Kuzuki!

Tanto tempo fa, quando i vecchi di oggi erano i giovani di allora e sentivano narrare questi fatti dai loro nonni, di quando erano giovani loro e stavano a sentire i racconti che gli anziani davanti al focolare raccontavano, di quando erano piccini quelli e forse anche molto tempo prima, avvenne qualcosa di cui in molti forse hanno perso memoria.

Era il periodo del Santo Natale, di tanti anni passati è vero ma almeno possiamo dire con sicurezza che il bambino Gesù era già nato, lo dico per correttezza affinché andando avanti con la nostra storia non pensiate che vado raccontando di quello.

Non era uno dei periodi migliori, non ho nulla contro il Natale ci tengo a precisarlo, ma quel preciso giorno di quel preciso anno non prometteva essere nulla di buono e per un valido motivo almeno.

Arrivò una gran carestia in città e per non presentarsi proprio da sola, si fece accompagnare da una terribile amica di nome pestilenza e se tutti i livornesi erano già affaticati e con il fiato corto per la prima, la seconda non fece altro che mietere ogni speranza di un futuro migliore.

Le donne, come sempre fortuna loro, furono le prime esasperate ad assaltare i forni per un tozzo di pane, ma quello che trovarono era solamente secco, passato di non si sa bene quanto, forse vecchio come questa storia che vado narrando.

Avevano smesso di fare il pane da un pezzo, la raccolta di grano era stata scarsissima e si era anche smesso di farlo perché quello che si trovava era infetto a causa della pestilenza, qualsiasi cibo portato alla bocca era garanzia di terribili conseguenze.

I saggi pescatori del porto di Livorno, come sopra fortuna loro, la cui esperienza è celebrata anche nelle filastrocche del compianto Rodari, come sempre trovarono una soluzione.

Attingendo dallo schema filosofico hegel… lasciamo stare, in base a un’assodata tesi secondo la quale nel mare i pesci son più di sette senza contare le acciughette e supportata da una ferrea antitesi per cui i pesci sono più di mille senza contare scampi e anguille, ne dedussero una logica e verificata sintesi per cui i pesci son più di un milione, sapendo di avere in ogni caso ragione.

Quando il popolo di Livorno li guardò con un punto interrogativo sopra la testa, spiegarono subito che nel mare c’era abbastanza da mangiare per tutti quanti e se si cucinava subito non c’era nemmeno pericolo di ammalarsi, perché allora, ai tempi in cui si svolsero queste vicende, il mare era sano e pulito, che se non fosse stato per l’acqua che era salata, si sarebbe potuto perfino berla.

Altri tempi, ma torniamo a noi.

Il Santo Natale era salvo! La soluzione era stata trovata, ma come la saggezza popolare sempre insegna, chi fa i conti senza l’oste, sia pronto a ripeterli almeno due volte.

In questo caso l’oste era un tipo particolare, a volte buono e generoso, capace di dare felicità, vita e speranza, altre volte invece avaro e terribile, insidioso e pericoloso fino all’eccesso.

Era un tipo tutto strano ma in fondo bastava saperlo prendere e i livornesi lo sapevano anche amare, perché proprio del mare stiamo parlando.

Bisogna dire che in quel periodo aveva la luna storta e il mare in burrasca di quei giorni non permetteva certo alle navi di salpare, ai pescatori di pescare e quindi ai poveri abitanti di Livorno di mangiare.

I giorni passavano e la fame cresceva, tanto che alla fine i più forti e coraggiosi si risolsero a uscire ugualmente in barca nonostante le condizioni avverse.

Così i più valorosi intrapresero quest’avventura in mare a bordo dei loro gozzi e paranze, ogni rione mandò i migliori uomini che aveva, ogni famiglia aveva un figlio o un marito partito per l’impresa, le imbarcazioni solcarono le onde seguite dallo sguardo curioso dei più piccini e dagli occhi tristi e i cuori intrisi d’ansia di madri e spose.

Non sappiamo se il Palio Marinaro nacque proprio in quel giorno, ma comunque non avremmo nemmeno il tempo e lo spazio per approfondire la cosa.

Il Venezia, il Borgo Cappuccini, il Pontino e l’Ovosodo, ognuno mandò i suoi uomini migliori e inviarono pure più di una barca a far vedere che di coraggiosi in quel rione ne abbondavano.

I prodi furono seguiti con lo sguardo da tutti i Livornesi finché all’orizzonte sparirono tra i flutti.

Passò del tempo e il mare non concedeva tregua, la fame stringeva sempre di più lo stomaco del popolo e lo sguardo era sempre fisso all’orizzonte, da dove si credeva che la speranza potesse fare il suo ingresso.

 Le prime barche ritornarono a fatica in porto, erano poche, molto meno di quelle che erano partite e il pescato era poco, molto meno di quello che sarebbe servito a sfamare la gente.

Gli scampati alla tempesta narrarono di cavalloni impazziti che sbatacchiavano i piccoli pescherecci, di vento fortissimo capace di rovesciare i gozzi e un mare in burrasca pronto a inghiottire chiunque ci fosse caduto dentro.

Il tempo passava, un triste Natale si appressava, la fame aumentava e la speranza di vedere in vita quelli che ritorno non avevano fatto era sempre di meno.

Le anziane, per consolari madri e spose promesse, s’inventarono la storia che i pescatori caduti in quell’uscita erano stati trasformati in gabbiani con il compito di avvisare gli altri pescatori dell’arrivo di una tempesta, ma a dire la verità questo non risollevava certo l’animo e non riempiva di sicuro la pancia.

D’altra parte i nonni narravano anche questo e come promesso, anche questo io vi riporto.

C’è chi dice che è stato il guardiano del Fanale poiché era fatto divieto di friggere il pesce perché l’olio scarseggiava e serviva per alimentare la luce, c’è chi dice che l’abbiano inventato i pescatori del Porto di Livorno, sempre loro, che lo preparavano con il pesce rimasto invenduto dopo il mercato, ora, ognuno la storia la racconta come la sa e quindi io vi riporto quello che a me hanno detto.

C’era all’epoca una signora armena che abitava a Livorno da qualche tempo, qualcuno dice che lavorasse presso la Villa Rodocanacchi a Monterotondo, all’epoca proprietà della ricca famiglia degli Sheriman.

In quell’impresa per mare al fine di trovare cibo da poter mangiare, si era vista trasformare in gabbiani ben tre figli.

Nonostante questo non si perse d’animo, scese al porto, guardò i gozzi superstiti della tempesta con quel poco pescato che avevano ed esclamò «kuzuk!».

La gente la guardò esterrefatta pensando a qualche forma esotica d’imprecazione, qualcuno si affrettò a farsi il segno della croce.

La donna scosse la testa, tirò fuori un tegame di coccio e passò per le varie imbarcazioni. Da una prese una seppia, da un’altra un polpo, poi un palombo, un grongo, una murena, un cappone, uno scorfano, una gallinella, un ghiozzo, una bavosa, una boccaccia, una cicala e un sugarello.

La leggenda dice che sono entrati tutti in quella casseruola ma nessuno dice nulla riguardo alla grandezza della stessa.

Per sapere come l’ha cucinato, lo dovreste chiedere a lei, si narra solo che aggiunse del pomodoro e quello che venne fuori lo mise sopra i tozzi di pane raffermo che le donne avevano trovato nei forni.

Quando finì di cucinare tutta soddisfatta esclamò «kuzuk!» e allora tutti quelli che al porto si erano affollati intorno a lei, capirono che si riferiva a quello che aveva cucinato.

Qualcuno lì vicino rifece il verso e disse «Cuciuc!», un altro «Caciuc!» e un altro ancora di rimando disse «Caciucco!».

Allora la donna armena che da tanto tempo viveva a Livorno e sapeva che a un livornese ci vole cento lire pe’ fallo ‘omincià e mille pe’ fallo smette, alzò le braccia e disse «Cacciucco! Mettiamoci cinque C che magari riempie di più la pancia!».

Il piatto era talmente buono e sostanzioso che quel Natale tutti fecero festa e la ricetta fu conservata e anche migliorata dai pescatori che erano presenti perché come si sa, a Livorno, ’r peggio portuale sona ‘r violino co’ piedi.

Si festeggiò a dovere e non solo perché si poté mangiare, ma perché dal mare ritornarono tutte quante le altre barche che erano partite.

In balia delle onde durante la tempesta e sperdute a causa della nebbia, tornarono al porto seguendo la luce del Fanale e riapparvero con un carico di pesce tale che servì a sfamare tutti finché la carestia non passò.

Simone Censi