La colomba pugnalata

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Due palazzi, due balconi entrambi al secondo piano: stessa età, due donne che stendono i panni. Una per conto di suo marito, l’altra per conto di sua madre. La ripetitività di gesti e discorsi è la stessa di sempre.
La scuola elementare continua a rimanere “il grasso” sbeffeggiato dai compagni, e “il dritto” vestito da calciatore. Ma in paese tutti credono in Dio, pregano, le donne allattano i bambini, il neonato nel passeggino non conosce ancora il suo destino, la vecchia con in mano la cartella delle sue analisi cliniche, cerca, invece, di interpretarlo.
I figli dei morti vanno a giocare nel cimitero, io vado spesso al porto, mi piace vedere le imbarcazioni allontanarsi. A sera, le donne della riva bagnano i corpi adorati al canto dei rematori.
Una vecchia si affaccia da un balcone, e sporgendosi porta la mano al seno. Un gesto antico, che ripete da sempre, ma che ha perso oramai le sue ragioni.
Un gatto nero attraversa la strada, poi entra in un bar immondo, dove una marea di disgraziati consuma un caffè da due soldi. Con la sua aria acre di fumo, il bar continua a mostrare in vetrina il solito cartello: “Cercasi cassiera”, dietro il banco l’omaccione che ne è il gestore.
La sua donna resta seduta, esangue, in fondo al locale; ora porta la parrucca e maledice il lassismo dei giovani. C’è chi dice che un tempo la pensasse diversamente, e c’è chi la ricorda, ubriaca, all’uscita da una taverna.
Una sconosciuta si ferma un momento davanti a una casa in vendita, una casa abbandonata, dai vetri rotti: l’impronta sanguinante delle mani contro i vetri. Poi vi entra, ma non vi trova nessuno, quando ne esce, si accorge che, in gruppo, confusamente, dei ragazzi l’hanno seguita.
Un uomo in maniche di camicia si siede vicino alla finestra, cantando un’aria che non conosce bene, confondendo diverse opere e facendone una sola. Alla finestra accanto, un ragazzo fischietta con le mani in tasca. Ma all’apparire della ragazza entrambi tacciono improvvisamente, per riprendere, poi, ancor più forte, cercando di dissimulare la difficoltà dell’intesa.
Attraversando la strada ed entrando nel bar, la ragazza ripete il tragitto compiuto poco prima dal gatto, proprio nel momento in cui quest’ultimo ne viene, invece, scacciato malamente. Ha già parlato con il gestore, che le ha proposto di provare “la divisa” che dovrà indossare.
Gli sguardi degli uomini sono tutti fissi alla porta dello stanzino: i gesti, le frasi, le occhiate d’intesa, manifestano una intenzionale virilità; ma all’apparire della ragazza ecco piombare improvvisamente il silenzio, accompagnato dallo strabuzzamento degli occhi, dall’atrofizzarsi dei gesti, dal sudore sulle fronti. La divisa aperta lascia vedere che la ragazza non indossa altro, ma, al di là degli sguardi, nulla si muove. Una smorfia e un sorriso l’accompagnano, mentre abbandona quel luogo angusto.
A sera, come sempre, vedo le imbarcazioni allontanarsi. Lenta, una barca se ne viene al porto: una donna bella e vermiglia vi giace assassinata.

Gennaro Annoscia

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