Rosanna Franceschina

La curva del fiume – RAISA

Polvere rossa. Nell’aria pulviscolo color tramonto. Piedi scalzi inciampano nei vestiti. Polvere sulle capanne, mescolata al fango spalmato sulla pelle per proteggerla.

Un serpente color sangue. Si srotolava nel deserto arido, costellato da spine, sassi e crepe. Un sentiero ci portava alla pozza. Acqua rossa e avara. Bestie, uomini. La sete, castigo per tutti.

Era larga come un paio di salti. A volte il colore virava in arancio, da quel rosso statico e uguale. Quella pozza, bisognava vederla per capirne il colore, bisognava vivere lì per comprenderne il valore. Si raschiava con il secchio o con la ciotola e si aspettava che il fango si depositasse di nuovo sul fondale per tirar su, giusto quella che stava in un palmo.

Allargavamo le ginocchia mentre ci piegavamo per raccogliere un po’ di quel liquido prezioso. Acqua benedetta, che sapeva di terra, di polvere e di urina di vacca.

Il fiume, di cui raccontava la mamma, non c’era più: solo un rivolo che rotolava prepotente nelle stagione dell’ira di Dio.

Mio padre raccontava che, prima dei grandi lavori, il fiume s’incurvava per accarezzare il villaggio, saziava i terreni e ci regalava raccolti e bestiame più grasso. L’erba ballava al ritmo del vento e si fletteva sotto la pioggia, fino in fondo, laggiù, fino a scomparire nella palude dove i buoi annaspavano, faticando a muovere le zampe invischiate fino al ventre. Era acqua buona, fango magico e fecondo, che permetteva di piantare semi e di vederli venire su, alti, sani e pieni di foglie, dove ripararsi da un sole che non intendeva ragioni e bruciava tutto. Aveva bruciato anche me. Pelle nera e lucida come quella degli animali possenti con grandi corna e latte grasso, che la mia famiglia non si poteva permettere.

Ero nera come le altre bambine, e nera come le altre donne che si comprano con pochi soldi qui nella città con i tetti di metallo e vicoli sudici, nera come i bimbi che vendono metanfetamina. Né bella né intelligente, meno alta delle mie sorelle e meno preziosa dei miei fratelli. Io ero quella che sarebbe stata in casa con i genitori per accudirli e sarei invecchiata pascolando capre.

Ero quella che non sarebbe stata legata e fatta sanguinare dalla guaritrice al villaggio.

Ero Raisa. Piccola, magra, capelli bruciati e gli occhi, due lune piene.

Al villaggio avevo visto le mie sorelle combattere con le febbri e perdere tanto sangue per giorni e giorni. La vecchia veniva pagata per fare questo alle bambine e noi, in cerchio, cantavamo e battevamo le mani per invocare Dio che, in quel momento, si era dimenticato di esistere.

Tagliate e ricucite con una lametta rugginosa e un ago sporco.

Non ci avrei avuto niente a che fare io, non avevo bisogno di dimostrare la mia purezza a nessuno. Non avrei dovuto faticare per la dote, sarei rimasta a badare alle capre e ai vecchi. Avrei mantenuto il fuoco acceso per il freddo e per tener lontane le leonesse, avrei portato acqua alla capanna e aspettato la stagione delle piogge per starmene rintanata e cucire le pelli, tappare i buchi all’interno della casa che ogni stagione veniva strappata e malmenata dalle forze della natura.

Pochi anni più tardi raschiarono via mio figlio dal ventre Ripensai alla capanna dove avevano legato le mie sorelle e urlai, e piansi, e sanguinai anche io.

Donne che sanguinano per amore e per odio. Si lavano e lavano panni e figli, portano l’acqua alle capanne, sudano sotto fastelli pesanti di legno o di merce da vendere e piangono. Piangono anche se spesso, dimenticano di farlo. Piangono lacrime d’acqua di mare che non fa crescere erba.

Lavai anche io il mio dolore. Lo lavai con lavoro e odio. Lavando rafforzai il legame con l’acqua che legava tutti noi, che avevamo bisogno di mantenerci in vita nella polvere di miseria e atrocità che respiravo. Cominciai a pensare che gli esseri umani sono vincolati all’acqua, ma le donne lo sono di più al sangue. Acqua e sangue. Vita e morte.

Sono Raisa. Donna di sangue e acqua. Nera come l’Africa e come gli uomini che cavalcavano belve di ferro, sbavando ruggiti metallici e catarrosi, sbranavano la foresta e le dune, al posto della Luna, grandi occhi di fiamma. Animali su altri animali. Animali peggiori delle belve che hanno fame e che Dio perdona per ciò che uccidono.

Scavavano enormi buche e solchi, piantavano pali, delimitavano i campi con i fili che laceravano la pelle di cacciatori e selvaggina. Rovesciavano quantità enormi di fango che, non era come quello che il nostro fiume regalava: di magico non aveva proprio niente. La magia la fecero dopo mesi di rumore e cumuli di lattine e bottiglie, dopo falò e urla di donne.

Il fiume da un giorno all’altro sparì, e con lui la nostra vita povera, ma serena.

La strada era polverosa e piena di rovi, pericolosa per noi bambine per via delle belve e degli uomini. Se dovevo percorrerla da sola, con la mia tanica di plastica, correvo, guardandomi in giro con ansia.

Di solito andavamo in gruppo, avevamo recipienti pesanti sulla testa o sulla spalla, scherzavamo, ci coprivamo la bocca ridendo, le mosche ci bucavano gli occhi grandi di fame che non passava mai.

Tutti dicevano che la diga era un grande beneficio per la città, ma io di questi benefici non mi accorsi mai.

Gli uomini della città cominciarono a conoscere la strada polverosa e alla pozza se ne cominciarono a trovare, oltre ai leoni o qualche iena, tutti ugualmente pericolosi e letali. Noi temevamo di più le bestie con pantaloni di jeans e casacche colorate.

C’erano notti in cui mi svegliavo e respiravo a malapena. Vidi il sole sorgere, spargere il chiarore sui viottoli e sulla giornata crudele che mi stava aspettando. Mi resi conto che avrei voluto morire. “Raisa, sei ignorante come una delle tue capre. Tu non sai niente.” mi dissi. Dentro un calcio di ribellione mi colpì dentro lo stomaco, nel ventre devastato e depredato; mi resi conto quella vita non era la vita. La polvere rossa cominciò a pesarmi sul cuore e ottenebrare i pensieri.

Fu dopo una di quelle notti che decisi di unirmi al gruppo e scappare. Piansi mentre vedevo allontanarsi il villaggio e la mia vita di bambina. Le capanne si dissolvevano tra lacrime e le scosse del camion sulla strada dissestata. Non c’era neanche una fetta di luna a imbiancare un ricordo.

Piansi, quando patii la fame e la sete mi arse la gola. Sul camion dove viaggiavamo di notte, nel freddo del deserto piansi, e piansi quando sostavamo sotto il sole che arroventava il container. Piansi e mi vergognai quando dovetti urinare e lasciar scorrere il mio sangue giovanile sul fondo impiastricciato di vomito, dove stremati, chiudevamo gli occhi, sognando incubi: gli stessi di quando eravamo svegli.

Passarono non so quanti giorni e quante notti, ma finalmente voci concitate e una mano sporca, ci indicarono che il nostro viaggio era alla fine.

Mi sentivo debole, i muscoli intorpiditi mi davano il tormento, guardai i piedi e sperai di non essere finita in un formicaio. Fummo picchiati senza nessuna ragione e messi in fila, appoggiati ad un muro. L’odore del porto si faceva sentire, ma io avevo le narici secche come la gola, sentivo male solo emettendo un semplice di respiro.

Poi lo vidi. Era nero e appena increspato. Spuma bianca si rotolava fino alla riva, dove alcune barche si stavano già riempiendo di gente nera e bruciata come me. Stanca e affamata come me. Con una piccola scintilla di speranza come me.

Non ebbi neanche il tempo di meravigliarmi della bellezza e di quella grandezza. Il mare: non l’avevo mai visto. Un odore intenso e una sterminata massa d’acqua nera. La sete aumentò. Sentii forte l’esigenza di liberare la vescica da cui non uscì che un bruciore lancinante, che mi obbligò a piegare le gambe e portare le mani al ventre.

A forza di spintoni, di calci e botte con il fucile, ci indirizzarono verso la spiaggia, dove un molo traballante, fatto di assi scheggiate, fu il malsicuro ponte verso la libertà, verso la ricchezza, verso i sogni che facevamo fatica a pensare.

Un lombrico silenzioso di gente sfatta, oscillante e insicuro, si fece strada verso le onde che s’infiltravano piano tra i sassi, rotolandoli un poco alla volta verso il nero che si faceva a mano a mano che ci avvicinavamo, sempre un po’ più vero.

L’uno accanto all’altro, schiacciati tra di noi e nella stiva, sentimmo che la barca stava prendendo il largo. Ci furono scossoni, acqua salata e pianti, e poi altri pianti e altra acqua.

Non so quanto tempo passò, ma capii che se non mi fossi mossa da lì, sarei morta.

Mi spinsi fino al ponte, assetata di aria. Il sole mi accecò, il vento mi fece rabbrividire: a casa mia non era mai così freddo.

Poi lo vidi: blu, verde, immenso.

Il riflesso mi obbligò a coprirmi gli occhi con la mano tesa, come quando cercavo le capre.

Un uomo mi vide e urlò qualcosa in una lingua sconosciuta. Lo guardai senza capire. Si avvicinò e mi colpì. Da, da… ripeteva tra sé mentre mi scrutava.

Mi tolse quel che rimaneva del mio abito con i colori della festa. Proprio quello che avevo scelto per andarmene dal deserto e dalla miseria. Mi spinse a terra e prima mi picchiò e poi mi fu addosso. Finì velocemente, ma io ero troppo arrabbiata per restare sul pavimento sporco di quella barca o tornare di sotto e morire soffocata. Presi un ferro che c’era lì vicino e lo colpii.

Si girò con la testa che grondava sangue e mi spinse.

Il mare era blu, verde, le mie bolle invece erano chiare, mentre urlavo, chiamando i miei genitori e le mie sorelle. I disegni della mia ultima aria, salivano insieme ai ricordi e alle immagini di erba fresca e animali grassi. Pensai che non potevo immaginare altro, in fondo, non avevo conosciuto nulla. Solo miseria e dolore.

Però, in quel momento mi dissi “Raisa, adesso ci hai provato. Il mare almeno l’hai visto!”.

Rosanna Franceschina