Il Buio

Tornavo al mio paese dopo anni di estrema lontananza, e ogni angolo dove la nostra auto passava, evocava in me ricordi lontani, ma ancora vivi nella memoria.

Tutto era rimasto così come l’avevo lasciato.

Ero ancora un ragazzo quando avevo abbandonato la quotidianità più piatta per seguire un professore in qualità di assistente.

Poi, un giorno, anche il professore mi aveva abbandonato, quando i nazisti, scoperta la sua origine ebraica, l’avevano deportato.

Inutilmente avevo cercato di fare qualcosa, di bloccare lo scorrere degli eventi. La capitale si era fatta allora per me, ancora più triste, ancora più buia.

Due mesi dopo, facevo parte anch’io dell’esercito nazista. Avrei dovuto odiarli, invece adesso ero anch’io uno di quelli che avevano ucciso il professore.

Ma non era tempo di scorrere il libro del passato, eravamo arrivati e ripercorrevo le strade che tante volte avevo percorso da ragazzo. Tre dei nostri mi seguivano con due cani e andavamo giusto verso il centro del paese, nella zona nella quale son nato.

Quasi ogni casa era vuota, solo in alcune si alternavano sotto i nostri occhi persone anziane, bambini, donne. I ragazzi al mio seguito si accontentavano di seminare soltanto un po’ di paura, anche perché la zona era già stata passata al setaccio, se c’eravamo fermati era stato unicamente per un mio preciso ordine, dopodiché avremmo proseguito col resto delle truppe.

In una di queste case, non mi fu difficile riconoscere la signora G. che, nel vederci apparire, spinse sua figlia fra le mie braccia. A. era certo cresciuta, ma era rimasta la stessa di sempre. La sua arte, di certo non dimostrata quando non vestivo quella divisa, ricevette come unica risposta una pedata, che la fece finire per terra, tremante.

Quasi istintivamente, i soldati al mio seguito esplosero dei colpi, uccidendo le due donne; ma quella volta non trovai la forza per ricordar loro di attenersi soltanto agli ordini.

Nella casa in cui era vissuto quel ch’ero stato non trovammo nessuno. Usando strumentalmente quanto avvenuto precedentemente, incatenai i soldati al mio seguito a quelli ch’eran gli ordini, ottenendo con ciò la sicurezza della loro condotta.

Mentre giravamo per le stanze, nella mente tornavano infiniti ricordi, ogni oggetto pareva dirmi qualcosa.

L’entrare in quella ch’era stata la mia stanza mi lasciò raggelato, tutto era sconvolto, le mie cose non c’erano più o non avevano il ruolo di allora.

Dal fondo di un vecchio cassetto, estrassi la foto della mia seduta di laurea, strappandola; dopodiché andammo via.

Quel ch’ero stato era definitivamente morto.

Gennaro Annoscia