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Il Masso delle Fate

Ruzzola e ruzzola ancora il paiolo, il calderone non riempì il romaiolo, streghe lo aspettano al varco sul fiume, per trasvolar l’aere senza le piume. Riecheggia a notte tra nebbie e boscaglie, lo sparo sordo di bieche canaglie. Scorre il cadavere verso la foce, non salvò il pio un segno di croce. Perdute monache controcorrente, vogano mute, battono il dente…

Il tratto di corso dell’Arno che va da Porto di Mezzo a Sanminiatello, è avvolto da sempre, mista alla nebbia che spesso vi ristagna, da un’aura di mistero e paura.

La conformazione del territorio vi fa la sua parte: una valle che si fa sempre più stretta e profonda fino a incunearsi in una gola dove non dà mai il sole, le anse del fiume che tolgono la visuale davanti e dietro, le alte pareti di macigno scuro e liscio che ti sovrastano come fortezze di efferati giganti, e boschi bui che scendono a precipizio da entrambe le rive e si tuffano nella foschia delle acque stagnanti.

Cosicché, il passaggio per quella strettoia, divenne strada carreggiabile solo a metà del diciottesimo secolo; prima la si aggirava per le vie di crinale, dalla strada maestra di Malmantile, per Firenze, e, da Capraia, per la via Valicarda, verso Prato e Pistoia.

Ma tante ed oscure storie avevano altresì concorso a farne un luogo inquietante.

Sulla riva destra, dove la valle inizia a slargarsi in prossimità di Capraia, c’è una casa vecchia e tetra, che ancora oggi dal treno si vede svettare con la sua cieca torre campanaria. L’antica Badia, un monastero femminile da lungo tempo abbandonato.

Si raccontava che lì i ladri, in anni non lontani da noi, avessero tagliato la testa a un loro complice, che, sorpreso dai contadini, cercava disperatamente di fuoriuscire dalla grata di una finestra, rimanendovi incastrato con il corpo. E se l’erano portata poi via in un sacco, per non essere smascherati.

L’ombra del brigante decapitato, naturalmente, non avendo più neanche gli occhi per trovare l’uscita, mai aveva potuto andarsene dal luogo, e di notte si sporgeva ancora il suo busto mozzo dalle inferriate, gorgogliando e gemendo come una polla di sangue.

Poco più a monte, ecco la cupa cascata di un bosco di cipressi scivolar giù da Ruzzolapaiolo, aggrappato al culmine di un dirupo sinistro e pressoché verticale, un tempo ricovero per i pastori in transito sulla via Maremmana. La cui strampalata denominazione rimanda alla leggenda di un paiolo sfuggito alla massaia, intenta a pulirlo sull’aia, e rotolato giù in Arno.

Ma non può sfuggire, a chi sa spingere lo sguardo oltre l’ingannevole superficie delle cose, che il paiolo, o la pignatta, è il calice del cerimoniale sacrilego delle streghe, il ventre di rame da cui partoriscono i loro malefici intrugli; e quello giù ruzzolato, che alcuna barriera di piante e roccia poté fermare, quasi da un occulto filo inesorabilmente tratto, l’improvvida massaia, non sul fondo, dove vanamente si affannò a cercare, o più a valle del fiume, avrebbe potuto ritrovarlo, ma piuttosto a monte, in qualche orripilante casupola.

In quei paraggi, poi, sulla riva opposta però e più vicino alla Lastra, da tanto disabitata, si trovava anche una famosa casa degli spiriti. Nessuno, neanche tanti sfegatati e senzadio che per scommessa ci avevano provato, era riuscito a passarvi la notte, per i rumori orribili, i miasmi e i lamenti che vi si sentivano. Né meglio andò ai soldati tedeschi, che di paure non volevan sentir neanche parlare, e lì si erano accampati, di tutte le italiche madonne e superstizioni irridenti, e avevano poi dovuto darsela a gambe per gli orrori che nel buio si erano manifestati.

Quegli stessi tedeschi che più tardi, in ritirata, non erano riusciti neanche a scalfire il masso della Gonfolina, con cui pensavano di ostruire la circolazione sulla strada sottostante. Ma il macigno continuava a stagliarsi intangibile e magico, tra il fumo delle loro ripetute cariche, che già tante delle nostre torri e campanili avevano atterrato. Cosicché, l’alone di timoroso rispetto che lo avvolgeva, nel dopoguerra, si era fatto ancor più fitto.

Proprio questo masso, gigantesco ed oscuro residuo di tempi immemorabili incastonato sulla strada, di nero e fosche leggende impatinato, è l’ombelico del mistero.

Un macigno enorme, un monolite cupo ed informe di ere primordiali, che sovrasta le acque e la via Tosco-Romagnola sulla sinistra d’Arno, muto e tristo custode di tante storie e vite perdute.

Lì in altri tempi, per la posizione che lo collocava all’altezza e al di sopra del volo dei volatili, soleva trattenersi a lungo il sommo speculatore vinciano della natura; il quale, se mai riuscì a carpire il segreto del volo agli acquatici uccelli, in gran schiere ivi transeunti, scoprì almeno, come ricorda una lapide ivi apposta, che quello era lo sbarramento naturale che aveva dato luogo al grande bacino che, in tempi remoti, doveva sommergere la piana dove ora sorgono Firenze, Prato e Pistoia.

Della stessa scura roccia e forma dell’altro grande masso, posto molto più in alto, proprio sulla cima del Montalbano, con impressa la pedata del diavolo. Che altro non doveva essere che un’ara pagana, con le scanalature per far defluire alla madre Terra il sangue dei sacrifici. Guardato a vista dalla massiccia abbazia di San Giusto, estremo baluardo della terra benedetta e nodo cruciale della corona di sette chiese che cingevano le boscose dorsali e le tenebrose plaghe di quel monte, da tempi antichissimi votato al Maligno.

Due moli di pietra, una sulla soglia del cielo e l’orizzonte del mare (Pietra Marina), l’altra nelle buie profondità scavate dal fiume, che un cordone ombelicale, o magico e sanguinolento filo, doveva in qualche modo allacciare.

Ché il diavolo, non solo su Vitolini era solito saettarsi, come quando sul sasso aveva lasciato l’impronta caprina, andando poi a impattare col grugno contro l’adamantino scudo di San Michele, indomito campione di Dio, che alcuna anima al cornuto avversario voleva lasciare; ancor più, sull’altro versante del monte, imperversava.

Si rifocillava del sangue di selvaggina ancor viva ad Artimino, tra le rovine sepolte del tempio della dea Artemide e i derelitti casotti di caccia della villa Medicea, quell’anima perduta alloggiata in un corpo di morto, sempre bisognosa di calore e di vita. Per appisolarsi saziato in sacrileghe urne di alabastro di etrusca fattura, che invano si era cercato di esorcizzare murandole nel corpo della pieve di San Leonardo.

Scivolava poi lungo le pietraie divelte del muro del Barco, un tempo sacrato argine delle terre coltivate contro il prorompere delle fiere delle cupe selve. Dilagava come caligine d’ombra e stridore di vento giù per le gobbe e i borri degli irsuti poggi, fino alle soglie oscure della gola del fiume.

Ma già appena sotto il nefando cocuzzolo della cima, vita assai grama dovevan condurre le quattro Madonne, poste a guardia del vecchio quadrivio della via Valicarda, oggi sommerso dai rovi e relegato a silvestre latrina, presso il Pinone. Un luogo, un tempo, quant’altri mai infestato da spiriti maligni.

Si raccontava che chi vi fosse passato alla mezzanotte del venerdì con una forca in spalla, avrebbe visto e sentito gatti infuocati pesanti come il piombo avventarsi berciando sulla forca. Incuranti delle Madonne che riuscivano appena a proteggere se stesse, e ogni tanto anzi, qualche sputo, o sassata, o graffio, se lo dovevano pur rimediare.

Streghe, forse, quelle stesse che poi, nelle notti di plenilunio, giù al masso della Gonfolina, proprio per ciò detto anche masso delle fate, si davano convegno. Ché era questo, l’equivalente del noce di Benevento in riva d’Arno.

Appollaiate sopra e sotto il masso al lume della luna, con occhi circospetti e girevoli di civetta, si confidavano chi sa quali malignità, mentre filavano lunghi capelli, con fusi di ossa del camposanto. Per poi tessere o disfare intricatissime trame, a forma di camiciole, o calzini, o cappelli, che certo inconsapevoli vite umane sarebbero poi andati a invischiare, annodare o recidere.

Ogni tanto se ne vedeva taluna alzarsi dondolandosi in goffi passi di danza, sull’onda di chi sa quale arcano ritmo (allora non c’erano le radioline), e mimare, oscena e maldestra, movimenti sacrileghi. Per poi correre, come in preda a una irresistibile calura o eccitazione bestiale, a tuffarsi nel fiume.

Ne seguiva, nella liquida oscurità, un tremendo sciabordio, come di corpi che si avvinghiano, o le onde e le spire di un serpentone d’acqua. Ne usciva, dopo non molto, all’apparenza soddisfatta, scodinzolando, come le anatre che siano state gallate far sogliono.

Le videro, in notti di luna piena, cacciatori di frodo di lepri al balzello, e di qualcuna fecero il nome…

Ma, a parte i legittimi interrogativi sul come e perché fossero capitate, nel cuore della notte, in quel luogo remoto e rifuggito dagli uomini e da Dio, poteva pur sempre trattarsi di una combriccola di comari riunitesi a veglia, intente ai loro lavori casalinghi all’aperto, come allora si usava.

Ed erano in fondo molto discrete, nessun disturbo parevano arrecare alla notturna quiete; solo un diffuso bisbiglìo, come di rosario o litania, si sarebbe potuto sentire, mentre le loro mani correvano febbrilmente sui fatidici fili.

Tantomeno laceravano l’oscurità con lo sfolgorio di fuochi, che le avrebbero rese visibili. Fitte e pallide fiammelle, tremolare come lucciole, si sarebbero invece viste da vicino.

Lumini a olio, o candele di grasso di cadavere, o miasmi di spiriti maligni? O i loro perfidi occhi di bragia?

Perché nelle notti di bufera – e qui non ci si può rifare a testimonianze dirette, ma per forza di cose a racconti raccontati, dal momento che ben pochi ebbero l’ardire di assistervi di nascosto, e meno ancora lo poterono riferire – l’abisso del Male, si manifestava in tutto il suo orrore.

Bagliori infernali lampeggiavano allora sulle pareti della gola, ed il fiume si gonfiava come se ribollisse per un gran calore, e anime e corpi di annegati ne fuoriuscivano, enfiati e pallidi, gemendo e boccheggiando.

E a frotte vascelli fantasma arrivavano da ogni dove, ed era tutto un rimescolio di genti delle tenebre. Stracciati e laceri, flosci o abbruciacchiati, affannati tutti a risalire le sponde, spasmodicamente tratti, quali falene da luce di lanterna, dalla conturbante mole del masso.

Si manifestava, allora, la vera natura delle comari, che con perfidi ghigni andavano sfoderando affilate e avide zanne di vampiri, mani scheletriche e artigli di arpie. Con cui ghermivano sadicamente ignudi poveri pargoli, trascinati piangenti e lividi di terrore ad essere immolati sulla grande pietra.

Finché di sotto il masso, così si racconta, da un cunicolo affocato come una fornace, richiamato dall’offerta del sangue che colava per le fenditure, compariva Belzebù in persona, tra fumo, lame di luce, e boati terrificanti. Col suo testone cornuto di bovino, e il corpo di rospo, e zampe e barba di capra… E un gran membro rosseggiante e saettante nell’aria, da occhi e bocche concupiscenti risucchiato.

Ne seguiva un orrido banchetto, ove, in sollucchero, il Maligno ingoiava a quattro palmenti spiedini di cuori di fanciulli devotamente offertigli, lasciando fegatelli, costolette e coscine alla snaturata compagnia; tra fumi di zolfo e fiumi di vino.

E tuoni e lampi agghiaccianti occultavano tutto quell’ambaradan infernale, le danze sfrenate, le orge bestiali, le disperate urla infantili.

Ma pure chi alle streghe non voleva credere, mai si sarebbe avventurato a passare di notte per quelle gole.

Ancora nell’immediato dopoguerra, i carrettieri che dovevano attraversare quel tratto di strada nell’uno o nell’altro senso, usavano fermarsi e aspettare di formare una lunga colonna prima di rimettersi in moto. Le boscaglie scoscese che costeggiavano la strada erano ancora infestate da bande di Assassini, come li chiamava mia nonna.

Mio babbo, mi raccontava sempre, che il padre di un sensale che veniva da noi per la compravendita del bestiame, un giorno, andato al mercato della Lastra per delle senserie, era tornato a Montelupo cadavere, sul calesse che aveva proseguito la corsa verso casa.

Rapina, vendetta? Chi sa. Tutto, come mille altre storie di vite che lì sono passate e lì si sono perse, è rimasto per sempre avvolto nel mistero delle nebbie e delle acque della valle oscura, e la cavallina, sola testimone, come quella interrogata dal famoso orfano-poeta, non ha mai raccontato nulla.

Sergio Giovannetti