il tuo ne avrà almeno sessanta. Sai che cosa rischi, se ti denunzio?”

“Ne compie cinquanta proprio oggi. Stiamo andando a farlo!”

“Al Ciolo è bellissimo” gli propose. “Molti li portano lì, per la paura muoiono prima di arrivare in acqua”.

Il Ciolo è un’alta insenatura rocciosa, una gola a strapiombo sul mare, uno spettacolo incredibile, sembra che da un momento all’altro possa apparire Polifemo. Oggi è attraversata da un ponte ad arco, dal quale d’estate si tuffano i nuotatori più spericolati, spesso rompendosi l’osso del collo.

“Anche qui va bene!” disse il padre, con la testa fuori dal sacco.

C’era un po’ di gente, che guardava giù dall’alto della scogliera, forse si era appena svolto un rito analogo. O forse il posto era di solito frequentato la domenica per la possibilità di assistervi.

Appena li videro, alcuni si avvicinarono.

“Lo butti adesso?” chiese uno a Gigi.

“No!” rispose. “Fa gli anni la prossima settimana. Facciamo solo un giro, per avere un’idea. Stiamo andando a Leuca, volete sapere altro?”

Arrivarono al santuario della Madonna de Finibus Terrae, è il primo luogo che incontra chi viene dalla litoranea, proprio sopra un promontorio a picco sul mare.

“Qui, tata, finisce il mondo” disse Gigi, mentre lo aiutava a uscire dal sacco e a scendere dal carretto. “E l’acqua è profondissima, non si vede neanche il fondo”.

Entrarono nella basilica e si sedettero accanto, all’ultimo banco. Erano soli, non c’era nessuno. Il padre si lisciava le mani rinsecchite, sembrava un vecchio di cent’anni. Gigi mise la sua sopra quelle di lui e la tenne ferma.

“Non lo faccio, tata” gli disse. “Appena tramonta il sole, ce ne torniamo a casa”.

Scesero giù al paese e passeggiarono in silenzio sul lungomare.

“Che bel paese Leuca, no tata?” disse Gigi. “Tu c’eri mai stato?”

“Non mi sono mai mosso da casa”.

Il sole era tramontato da un bel po’ quando presero la via del ritorno.

“Tu non sai quello che fai!” commentò il vecchio, con gli occhi lucidi.

Camina, ciucciu, camina!

No te ppuntare, ca imu scire!

cantava Gigi sotto la luna piena.

Attraversarono la piazza del paese che era quasi mezzanotte, non c’era anima viva in giro, il vecchio nel sacco acquattato tra le sponde del carro. Lasciarono l’asino nella stalla e accesero il fuoco nel camino della grande cucina.

“Che facciamo, adesso?” chiese il padre.

“Parla a bassa voce, tata” disse il figlio. “Intanto, ci aggiustiamo lo stomaco”.

Mangiarono seduti vicino al fuoco una frisella bagnata, condita con olio, sale, pomodoro e origano, e bevvero un bicchiere di vino, in silenzio, guardandosi negli occhi impauriti.

“Dovremo essere bravi, tata, per non farci scoprire!”

Avevano una grande giara dal collo largo, la usavano per conservare i fichi secchi. Gigi la svuotò, mise dentro uno sgabello e vi infilò il padre. Seduto, non gli usciva fuori neanche un ciuffo di capelli.

“Sto proprio comodo” disse.

Gigi gli porse un cuscino per appoggiare la testa.

“Tata, di notte potrai uscire per sgranchirti le gambe e fare i tuoi bisogni, ma di giorno non dovrai muoverti, né parlare. Quando torno la sera mangeremo qualcosa insieme”.

All’alba sbirciò nella giara, il padre era già sveglio e lo guardò riconoscente.

Mangiarono un po’ di fichi secchi e bevvero un bicchiere di vino, come due vecchi amici.

“Non uscire in giardino, tata, mi raccomando, ho già governato conigli e galline. Adesso me ne vado in campagna. Che cosa devo fare?”.

Questo, questo e questo, e gli spiegò per filo e per segno tutti i lavori necessari per quel giorno, con la precisa successione delle varie fasi.

Quella mattina venne a trovarlo Luigi, il giovane venticinquenne con il padre di cinquant’anni. Coltivava un podere vicino al suo e venne a salutarlo al lavoro.

“Dove lo hai buttato?” gli chiese.

“Nel mare di Leuca, vicino al faro”.

“Io alla Botte di Andrano, il posto mi è sembrato molto indicato, il mio vecchio beveva come un cammello. Urlava come un maiale al macello e scalciava come un mulo. Ho dovuto colpirlo in testa col suo bastone per calmarlo. Il tuo si è ribellato?”

“No, stava dormendo. O forse era già morto di paura”.

L’amico rise. “Dicono che a Leuca il mare è profondissimo. A quest’ora se lo saranno già tutto mangiato i pesci”.

La sera si sedette accanto alla giara e gli fece il racconto della giornata.

“Poi è venuto Luigi. Sapessi, tata! Lo ha stordito col suo bastone, prima di buttarlo in acqua”.

“Eravamo amici, se n’era scappato giovanissimo lui, con la zita. Teneva tre figli, la femmina ha la tua età”.

Divenne un’abitudine. Nino aspettava tutto il giorno quel momento. “Non mi racconti niente oggi?” gli diceva, se tardava a farlo.

Una notte di luna piena, chiuso nel sacco, lo portò in campagna a mostrargli i frutti del suo lavoro. Anche l’asino, quando lo vide salire sul carro, gli fece festa. Fu l’unica volta, nonostante le insistenze del vecchio, Gigi non volle più correre rischi. Ma Nino da allora rinacque, sentì che serviva ancora a qualcosa.

“Sei diventato più bravo di me” gli disse.

“Non dire fesserie, tata. Senza di te sarei già morto e sepolto”.

“I pomodori di Luigi sono tutti pieni di peronospora, tata”.

“Digli di irrorare le piante con il macerato di un chilo di ortiche tenute per un giorno in dieci litri di acqua”.

Gigi divenne in breve tempo la persona più saggia e più cercata del paese. Quando gli si presentava un problema, andava dal padre: “tata” gli diceva parlandogli da sopra la giara “le cose stanno così e così: come devo fare?” E tutti si rivolgevano al ragazzo quando erano in difficoltà e cercavano una soluzione ai loro problemi, e non solo per quelli della campagna.

“Se ha problemi di intestino, un infuso di alloro”.

“Dolori reumatici? Di cappero. Di origano per la febbre”.

“La mia mamma” gli diceva “era una specie di strega, conosceva le proprietà di tutte le erbe. Se non vuoi fare scorregge, mangia molto finocchio, mi diceva”.

In piazza non finivano più di parlarne.

Quando la voce giunse alle loro orecchie, i capi potenti del paese divennero sospettosi. Come faceva un ragazzo ignorante e sprovveduto a sapere tante cose? Teneva certamente nascosto in casa un folletto dotato di poteri magici. Ecco perché non voleva che nessuno andasse a trovarlo a casa. Fecero irruzione nella sua abitazione e trovarono il padre tremante di paura nascosto nell’orcio di terracotta. Erano passati tre anni.

“Non ho avuto il coraggio” si giustificò Gigi.

Furono portati in carcere nella torre del castello.

Tutto il paese li aveva seguiti in corteo, rumoreggiando contro l’autorità.

Fu processato. E assolto.

“Hai fatto bene!” disse il giudice a Gigi. “I pesi inutili stanno altrove. Non ci rendiamo conto che nel mare buttiamo sacchi di diamanti. La vecchiaia è sede di sapienza”.

“E fu così che da allora, per il coraggio di un giovane come te” concludeva la mia nonna “i nostri genitori poterono festeggiare in allegria i cinquant’anni, i nostri nonni arrivare fino a cento e i nipoti ascoltare le loro belle storie”.

NOTA 1

Cammina, asino, cammina!

Non t’impuntare, dobbiamo andare!

Oreste Toma

Vota

Il risultato finale sarà dato dalla media dei voti moltiplicata per il loro numero

Risultato parziale 4.7 / 5. 529