Carla Abenante

Il ragazzo delle conchiglie

Acqua,
io sono fatta di acqua,
acqua d’amare,
dalla brezza accarezzata,
onda su onda
m’increspo se turbata.

-Sono stata io-
-Non dire bugie Sofia, si capisce lontano un miglio che è una bugia –
Una ragazzina ero solo una ragazzina che voleva amare e trovavo mille occasioni per far si che capissero, volevo la loro attenzione sul caso, in fondo non avevo fatto nulla di male neanche questa volta, loro sapevano e avrebbero dovuto assecondarmi.
Eravamo al mare e tutti i giorni c’era il solito trambusto.
Mamma ci svegliava alle sette, perché i ragazzini non dovevano prendere troppo sole e quindi l’orario era dalle nove alle undici al mare poi tutti a casa a giocare in gardino dopo aver fatto la doccia, alle tredici si pranzava a cui seguiva il riposino, dopo di che si usciva e rientravamo per cena.
Andare al mare e starci due mesi per me era troppo, peggio che se fossi andata a scuola, gli orari si dovevano rispettare.
Un giorno di agosto eravamo sulla spiaggia quando incontrai Luca un ragazzo più grande di me di qualche anno, che abitava nel centro di accoglienza, era scuro, sua mamma era italiana ed io non capivo perché la sua pelle fosse così scura a confronto con la mia bianco latte.
Lui stava raccogliendo le conchiglie in riva al mare ed io stavo camminando lungo il bagnasciuga.
-Ciao mi chiamo Luca e tu?-
-Io?-
-Si dico a te-
-Sofia mi chiamo Sofia-
-Ti va di raccogliere le conchiglie con me? Io ci faccio le collane e poi le vendo
Ci pensai su, raccogliere le conchiglie non è che mi piaceva farlo, poi guardai Luca negli occhi e lessi nel suo sguardo la malinconia e decisi di aiutarlo.
-Guarda è bellissima- mi stava mostrando una conchiglia grande con le striature rosa
-Si vero, si sente il mare?-
-No la sua forma non lo permette
Ne raccogliemmo tante e ci demmo appuntamento per il giorno dopo nel deposito delle barche mi avrebbe insegnato a costruire le collane.
Non avevo notato di quanto si fosse fatto tardi e quando arrivai a casa i miei genitori mi sgridarono, e quando seppero con chi ero stata mi vietarono di rincontrarlo.
-Sofia non devi stare in compagnia di quel ragazzo, non conosciamo la famiglia, anzi per meglio dire non sappiamo chi sia il padre dato che nessuno lo ha mai visto, lui abita al centro con la mamma, sei sicura che non sia un delinquente-
-Ma no, cosa dite, è un bravo ragazzo, è anche molto triste-
-Tu non frequentarlo e noi stiamo più tranquilli-
-Va bene- promisi ma non mantenni.
La notte non riuscii a dormire, a me non importava sapere chi fosse il padre io nei suoi occhi avevo visto tanta dolcezza, un cuore d’oro e tanto bisogno di amore.
La mattina andammo al mare, dopo pranzo quando tutti stavano facendo la pennichella, andai all’appuntamento.
Luca era ad aspettarmi all’ingresso della rimessa.
-Finalmente sei arrivata, avevo perso le speranze-
-Ho aspettato che i miei dormissero, non vogliono che ci vediamo-
-Perché?-
-Non conoscono tuo padre-
-Beh se è per questo nemmeno io
Non seppi dire più nulla.
-Vieni, andiamo dietro quella barca
Dietro la barca c’erano le conchiglie, i fili e quanto occorreva per fare le collane.
Ci sedemmo e Luca cominciò a forare le conchiglie con un uncino.
Trascorremmo tutto il pomeriggio, imparai a fare le collane di conchiglie, la prima che feci me la regalò.
Passò così in fretta il tempo che dovetti scappare lasciandolo lì da solo, promisi di ritornare il giorno dopo.
Mia mamma mi aspettava sulla porta, il viso alterato.
-Dove sei stata? Non devi uscire senza che io lo sappia, mi hai fatto venire un coccolone quando non ti ho vista a casa-
-Sono andata a fare una passeggiata-
-Con quello di ieri?-
-Quello ha un nome, si chiama Luca.-
-Sei stata con lui?-
-Si-
-Non devi andare da lui, ti ho detto che non conosciamo le sue origini-
– E allora? Non le sa nemmeno lui-
-Peggio ancora-
-Mamma ascolta pensa se fosse tuo figlio, dai è un bravo ragazzo, non facciamo nulla di male se non stare un poco insieme, gli faccio compagnia-
-Va bene, almeno so dove sei finita
Quella sera a casa eravamo tutti felici.
Il giorno dopo Luca mi venne a prendere a casa e lo presentai ai miei genitori che lo obbligarono ad entrare in casa e lo sottoposero ad interrogatorio.
-Bene, sei proprio un bravo ragazzo- disse mio padre con un piglio tra il sornione e il soddisfatto
-Vuoi pranzare con noi, vedo che sei sciupato- Disse mia mamma con il suo cuore d’oro.
-No signora magari domani, mia mamma mi aspetta, si preoccupa se non mi vede ritornare per il pranzo, sa ha paura che per il colore scuro della pelle, che mi ritrovo, possa essere oggetto di scherno da parte degli altri ragazzini. C’è in giro una parvenza di buonismo che nasconde razzismo ed anche se io sono italiano a volte mi scambiano per extracomunitario e mi lanciano di tutto dietro-
-Capisco- riuscì a dire mamma con gli occhi pieni di lacrime.
Uscimmo.
-Sofia vogliamo andare a vendere le collane?-
-Dove?-
-Sulla spiaggia, ora ci sono tanti bagnanti-
-Va bene andiamo.
-Passiamo a prendere le collane alla rimessaLuca mi prese per mano, sentii il contatto con la sua pelle liscia e morbida, anche le braccia si toccavano e devo dire non mi dispiaceva. Ero ragazzina ancora non sapevo cosa fosse l’amore, iniziavo a scoprirlo.
Prendemmo le collane, le appoggiammo su di un remo e le portammo sulla spiaggia.
Ne vendemmo una trentina e così per alcuni giorni.
-Ti offro una pizza-
-Eh i miei genitori non mi fanno venire con te in pizzeria di sera-
-Chi ti ha detto di sera. Andiamo all’ora di pranzo, avviso mia mamma-
-Avviso anche io la miaOgnuno con il proprio cellulare avvisò.
Andammo da Gigino a mare una pizzeria rinomata, l’interno era allestito come una barca, alle pareti aveva reti e timoni.
Il pizzaiolo era bravissimo e ci fece una pizza così buona che avrei fatto il bis.
All’uscita del locale decidemmo di ritornare alla rimessa.
Stavamo camminando mano nella mano quando avemmo la sensazione di essere seguiti.
Fu un attimo e nel vicolo chiamato delle Femmine ci circondarono.
Il capo del clan iniziò a parlare al suo gruppo
-Amci, e che ci fa un ragazzo di colore con una bella ragazza come questa-
-Eh Vittorio hai proprio ragione, la dobbiamo avere noi non uno come lui-
Iniziarono a sputarci addosso, a darci calci sulle gambe.
-Vittorio questo è l’infame che si permesso di aggirarsi sul nostro territorio-
-Ragazzo tu hai fatto una cosa che non dovevi, hai venduto le tue collane sul nostro territorio, devi pagare con la tua ragazzaLuca mi stringeva forte a se, tremavamo senza darne l’impressione, non ci muovemmo.
-Ve la state facendo sotto?, rispondete
Si avvicinarono, tentarono di strapparmi dalle braccia di Luca.
Ci stringemmo ancora più forte.
-Ragazzo lasciala, la vendi a noi, così non ci facciamo male
Sentimmo in lontananza una sirena e fu la nostra salvezza.
Passò la volante della polizia chiamata da un pescatore che da lontano si era trovato ad assistere alla scena che nessuno di noi aveva visto.
Luca mi accompagnò e quando i miei genitori mi videro capirono subito che era successo qualcosa.
-Sofia siete pallidi, bianchi come lenzuola-
-Nulla ci siamo stancati, abbiamo camminato tanto-
-Dite la verità così possiamo aiutarvi
Luca non ce la fece più e raccontò tutto.
-Sono stata io a convincerlo a vendere-
-Sofia non dire bugie- disse Luca.
-Dovete denunciare-
-No ho paura-
-Sofia i tuoi hanno ragione-
-Luca quelli hanno il territorio sotto controllo e vuoi che la polizia non lo sappia già-
-Vero, loro hanno bisogno delle denunce per poter operare ed intervenire-
-Proprio noi dobbiamo farlo? Io non voglio-
-E se ti violentano, hai sentito vogliono te come prezzo da pagareDopo estenuanti discussioni andammo in commissariato.
Furono arrestati.
Sereni andammo sulla spiaggia, le onde erano increspate, una più forte ci bagnò e ci tirò nel mare ed approfittammo per bagnarci, stavamo attaccati per non farci trasportare al lago, i nostri corpi bagnati si toccavano e gli occhi si fissavano, fino a quando ci lasciammo andare e ci baciammo.
Iniziò la nostra storia approvata dai miei genitori e da sua mamma che i miei vollero assolutamente conoscere prima di lasciarci amare.
Crescemmo insieme fino a che arrivammo ad età di matrimonio. Ci sposammo. Una vita felice resa ancora di più felice dalla nascita dei nostri figli.
Eravamo sulla spiaggia tutti insieme, guardavamo le onde incresparsi e fare mille evoluzioni, la spuma bianca che arrivava a riva bagnava i piedi dei bambini, quando un amico ci venne a dare la notizia. Erano usciti dal carcere i membri del clan.
Ci sembrò che il mare volesse proteggerci con le sue onde, volesse abbracciarci, arrivò a bagnarci e a tirarci dentro come quando ci eravamo baciati la prima volta.
Ci abbracciammo e gli occhi si riempirono di lacrime.
I bambini dalla spiaggia ci chiamarono insieme ai nonni.
Uscimmo dall’acqua.
-Ragazzi non vi preoccupate andremo via da qui- disse mio padre
-E’ vile scappare-
-Non scappiamo proteggiamo i bambini
Fu così che andammo via dal mare, vendemmo la casa.
Dopo anni venimmo a conoscenza che il clan non esisteva più, ognuno dei ragazzi che ne facevano parte erano stati collocati in posti di lavoro, avevano le famiglie, i figli, erano diventati delle brave persone ed abitavano lì al mare.
Ne fummo felici anche se non siamo più riusciti ad andare in quel posto meraviglioso che per noi aveva un angolo rosa ed un angolo nero oltre l’azzurro del mare e del cielo.
L’acqua del mare non poteva lavare quello che avevamo subito.

Acqua,
io sono fatta di acqua,
acqua d’amare,
dalla brezza accarezzata,
onda su onda
m’increspo se turbata.

Carla Abenante

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