Italia-Ghana 0 a 0

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Quando ci si addormenta con la testa sul libro vuol dire che il compito in classe del giorno dopo, molto probabilmente, sarà un disastro. E il prossimo brutto voto sancirà l’addio alla PlayStation.

Ma che posso farci se l’argomento sul buco dell’azoto o dell’ozono o come diavolo si chiama è più noioso delle telenovelas che segue mia madre?

Alzo la testa dalla scrivania che s’è fatta notte. La pagina mi è rimasta appiccicata alla guancia; mi asciugo il rivolo di saliva scappato dalle labbra col dorso della mano e, svogliato e con le ultime energie, riprendo la penna e cerco d’infilarmi nel cervello qualche altra nozione, osservando le immagini sul libro dei raggi ultravioletti che colpiscono la Terra.

Qualche giorno dopo, la prof si aggira tra i banchi per consegnarci i compiti. Mi fa scivolare il mio davanti, mi sbircia dagli occhiali calati sul naso e scuote la testa rassegnata: sul foglio, in alto a destra, campeggia un bel tre rosso; poi, inveisce dicendo che quel paio di righe sulla Stratosfera che protegge la Terra dall’energia sprigionata dai raggi solari sono una miseria. E per punizione mi ordina di studiare in anticipo la lezione sulle fonti di energia rinnovabili che dovrò esporre alla classe al posto suo. Io comincio a dire addio alla PlayStation.

Pedalo verso casa, già figurandomi la triste scena alla quale assisterò: mio padre che sgancia gli spinotti della Play dalla corrente e la ripone nella scatola per la terza volta, dopo le interrogazioni andate male sul carbon fossile e sugli idrocarburi. Infatti va a finire proprio così.

Non mi saluta nemmeno e se ne torna al lavoro.

Io resto con le mani in tasca, imbronciato, a fissare il vuoto sulla mensola lasciato dalla mia compagna di giochi. Mi trascino in camera mia e strattono la sedia della scrivania.

Agguanto il libro di scienze dallo zaino e sfoglio i paragrafi sulle energie rinnovabili, quelli che mi tocca studiare prima dei miei compagni; giro un’infinità di pagine e, sconsolato, scivolo giù fino a sbatterci la fronte sopra.

Energia eolica, è la prima. Respiro a fondo e comincio a leggere, picchiettando la matita sul quaderno e sbirciando dalla finestra, di tanto in tanto, il vicino che pota l’aiuola.

Chiudo il libro, sempre troppo presto, e mollo tutto per sgattaiolare via e rilassarmi a casa di Gramigna che ha appena recuperato la sua PlayStation da una punizione simile alla mia.

Gramigna è il mio miglior amico, l’ho chiamato così perché suo padre fa il giardiniere. Poi c’è Pievgiovgio, che non ha mai imparato a pronunciare bene la erre; a lui non ho dato un nomignolo perché mi sta particolarmente simpatico: suo padre fa il mestiere che per me e il più bello del mondo, ha un negozio di elettronica. Infine c’è Geomanìa, che ha la fissa per le cartine geografiche e le capitali del mondo; le sa tutte, perfino quella dell’Inculonia ed è l’unica del gruppo ad avere le tette: per essere una femmina se la cava divinamente con il joypad, e anche col pallone. Sprigiona energia da tutti i pori, non come quelle pappemolli delle sue amiche.

Quando entro nella stanzetta, trovo i miei amici già tutti là a chiacchierare.

La madre di Gramigna ci ha preparato un dolce e Pievgiovgio ci si avventa sopra manco fosse a stecchetto da due settimane. Ne prendo una fetta anch’io e osservo Geomanìa mangiare a morsetti per non cancellare il lucido che da un po’ di tempo si sta spalmando sulle labbra.

«Da domani ci sarà uno nuovo in classe» ci informa lei. Mi guarda in tralice quando la Coca-Cola mi sbuffa da naso e gola in un rutto. «E tu fai proprio schifo» conclude.

Scoppio a ridere crogiolandomi nei piaceri dell’essere maschio.

«Si chiama Kwame, arriva dal Ghana» continua. «Parla già un po’ d’italiano perché suo padre lavora in Italia da diverso tempo.»

«Voi femmine avete l’abitudine innata d’impicciarvi di un sacco di fatti» biascica Gramigna, sputacchiandosi mollichine di torta sulla maglietta.

«Dimentichi che mia madre è la vicepreside» ribatte lei.

«Ma il Ghana è in Africa, vero?» chiede Pievgiovgio, e Geomanìa si spalma una mano in faccia annuendo.

«Se lo chiamiamo Cioccolatino dite che è troppo scontato?» domando io.

Gli altri ridono, Geomanìa, invece, scatta in piedi infastidita: «Mi sono proprio rotta di passare il mio tempo con degli spararutti trogloditi come voi.» Ondeggia via in un vestitino a fiori niente male, e sbatte la porta dietro di sé.

«Ma che ho detto?» faccio io.

«Niente, avvà il ciclo e savà cavica come una supevnova» risponde Pievgiovgio, con lo zucchero a velo a imbrattargli la punta del naso.

Ci sbellichiamo dalle risate e Gramigna accende la Play.

Rocher, così l’ho chiamato. L’ispirazione mi è venuta dal fatto che la faccia di Kwame è piena di brufoli che, su sfondo color cioccolato, mi hanno ricordato un Ferrero Rocher.

Un pomeriggio, lo invitiamo a casa di Gramigna per una partita di fifa alla Play, ma non sa manco tenere il joypad in mano; in compenso, dal vivo, calcia dei rigori potenti come bombe e lo fa senza nemmeno le scarpe. Da quando c’è anche lui in squadra con noi, non siamo più le schiappe del torneo di calcetto del quartiere. Inoltre, a scuola si dà da fare, di sicuro più di me. Una volta l’ho sentito mormorare che non vuole fare la fine di suo fratello; gliel’ho chiesto, che fine avesse fatto, ma non mi ha risposto.

Un sabato, a casa di Gramigna, la PlayStation si è accesa per spegnersi subito dopo in un macabro ronzio. Esaurita, come un paio di pile vecchie. Decidiamo di portarla dal papà di Pievgiovgio e stacchiamo tutti i cavetti.

Per strada incontriamo anche Rocher e ce lo tiriamo dietro.

Entrati nel regno dell’elettronica, Rocher si rabbuia. Inizia a gironzolare tra vetrine e scaffali scrutando gli aggeggi esposti in bella mostra, così attento che temo voglia allungare le mani. Anche il padre di Pievgiovgio, mentre smonta la Play in cerca del danno, lo tiene d’occhio.

«E questo?» chiede Rocher, accennando a uno scatolone con cavetti e altre componenti elettroniche confinato in un angolo.

«Roba rotta, quelli della ditta dei rifiuti speciali devono venire a ritirarlo.» Il padre di Pievgiovgio gli risponde circospetto mentre Rocher continua a fissare lo scatolone. «E mi sa che anche questa PlayStation è rotta» aggiunge poi, rivolgendosi a noi. «È partita la scheda madre.»

Lasciamo il negozio con quella notizia ad appesantirci le spalle, immersi in un mutismo collettivo: la mia Play e quella di Pievgiovgio sono requisite, quella di Gramigna è morta, e Rocher… be’, il mutismo suo mi è oscuro.

A scuola la prof sta per concludere l’argomento sui metalli pesanti, io sono lontano anni luce dal saper esporre quello sulle energie rinnovabili senza il libro davanti, e Rocher non frequenta le lezioni da abbastanza tempo da farci preoccupare.

Quel pomeriggio, io e Pievgiovgio, decidiamo di andare a cercarlo a casa.

Pedaliamo sotto il sole fino a raggiungere il suo quartiere. Ci guardiamo intorno, domandandoci quale tra quelli sia il suo appartamento. Poi lo vediamo uscire da un portone non lontano, e spingere un carrozzino con dentro una bimbetta piena di treccine afro e due occhioni scuri come olive.

«Che ci fate qua?» ci domanda Rocher, sorpreso di vederci.

«Non vieni più a scuola e volevamo sapeve se stavi bene» spiega Pievgiovgio.

Rocher abbassa gli occhi. «Devo stare con mia sorella» dice. «Mia madre e mio padre sono in ospedale da mio fratello.» Scalcia un sassolino alzando una nuvoletta di terriccio.

«Come mai? Tuo fratello non sta bene?» chiedo io.

Lui mi lancia uno sguardo come se ce l’avesse con me. «È colpa delle vostre stupide PlayStation, e di tutti gli aggeggi che usate!» Stringe le dita alle maniglie del carrozzino.

«Ma che dici, Rocher?»

«Kwame! Mi chiamo Kwame; tu e i tuoi nomignoli. Andatevene!»

Montiamo in bici senza capire un accidente e ce ne torniamo a casa.

Qualche sera dopo, mi sveglio per la sete e vado in cucina a farmi un bicchiere d’acqua.

Dal corridoio filtra la luce della cucina, i miei sono ancora svegli. Sono seduti attorno alla tavola e mia madre strofina una mano sulla spalla di mio padre come fa con me quando mi prega di studiare di più, e le sento chiedere: «Sta molto male?»

Lui scuote la testa sconsolato. «Non riusciamo a venire a capo di questa situazione. Peggiora ogni giorno. C’è qualcosa che ci sfugge. Abbiamo fatto altri esami, aspettiamo gli esiti.»

Entro in cucina e incrocio l’espressione stanca e senza energie di mio padre.

«Chi è che sta male, pa’?» domando, perché una strana sensazione mi serpeggia addosso.

«Un ragazzo ghanese. È in Italia da poco, ma la madre dice che sta male già da un po’.»

«Per caso fa di cognome Osei?»

Mio padre mi guarda confuso. «Sì, lo conosci?»

Annuisco. «Suo fratello è in classe con me.» Ci guardiamo, ma restiamo in silenzio.

Io riempio il bicchiere al rubinetto e mio padre esce dalla cucina. Bevo, e mentre me ne torno in camera, lo sbircio rintanato nello studio: è illuminato dalla luce sulla scrivania, chino tra i volumi di medicina alla disperata ricerca di qualcosa.

Torno a letto, e non faccio altro che fissare il buio del soffitto e ascoltare il canto fastidioso di un paio di cicale. Ripenso alle parole incomprensibili di Rocher e un particolare attira la mia attenzione.

Balzo dal letto e corro alla scrivania.

Apro il libro di Scienze al capitolo sui metalli pesanti, quello che la prof, nel frattempo, ha concluso ma io no. M’impegno nella comprensione del testo – forse per la prima volta – e mi soffermo su quella scheda a pagina 126, quella sugli e-waste, i rifiuti elettronici.

Dopo un po’, riemergo dalla lettura incredulo e chiudo il libro con un tonfo. Mi rimetto a letto con gli ingranaggi del cervello scossi da un moto energetico.

Il giorno dopo, aspetto Geomanìa all’ingresso della scuola – da quel pomeriggio trascorre poco tempo con noi, la trovo cambiata e mi sembra più carina.

L’afferro per un braccio e la trascino in un angolo in disparte.

«Ehi! Ma che ti prende?» protesta lei. «Lasciami!»

«Claudia, Kwame abitava ad Accra quando stava in Ghana?»

«Come hai detto?»

«Kwame abitava ad Accra? La capitale. Sei sorda?»

«No, questo l’ho capito. Dico, prima…»

Alzo gli occhi e sbuffo quando capisco che è rimasta sorpresa perché l’ho chiamata col suo vero nome per la prima volta. «Allora?»

«Sì, ad Accra» risponde, e mi fissa incrociando le braccia sotto il seno che mi pare cresciuto.

Distolgo lo sguardo. «E sai anche che lavoro faceva suo fratello?»

«Ma che ne so io! Mi hai preso per un’impicciona?» La campanella suona e io marino. Scappo via piantandola a braccia conserte senza darle spiegazioni.

Pedalo fino a casa di Kwame. Salgo i gradini delle scale a due alla volta e, raggiunto il pianerottolo giusto, mi attacco al campanello. Prima ancora che lui possa farmi una domanda, gli chiedo: «Tuo fratello lavorava alla discarica dei rifiuti elettronici, vero?»

Mi scruta a bocca aperta. Ha gli occhi arrossati, di stanchezza o tristezza, non saprei. Sento la sorellina frignare da dentro casa. «Che ne sai tu?» mi fa.

Quel tanto è sufficiente ad avere la conferma che mi serve. Pianto anche lui, lì, sull’uscio, e senza rispondergli corro in strada e rimonto in bici.

Pedalo ancora, e ancora, fino a sentire i muscoli bruciare e il cuore pompare allo stremo.

Assicuro la bici a un palo della luce ed entro in ospedale. Respiro veloce, e mi piego in avanti con le mani sulle ginocchia. Mi guardo intorno: sono fortunato, all’ingresso del reparto incontro Emilia, la caposala, e le chiedo di chiamare subito mio padre.

Lui arriva nel suo camice candido che gli conferisce un’aria ancora più severa di quella ha già stampata sulla faccia. La fronte è aggrottata e le labbra strette in una sottile fessura.

«Che succede? Che ci fai qui?» Il suo tono è un misto di disappunto e preoccupazione.

«Osei…» dico, «quel ragazzo ghanese…» lui annuisce. «Ha lavorato in una discarica di rifiuti elettronici. Ho letto che quei posti sono pieni di metalli pesanti, di roghi tossici… È tutto inquinato, dall’aria alla terra passando per l’acqua, tutto» dico concitato, manco avessi fatto la scoperta del secolo.

«Infatti ha un’intossicazione da metalli pesanti, e abbiamo già iniziato la terapia con i chelanti» mi smonta subito e il disappunto sul suo volto per la mia presenza lì, a quell’ora, galoppa al posto della preoccupazione. «Fila a scuola adesso!» Fa per voltarsi, ma si pianta a metà giro. «Hai detto rifiuti elettronici…?» chiede. Io annuisco.

Abbassa lo sguardo assorto, sembra stia facendo due più due.

Immagino il suo cervello tirare somme che non riesco a comprendere. Poi, mormora tra sé. «Non esistono ancora studi certi, ma…» Schiaccia ripetutamente il pollice sul bottoncino della penna, la punta si ritrae e sbuca fuori di continuo, ticchettando. «L’esposizione prolungata e ravvicinata ai campi elettromagnetici di una discarica del genere, potrebbe aver…»

Scambia un’occhiata d’intesa con Emilia. Poi mi rivolge uno sguardo insolito, si avvicina e mi mette una mano sulla spalla, stringe. «Bravo, Mario! Forse hai appena salvato la vita di un ragazzo. Ora vieni, ti firmo un permesso per entrare in classe.»

Sto per fare un salto di felicità alto tre metri per quel bravo che non merito quasi mai, ma resto coi piedi incollati al pavimento e lo seguo.

La settimana dopo, la prof aggiunge sul registro un bel nove per la mia esposizione sulle fonti di energia rinnovabili, e la ricerca sulle discariche di e-waste – che ho deciso di fare di testa mia – viene pubblicata sul giornalino della scuola.

La Play è tornata al suo posto già da un mese, mio padre me l’ha riconsegnata sorridendo, ma io non l’ho ancora accesa: preferisco giocare a pallone con Kwame e, ora, corro anch’io senza scarpe.

Suo fratello sta meglio è stato dimesso e a scuola non ho preso più nemmeno un tre; la Scienze comincia a piacermi e perfino la prof mi sorride più spesso. E poi c’è lei, Claudia, che proprio ieri mi ha stampato un bacio sulla bocca che… be’, è stato a dir poco esplosivo!

Lorena Liberti

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