Il tempo

4.5
(303)

“Vieni presto. Papà sta molto male. Ha chiesto di te. Ciao, Raffaele.” Giuseppe ha appena terminato di leggere il telegramma speditogli dal fratello dalla lontana Campania, sua terra d’origine, lasciata da tanti anni per trasferirsi al Nord, esattamente a Milano, dove gestisce un avviato ristorante assieme ad un amico. La sua è stata quasi una fuga, un rigetto da qualsiasi ideale, un lasciarsi alle spalle tutto e tutti nell’unica speranza di trovare, suo malgrado, l’appagamento, la realizzazione dei suoi desideri, del suo stesso modo di vedere la vita. Avrebbe voluto ardentemente che ciò fosse avvenuto nella sua città, nel suo ambiente, tra le sue “cose”, i suoi amici, le sue conoscenze. Aveva aspettato tanto tempo, inutilmente, dopo aver conseguito il diploma di ragioniere e aver presentato diecimila domande di lavoro e, nel frattempo, aver fatto mille mestieri. Quello stesso tempo che scorreva inesorabile, giorno dopo giorno, sfuggendogli di mano senza avere la possibilità di poter fare qualcosa e di mettere un punto significativo nella sua esistenza. In parte adesso c’è riuscito. Nella Milano mitteleuropea, nella Milano da bere, dove “ogni cosa funziona” e dove ognuno, come un automa, sa perfettamente quello che deve fare, ha trovato il suo ruolo, il proprio modo di porgersi, la mentalità adatta, cosiddetta vincente! Raffaele è rimasto giù, tra le mille difficoltà della realtà del Sud, a combattere giorno per giorno per conquistarsi “l’onore”, la saggezza, l’essere vero uomo di fronte a qualsiasi evenienza. Ma anche, e lui ne è cosciente, immerso nella bellezza rara di questa Terra, tra i suoi profumi che ascendono dalle viscere di un nobile retroterra nel ritmo cadenzato e gioioso di un tempo rispettoso delle pause che accentano la vitalità e l’ineffabile cordialità di una cultura profonda e genuina. È una giornata nebbiosa, densa di quella foschia tipica di questa metropoli che nonostante tutto è silenziosa, assorta nel proprio dovere, garbata. Giuseppe si rende subito conto della gravità dello stato di salute del padre perché sa che il fratello è un tipo preciso e se gli ha scritto è per questione di vita o di morte. Decide all’istante di partire. Prende il primo aereo che trova e in meno di due ore è già all’aeroporto di Capodichino all’altra estremità dello Stivale. Paga il taxi, scende dall’auto. Dalla piazzetta affollatissima nota che il portoncino d’ingresso è aperto. Senza bussare, quindi, entra piano richiudendo con cura la porta. In cucina non c’è nessuno, posa la valigia e si toglie il soprabito, si reca in camera. Ha quasi un nodo alla gola, sono tre anni che non abbraccia suo padre, suo fratello né la madre. Quando li vede vorrebbe saltarli addosso, baciarli, stringerli in un avvinghio focoso ma il momento è triste, troppo triste per fare questo. Si accorge di quante rughe abbia sua madre, dei suoi capelli coperti di neve, dei suoi occhi profondi, lucidissimi. E del viso solcato di suo fratello, più vecchio di lui di due anni, delle mani callose e, in generale, d’un corpo consumato dalla fatica quotidiana. Ecco che allora, come un sibilo che gli lacera l’udito, gli ritorna prepotente alla mente quel senso ineluttabile del tempo che passa, che scorre, che scivola sulla pelle e cambia tutto, senza possibilità di appello né la certezza di rendersene conto sebbene, e tale è il paradosso, se ne abbia la consapevolezza! Si precipita a fianco del letto matrimoniale, dove anch’egli ha dormito tante volte restando in compagnia della mamma quando il papà mancava per tre, quattro giorni di seguito alla settimana per lavoro.

Sente il respiro del suo anziano genitore. È affannoso, boccheggiato, rumoroso. Ogni volta che immette ed emette aria, nota lo svuotarsi e il gonfiarsi del suo petto in una precisa sequenza di identiche azioni; gli occhi sono chiusi, scavati in orbite ceree e consumate. Lo accarezza sulla fronte, più volte, con estrema delicatezza. Per un attimo, in uno estremo sforzo di dolore, il padre apre gli occhi per poi richiuderli subito. Giuseppe sta quasi per dirgli qualcosa, ma si rende conto che non può sentire né tantomeno capire in tali condizioni. La madre e il fratello hanno visto tutta la scena, in silenzio. – “Figlio mio”, gli dice con le lacrime agli occhi, -“come stai?”. Lo stringe a sé come soltanto una madre sa fare. Gli tiene la testa sul petto, lo bacia sui capelli, lo culla quasi. – “Sto bene, mamma. Il mio cuore è tanto triste a veder ridotto così papà”. Dimmi, ha chiesto di me?”. – “Si, fino a ieri ha alternato momenti di totale assenza a momenti lucidi e in uno di questi, appunto, ha chiesto di te. Continuava a dire: ”Lo voglio vedere, fatemelo vedere…”. Giuseppe, allora, si butta letteralmente sul letto, prende la mano sinistra del padre, gliela bacia. Guarda gli occhi chiusi, le labbra contorte, la pelle ricolma di grinze. Scoppia in un pianto improvviso, fanciullesco, liberatorio. La vita come il tempo. E’ stato un qualcosa di tuo ma ora non ti appartiene. C’è stato quasi un legame di sangue e poi all’improvviso la constatazione del non reale, dello sconosciuto, della non familiarità, dell’estraneità a qualsiasi appiglio, ricordo. – “Perdonami, papà, perdonami se non sempre ci siamo compresi, rispettati, cercati. La verità, però, è che io ti ho voluto sempre bene, ti ho amato dentro di me”. Adesso nella stanza c’è silenzio. Si ode soltanto la contrazione simultanea e precisa del suo diaframma mentre dai suoi occhi scendono delle lacrime bollenti che inondano il bianco lenzuolo. Raffaele è seduto in un angolo e si tiene la testa tra le mani. Ogni tanto alza lo sguardo verso il letto, emette un sospiro e riprende l’identica posizione di prima. È nervoso. Lo si nota da come accavalla le gambe, quasi come se gli mancasse la terra sotto i piedi. All’improvviso si alza e si dirige in cucina. Beve un bicchiere d’acqua. Ritorna in camera. Si siede e, come se ne avesse avuta la certezza, si accorge dello sguardo del fratello. I due si guardano intensamente negli occhi, per un lasso di secondi, eterni, in un lungo, interminabile momento nel quale le due espressioni sono state una soltanto percependo la stessa, identica voce del sangue. – “Posso avere un po’ d’acqua anch’io?”, chiede Giuseppe smorzando quell’accentuata forza d’azione. – “Certamente. Vieni con me in cucina”. Si dirigono nell’altra stanza, in silenzio, l’uno facendo strada all’altro. Raffaele porge una giara piena d’acqua fresca al fratello che la versa in un bicchiere sorseggiando avidamente. – “Com’è buona, squisita, squisita davvero. Da quanto tempo non bevevo un’acqua così buona e naturale! Quella di Milano fa letteralmente schifo, a meno che non la compri!” – “Ah, no. Qui per fortuna abbiamo ancora delle cose genuine, come vedi.” Si siedono intorno al tavolo. Giuseppe nota che sulla credenza di fronte è in bella vista una vecchia foto che ritrae l’intera famiglia. I due fratelli hanno i pantaloni corti e abbracciano i genitori in un momento affettuoso. Tutto ovviamente in bianco e nero. Questa visione lo riporta magicamente alla rievocazione di eventi di quello spaccato, rituffandosi nelle sensazioni straordinarie di quel tempo, spensierato e “leggero” in cui il gusto della vita acquistava una

genuina e gradevole eleganza senza sorta d’inganni, d’illusioni, di tentennamenti. Quel “tempo” non misurava affatto la loro esistenza ed anzi, come su un grosso palcoscenico, dava libero sfogo alla naturale improvvisazione in un atteggiamento di abbandono, di rilassamento. Al contrario della vita che ora conduce. Inquinata dallo scorrere dei secondi che pesano come un fardello fin dai primi chiarori dell’alba per tramontare nella smentita di ogni aspettativa tra le fioche luci alla fine del crepuscolo. E tutto questo in una percezione irreale di quello che sta succedendo, non avendo quella coscienza piena e profonda per rendersi conto dell’avvicendamento della maniera d’intendere la propria esistenza. “Quel tempo” ora gli manca, irrevocabilmente. E sa che gli mancherà per sempre. – “Vero, Raffaele”, riprende come destandosi da un profondo sonno, – “hai proprio ragione. Nella grande città trovi di tutto ma non certo le “cose” buone di una volta e il fatto che mi fa più rabbia è che la gente sia convinta del contrario!”. Parla con un’aria rassegnata, quasi a voler dire: “Che vuoi farci, è proprio così che va!”. – “Una buona colpa è della televisione, non credi?”, risponde il fratello mentre si accende una sigaretta. – “Sono convinto” – continua, – “che veramente attraverso il piccolo schermo si dicano un sacco di stupidaggini prendendo per i fondelli tanta “povera” gente che crede, appunto, che ciò che ascolta sia la verità assoluta e…”. – “E qui la vita come va?”, gli chiede mentre Raffaele stava per dire qualcos’altro sull’argomento precedente. – “Mah, cosa ti devo dire. La solita, identica vita di sempre. Non è come per te, che hai mille e mille motivi per distrarti, divertirti, vedere cose nuove, conoscere tanta nuova gente, “farti” tanti amici. Qui è diverso e tu lo sai, o perlomeno dovresti ricordarlo. Mando avanti il pezzetto di terra che il povero papà mi ha dato e questo mi toglie gran parte del tempo…” A questo punto Giuseppe, come in un blackout elettrico, interrompe l’ascolto delle parole del fratello e si rituffa in quella sensazione percepita poco prima. Ha ragione di credere che anche Raffaele, come lui, sia impotente nella gestione delle proprie azioni, che modifica totalmente il modo d’intendere la propria esistenza. È il tempo, ora circostanza ora evenienza ora possibilità che prende il sopravvento nella vita determinando il suo valore o, per meglio dire, la sua valenza. – “L’unico svago” – riprende ad ascoltare, “è quello di andare al bar a giocare a carte e a bere qualcosa oppure passeggiare per l’unico corso del paese insieme a qualche amico. Questo è tutto, caro Giuseppe, niente di più e niente di meno!”. Fuori la giornata è bellissima. Attraverso le vetrine della porta del balcone, il sole si esibisce in bizzarri giochi di luce facendo rimbalzare i propri raggi ora su un oggetto ora su un altro facendogli assumere dei colori stupendi, luminosissimi. Il caldo che ne deriva è opprimente, torrido, umido. Dalla camera si ode il rantolo continuo del padre in un silenzio assoluto in cui il solo rumore delle lancette del grosso orologio a muro scandisce il ritmo preciso del tempo che passa. Pensa che in tali condizioni si avverta la reale e concreta impotenza dell’uomo. L’unica “alternativa” datagli è quella dell’attesa. Aspettare che “l’evento” si compia, si esaurisca nella totalità del suo passaggio, accompagnando consapevolmente l’idea, la ragione stessa, in un viaggio dall’itinerario sconosciuto. Si assiste impassibili al tempo dell’anima, questa natura incorporea che avvolge gl’intelletti in un vortice di passioni, di spinte emozionali, d’immagini del pensiero.

E si resta, appunto, fermi, immobili, riscoprendo tale valore nel resoconto di un progetto che mai sarà portato a termine. Giuseppe si alza all’improvviso ed esce sul balcone. Mentre si accende una sigaretta, invita anche Raffaele a farlo. Entrambi appoggiano le braccia sull’inferriata ed osservano il via vai delle persone su Corso Umberto. È un pullulare di “vita” fatto di grida, abbracci, saluti, strette di mano, pacche sulle spalle, corse. – “Sembra strano” – pensa Giuseppe, – “ma pure qui ognuno sa cosa deve fare, come muoversi, dove andare, chi chiamare. Non è un guazzabuglio ma uno “stato” in cui vige una normale quanto regolare organizzazione impreziosita, peraltro, da espressioni – verbali e corporee – colorite e vivaci. – “Sai, Raffaele”, dice al fratello quasi sorprendendolo – “a Milano non è che me la passi tanto meglio. E non è affatto vero che ho tanti amici e che mi diverto moltissimo. Al contrario, lì ognuno pensa ai fatti propri e pochi, veramente pochi, sono disposti ad offrirti compagnia dopo il cosiddetto orario di lavoro. Lì, caro fratello, contano i soldi. Solo così hai la possibilità effettivamente di poterti divertire, altrimenti rimani solo e abbandonato a te stesso. Vedi, sono tre anni che ci vivo e non ho mai visto delle strade affollate, di sera come di giorno, solo per il gusto di stare insieme e parlare, come invece avviene qui, come sta avvenendo proprio ora sotto di noi!”. – “Ma allora, quasi quasi mi stai dicendo che si sta meglio qui?”, sbotta Raffaele spegnendo la cicca nel posacenere. – “Bisogna vedere da che punto di vista. C’è sempre il rovescio della medaglia, quello che ha meno l’una ha in più l’altra realtà e viceversa, ma grosso modo ti posso assicurare che vale la pena di farne l’esperienza, di fare il confronto”.

Sono le undici e trenta del mattino. L’aria è appiccicosa, si suda senza far niente. Ogni tanto, come un leggero alito, arriva una timida ma fresca ventata che accarezza la pelle. Giù, nel corso, gran parte delle persone che vi transitavano, sono rientrate nelle proprie abitazioni. Giuseppe e Raffaele sono ancora appoggiati all’inferriata del balcone a discutere del più e del meno. Per tutta la casa si ode sempre di più il respiro affannoso del padre ormai agonizzante. La moglie, seduta a fianco del suo capezzale, non ha più lacrime da versare e con lo sguardo lo fissa penetrando ogni suo più piccolo punto. Lo accarezza in continuazione sulla fronte e sulla guancia bisbigliando anche qualcosa, forse preghiere ma sicuramente parole intense d’amore. All’improvviso si ode il rumore della suoneria del campanello. Raffaele si precipita ad aprire la porta d’ingresso. È Maria, la primogenita. Mancava da questa casa da quasi sei anni, da quando cioè lei e il marito bisticciarono coi genitori e con i due fratelli per una stupida questione di eredità. Da allora non si erano più visti né parlati. Nel vederla Raffaele non sa cosa dire. Resta pietrificato nella sua immobilità. Si guardano negli occhi intensamente scoppiando a piangere come due fanciulli. Si abbracciano così strettamente che a lei quasi manca il respiro. Giuseppe, dal balcone, ha avvertito questi strani movimenti e quando, recandosi all’ingresso vede la scena, si unisce anch’egli in questo avvinghio morboso, passionale, sincero. Rimangono così abbracciati per tanti minuti, annullando ogni pensiero, ogn’indiscrezione, ogni angoscia, ogni giudizio. Si guardano e si riguardano profondamente negli occhi. Piangono come quando erano bambini. Il tempo della “morte” li ha riportati in quel mondo innocente e candido cancellato dalla bramosia del possesso, del potere. L’istante che ora vivono racchiude in sé l’eternità. Incommensurabilmente il tempo si è fermato, ha finito di “battere”, di scandire l’attimo che fugge. Non ha più importanza quel che accadrà, piuttosto è grandioso quel che è accaduto. Nulla adesso può distrarre il pensiero rinnovato, risorto dal sepolcro dell’egoismo e della cupidigia. La “calce” che ha cementato la collera nel tempo della guerra fredda si è come sbriciolata tutto d’un colpo, facendo riemergere tutta la bellezza e l’armonia che contraddistinguono un essere umano. Riprendono valore e senso le piccole cose, gl’impercettibili segni della quotidiana esistenza, i celati desideri d’innocenti pensieri. E soprattutto si smette di anteporre il progetto futuro all’esecuzione presente, l’impossibile all’impossibile, la ricerca sostenuta di una concezione astratta ad un’energica applicazione concreta. – “Vi… vi… voglio bene”, riesce a dire singhiozzando Maria ai fratelli. Non ci sono altre parole, altri intendimenti. Basta ciò affinché il tempo del perdono riacquisti il suo spazio, misurando la sua intensità, la sua energia su queste vite appassite, scialbe, apatiche, trasformandole in una nuova ottica dove la visione appare colorata, splendente. La quiete dopo la tempesta. Il cuore dopo una sincera confessione. Non c’è bisogno dell’inchino, dell’alzata di mani. È il trionfo del silenzio, del mettersi in discussione, del fare “il passo indietro”. Tutto avviene perché tutto vive. E per questo non bisogna che si perda del tempo. Dopo mancherà maledettamente! Finirà che le ferite riscosse saranno lenite, forse, solamente dai ricordi. L’Universo intero parla all’improvviso della gioia, della felicità. Non una frase andrà a scardinare l’incantevole vocabolario dell’amore che si apre e si chiude in ogni tempo, in ogni epoca. Assorti così come sono in tali pensieri, i tre fratelli vengono sorpresi dalla voce della madre che, dall’oscurità del corridoio, col fazzoletto in mano fa loro cenno di andare in camera. – “Figli miei!”, esclama con un’aria compassata, rassegnata. – “Mamma, ma… ma…”, non riesce a parlare Raffaele. – “Vostro padre è morto. Gli sono stata vicino fino alla fine. Da quasi dieci minuti non ha più rantolato anzi, il respiro è divenuto normale. Nell’attimo in cui se n’è andato, ha alzato la testa dal cuscino e mi ha sorriso… Poi è spirato!”. Giuseppe e Raffaele, quindi, riportano con la mente il tempo a dieci minuti prima e sanno perfettamente che è proprio quello il momento in cui ha bussato la sorella… Si sono guardati ed hanno sorriso. Entrambi si recano sul balcone dov’erano poco prima affacciati alla ringhiera. Notano il mare non tanto lontano, ne sentono l’odore e si accorgono che è una stupenda tavola piatta. Alzano lo sguardo al cielo per il rumore di un aereo che da poco è decollato lasciando dietro di sé una fumosa scia che si confonde con l’azzurro della volta celeste.

Maurizio Albarano

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