Rosanna Malaspina

Il meleto

Quell’agosto avevamo preso a frequentare un laghetto ai margini della Foresta Nera. Lo raggiungevamo in bicicletta. Uscite dalla città, attraversavamo un vasto meleto. Era deserto e pervaso da un odore marcescente. Il ronzare degli insetti era assordante. I corvi volavano bassi con un gracchiare stridulo, lacerante. Pedalavamo in fretta parlando a voce altissima per farci coraggio. Ma un velo scuro ogni volta si insinuava nei nostri cuori e la sua trama si infittiva quando entravamo nel buio della foresta. Era nerissima. Faticavamo a riconoscere il sentiero. Tacevamo e pedalavamo lente, assorte come di fronte a un mistero. Poi, improvvisa, si dispiegava la radura luminosa col suo stagno di smeraldo. Era la nostra gioia, la nostra meta. Me lo aveva fatto conoscere Marija in primavera e avevamo preso l’abitudine di andarci tutti i giorni, dopo pranzo quando le lezioni di tedesco erano finite e i nostri mariti erano impegnati a scrivere pagine di scienza all’università. Portavamo un grande telo per sdraiarci, un thermos di caffè e qualche fetta di torta. A Marija piaceva la torta di mele. Le ricordava la sua patria polacca ma io, per via del meleto inquietante, mi ostinavo a non portarla mai.

“Vuoi mangiare i frutti delle mosche? Magari quelli dell’albero a cui si è impiccato il contadino Hans?” scherzavo. Quella dell’impiccato nel meleto era una leggenda, una sorta di maledizione che gravava sui boschi di mele intorno alla città. Se ne parlava spesso alle feste dell’università, nei caffè e nei ritrovi mondani con l’ironia sprezzante di chi guarda alle dicerie di campagna. Però, da poco un contadino era scomparso davvero e se ne cercava il corpo nei campi.

“Ma dai, rideva Marija, perché mai poi l’impiccato dovrebbe chiamarsi proprio Hans? Che ne diresti invece di un bell’Huber?”

“Originale, un nome davvero inconsueto!”

Ridevamo dei tedeschi con la sfrontatezza dello straniero. Quella città era la nostra dimora eppure continuavamo a sentirci forestiere. Ci eravamo infilate in una piccola bolla che aveva posto solo per noi due.

Meglio Käsekuchen, torta al formaggio. Avevo imparato a prepararla e gliela portavo ogni volta che potevo.

Quando il tempo lo permetteva – in Germania l’estate non è sempre così estiva – facevamo il bagno nel laghetto, nuotavamo freneticamente per vincere il freddo e poi ci avvolgevamo nel telo per scaldarci. Un solo telo. Giacevamo l’una di fronte all’altra e giocavamo a contare i fili d’erba che separavano i nostri volti. Ogni tanto ne mangiavamo qualcuno per farci più vicine.

Un pomeriggio particolarmente caldo restammo nell’acqua più a lungo. Ci godevamo gli abbracci umidi e scivolosi. Poi Marija si allontanò e prese a nuotare in direzione di un anfratto tra le rocce. Per un po’ sparì alla mia vista ma prima che io potessi preoccuparmi ricomparve e mi annunciò festosa di aver scoperto una cascatella. Mi invitò a raggiungerla. Giocammo a lungo sotto i rivoli d’acqua fredda lasciandocela scrosciare sul capo o sdraiandoci sulle rocce per sentirla piovere su tutto il corpo.

Il risultato fu che Marija si ammalò.

Mi chiamò la mattina successiva per dirmi che non veniva allo stagno. Aveva la febbre e un raffreddore coi fiocchi. Mi avrebbe telefonato l’indomani per nuovi accordi.

Nei giorni a seguire mi aggiravo per casa sperando che il telefono squillasse ma da parte di Marija non avrebbe squillato mai più.

Provai a chiamare io casa Karkoskij. La prima volta ero così timorosa che temevo di non riuscire a parlare, ma trovai una fredda segreteria telefonica che mi invitava a lasciare un messaggio. Col crescere dell’angoscia anche l’audacia montava e mi ritrovai a telefonare più e più volte al giorno, invano.

Mi risolsi così ad andare di persona all’Università per parlare col marito di Marija, il professor Karkoskij che non conoscevo di persona ma che sapevo essere studioso internazionale di bioscienze. Ero consapevole di azzardare ma non avevo altra scelta.

Parcheggiai la bici nella rastrelliera e inforcai l’ascensore ripetendo tra me e me il discorso neutro che mi ero preparata: “Sono una compagna di corso di Marija, dovevamo vederci per ripassare l’esame di tedesco che avremo a breve, ma non riesco più a contattarla. Volevo solo sapere se lei è ancora interessata, altrimenti mi organizzo diversamente.”

Non ebbi modo di sciorinare il mio discorso poiché, quando bussai alla porta del Dott. Karkoskij, la sua segretaria mi liquidò sulla soglia, comunicandomi che il professore era in ferie. Era rientrato in Polonia. Se volevo potevo lasciare il mio nome e lei avrebbe informato il professore della mia visita. Lo feci, riluttante, ma lo feci.

Ritornai frastornata alla bici, Marija non mi aveva mai parlato di ferie in programma, anzi sapevo che la sua famiglia sarebbe rimasta in città fino ad ottobre, quando si sarebbe svolto il convegno che il marito stava organizzando.

Il lucchetto non voleva aprirsi e le mani mi si inceppavano. Cosa stava succedendo, dove era finita Marija?

Alla fine partii e inconsapevolmente presi la strada per la Foresta Nera. Pedalavo come in trance assorta in pensieri che oggi non saprei più riferire.

Solo quando fui nel meleto mi accorsi di ritrovarmi lì da sola per la prima volta. Era l’imbrunire, i meli stavano diventando sagome scure, il ronzio scemava e i corvi tacevano. Ero stanca per la lunga pedalata, avrei voluto fermarmi ma avevo paura. Mi misi a pedalare più in fretta cercando di non alzare gli occhi verso la luce fredda della luna che già aveva preso a farsi strada.

Giunta al bivio che da un lato portava dritto alla foresta nera, dall’altro a un’area acquitrinosa oltre la quale si ergeva un mulino abbandonato, un ricordo improvviso inchiodò le ruote della mia bici.

E’ un pomeriggio assolato e, come al solito, Marija mi precede. E’ sempre lei ad andare avanti. E’ lei che ha scoperto questo posto e sembra conoscerlo molto bene. Quella volta, invece di svoltare a sinistra in direzione del bosco, con una manovra repentina sterza verso destra e si addentra in direzione dell’acquitrino.

La sento che ride e intona una canzone polacca a squarciagola. Io mi fermo disorientata e la chiamo: “Dove vai Marija? Dai, non fare la scema, vogliamo andare allo stagno o no?”

Lei torna indietro per un breve tratto – la vedo con i capelli biondi che sfuggono alla presa del cappello – poi si ferma e con aria serissima mi dice: “Ho scoperto che il contadino Hans non si è impiccato ad un melo ma a un olmo, forse proprio quello lì” soggiunge, indicando un albero che si erge solitario nella spianata davanti al mulino.”

“E tu come fai a saperlo?” chiedo contrariata.

Lei scoppia a ridere: “Dopotutto sono un’antropologa e ho le mie fonti!”

A me francamente dell’impiccato non me ne importa proprio niente, Hans o Huber che sia! Voglio solo andare al lago a godermi la cascatella in quella giornata calda.

“Dai Marija, smettila, andiamocene di qui, non è per nulla divertente!”

“Come vuoi!”, risponde lei inaspettatamente docile e si mette a pedalare con tanta lena che il cappello le vola via dal capo.

Io mi fermo a raccoglierlo ma lei lo rifiuta col gesto di chi non ne più di qualcosa. In quello stesso istante il suo volto si rabbuia e gli occhi si fanno seri.

Non do importanza alla cosa, infilo il suo cappello sul mio e riprendo il cammino dietro di lei.

Quel ricordo mi suscitò una grande inquietudine tanto più che mi accorsi che era quasi buio e i meli si erano fatti ombre contorte. Mi sopraffece il terrore. Girai la bici e feci rotta verso casa.

Quando entrai nel mio appartamento ero gelata, mio marito dormiva già e l’orologio segnava le 11. Mi spogliai in fretta e mi strinsi a quel corpo caldo trovando conforto nella carne ma non nel cuore.

L’indomani di buonora mi rimisi in marcia verso lo stagno. Aggirai le domande di mio marito, saltai le lezioni di tedesco e avvisai l’Istituto di Cultura Italiana che non avrei potuto prendere parte all’incontro su Göhte e l’Italia. Qualcosa mi spingeva perentoriamente verso lo stagno.

Il tempo era grigio e un forte vento soffiava sulla città ma non mi importava. Percorsi velocemente le strade di periferia e in breve la pista ciclabile mi condusse al meleto. Il silenzio era rotto dal gracchiare dei corvi che si agitavano nel vento per l’imminente tempesta. Cercai di far finta di niente, accelerai la pedalata e mi misi a cantare l’unica strofa della canzone polacca che Marija era riuscita a farmi imparare. Quando giunsi nella foresta aveva iniziato a piovere ma la trama dei rami era così fitta che la pioggia non riusciva a penetrare. Mi accolsero il solito silenzio ovattato e il pulviscolo di insetti che indefessi compivano il loro dovere di vita.

Improvvisamente caddi, una radice, un sasso, un animale, non so, mi ritrovai a terra sotto la bici mentre lo sciame repentinamente si avventava su di me. Fu il panico. Mi misi a strillare a gran voce ma ben presto realizzai che non poteva sentirmi nessuno. Raccolsi le mie forze e mi rimisi in sella pedalando all’impazzata, col cuore in gola e un senso di pericolo in agguato.

E poi, eccola lì, la nostra radura, il nostro stagno. Quella volta però il mio animo non si schiuse, come avveniva con Marija, l’acqua era opaca e piccole onde disordinate riversavano sulle rive un limo grigiastro. Pioveva.

Mi immersi nell’acqua e nuotai verso la cascatella. Rimasi lì sotto a gelare per un po’. Speravo che quel rito potesse rimettermi in contatto con Marija, che rivivere i ricordi mi guidasse a una soluzione.

E così fu.

Quando quasi assiderata raggiunsi la sponda su cui avevo lasciato i miei vestiti, qualcosa di giallo attrasse la mia attenzione: era un nastro di raso che cingeva un mazzetto di fili d’erba. Mi affrettai a raccoglierlo e vidi che ad esso era legato un biglietto su cui doveva esserci stato scritto qualcosa che la pioggia aveva dilavato.

Inchiostro blu.

Avverto di nuovo un senso di pericolo, mi volgo intorno nel timore che qualcuno mi stia osservando.

Caccio il mazzetto nella borsa, mi infilo i vestiti bagnata come sono, inforco la bici e corro in città.

Non ricordo quasi nulla del tragitto di ritorno, mi rivedo seduta in una caffetteria, inzaccherata di fango, che cerco di riprendere vita con una tazza di caffè bollente.

La gente mi guarda con sospetto – non devo avere una bella cera – ma dopo un po’ smette di interessarsi a me. Dopo tutto sono solo una straniera.

Ecco che una coppia di anziane signore prende posto a un tavolo vicino, non troppo, non si mai.

Una delle due accende una sigaretta e soffiando fuori con forza il fumo aspirato dice: “E così alla fine il contadino è stato trovato!”

“Eh, già!”, fa l’altra, “però non era morto nel meleto!”

“Ma lo sai, che non lontano dall’olmo a cui si è appeso hanno trovato una donna con la gola squarciata…”

“Davvero?”

Non voglio sentire più niente. Mi alzo e filo a casa. Sono affranta, angosciata. Mio marito non c’è così ho modo di fare una doccia calda e di asciugarmi ben bene.

Sono lì sul divano quando squilla il telefono.

Potrebbe essere chiunque ma il cuore mi batte forte. Esito. Poi alzo la cornetta:

“Buonasera, sono il professor Karkoskij, ho saputo dalla mia segretaria che mi ha cercato, al momento son dovuto rientrare in Polonia per motivi per così dire, personali.”

Fatico a trovare la voce, ma poi: “No…, mi scusi…, cercavo solo Marija.”

Esitazione. “Marija? Credo che lei abbia sbagliato persona, non conosco alcuna Marija.”

“Per favore”, grido esasperata nella cornetta, “non mi prenda in giro… Marija, sua moglie, dov’è?”

“Mia cara signora Antinori, credo che lei sia incorsa in un errore. Mia moglie Elzbieta è morta molti anni fa.”

Interferenze, suoni metallici, poi la linea cade.

“Signor Karkoskij, signor Karkoskij…”

Rosanna Malaspina