I passi del mare

Per la prima volta, dopo quasi dieci anni, riusciva a respirare l’odore del mare senza provare quel senso di nausea che l’aveva tormentata per tanto tempo. Il rumore delle onde aveva finalmente riacquistato il suo suono originale, non le incuteva più terrore, ma soltanto un senso di pace e di grandezza come quella che si prova quando ci si siede sulla spiaggia in una giornata di vento. Le onde s’infrangevano sugli scogli inebriandole i sensi con quelle piccole bollicine di libertà. Le sembrava di respirare qualcosa più grande di lei; i capelli scompigliati dal vento e resi pesanti dalla salsedine, i piedi bagnati e sporchi di sabbia e quel senso d’infinito.. era così piccola davanti al mare.

Aisha sorrise. Finalmente libera di godere di tanta bellezza. Libera di pensare al mare come un amico, un allegato dei suoi sogni, un elemento misterioso e pieno di significato, come la vita stessa. Quel giorno aveva mantenuto la sua promessa. Era tornata lì, dove tutto era iniziato, oppure dove tutto era finito per ricominciare e rinascere un’altra volta. Lei stessa non sapeva come definire quello che era accaduto dieci anni prima, una rinascita o la morte di un mondo che l’aveva rifiutata.

Era poco più che bambina quando per la prima volta si era resa conto di vivere in un paese in cui nascere donna significava non avere diritti. Un paese complesso e pieno di contraddizioni, dove la guerra aveva accentuato le discriminazioni religiose e non solo.

Per sua fortuna fino a dieci anni aveva vissuto con la nonna materna che nonostante le difficoltà, la povertà e la mancanza di un’istruzione l’aveva protetta finché aveva potuto impedendo che fosse un bersaglio per il mondo esterno.

Aisha, chiuse gli occhi “In questo paese, ti avrebbero chiamata Felicità… Afrah, mia dolce Afrah. Cara nonna, sei stata il mio scudo, spero che tu sia davvero felice dove sei ora.”

Alla morte di Afrah, Aisha si era ritrovata sola. Non aveva mai conosciuto sua madre, morta di parto, e il padre era scomparso quando lei aveva appena un anno. Aveva solo Afrah e a lei bastava. Quando anche questo legame di sangue fu spezzato dal destino, le sembrò di precipitare nel vuoto, con la sensazione che non sarebbe più riuscita a trovare casa. Scoprì di avere un lontano parente che la accolse in casa sua. Era indifferente nei suoi confronti, gli interessava che svolgesse i sui lavori domestici e che non le creasse problemi, in cambio le offriva una casa e protezione. Almeno così’ credeva, finchè un giorno, aveva appena compiuto quattordici anni, sentì parlare le altre donne della casa. Scoprì così che stavano combinando un matrimonio con un uomo molto più vecchio di lei.

Nonna Afrah, le aveva raccontato tante volte quelle storie terribili abbracciandola e promettendole che a lei non sarebbe mai accaduto. Ma ora la nonna non c’era più e Aisha sentiva che un destino terribile stava per bussare alla sua porta.

Chiuse nuovamente gli occhi. Il ricordo di quegli anni la fece sussultare. Ciò che aveva provato in quei momenti terribili era così lontano dalla pace che provava ora. Respirò nuovamente l’aria fresca del mare in burrasca… Ora poteva farlo, non aveva più paura. Il terrore che aveva provato anni prima mentre attraversava quelle stesse acque, si era finalmente dissolto. No! Non avrebbe mai dimenticato, impossibile! Ora, però, poteva finalmente voltarsi indietro e guardare in faccia quel destino che aveva tentato di giocarle un brutto scherzo. Non ci era riuscito, per fortuna. Sicuramente Nonna Afrah, l’aveva protetta, anche da lassù.

Il pensiero che la stessero “vendendo” a un uomo che lei nemmeno conosceva, così più vecchio di lei, la spaventò a morte. Spesso, nei suoi anni sereni vissuti con la Nonna, avevano parlato del suo futuro, quando si sarebbe sposata con un giovane cui avrebbe voluto bene e che avrebbe rispettato. Gli occhi di Afrah brillavano perché lei era stata fortunata, in quel senso. Aveva potuto sposare un uomo gentile che l’aveva rispettata e lei stessa aveva dato in sposa la figlia, soltanto a un uomo degno di poterla avere al suo fianco. Sognava questo anche per Aisha ma non aveva fatto in tempo a concederla in sposa.

Ora il destino sembrava aver mescolato le carte, imbrogliando e lei si ritrovava sola rischiando di cadere in un incubo senza fine.

Quella notte stessa prese la sua decisione.

Sarebbe scappata.

Conosceva i pericoli che correva. La guerra, oltre ad impoverire e a distruggere, succhiava dalle persone anche quel poco di umanità che rimaneva e lo spirito di sopravvivenza faceva in modo che si calpestasse tutto ciò che ostacolava il cammino.

Non poteva permettere a nessuno di uccidere i suoi sogni e il suo futuro.

Uscì in piena notte con poco più dei vestiti che aveva addosso. Terrorizzata e sola, preferiva andare contro la morte tentando una via d’uscita verso la libertà, piuttosto che morire dentro per una vita che nemmeno voleva immaginare.

Si ricordò di una cara amica di sua Nonna, l’avrebbe accolta ne era certa.

La donna abitava vicino al Porto. Aisha c’era stata diversi anni prima a farle visita con Afrah.

Aisha ricordava di essere rimasta colpita dall’aspetto della donna. Così piccola, minuta al punto di sembrare una bambina di dieci anni, se non fosse stato per le rughe su viso. Ancora di più, l’avevano colpita gli occhi della donna. Vivaci e splendenti, li aveva accostati subito a quelli Afrah e ci aveva letto lo stesso amore e la stessa determinazione, anche lei avrebbe sacrificato la vita per proteggere la sua Famiglia.

Ricordava che avevano passato un bel pomeriggio ad ascoltare storie e lei si era divertita tanto a giocare con gli altri bambini della casa, soprattutto con Maazin. Ricordava ancora che lui le faceva i dispetti e che sua nonna lo rincorreva per la stanza gridandogli che se non avesse smesso gli avrebbe lavato la lingua con il sapone.

Sorrise per un attimo al ricordo di Maazin, erano passati alcuni anni chissà se anche lui si ricordava di lei.

Spaventata, si aggirava per i vicoli bui, sussultando a ogni più piccolo rumore, fino a quando non riconobbe la casa, nonostante fosse in condizioni ben peggiori di quanto lei ricordava. Esitò per qualche minuto prima di bussare. In fondo non sapeva cosa aspettarsi. Dietro quella porta poteva esserci la sua salvezza oppure la sua condanna. Respirò lentamente e bussò.

Un fruscio all’interno della casa si mosse sospettoso, Aisha realizzò in quel momento che erano le tre di notte, poteva accoglierla con un colpo in testa a quanto ne sapeva.

La porta si aprì in maniera quasi impercettibile e una voce dall’interno sussurrò : “Chi sei? Cosa cerchi?”

Aisha scoppiò in un pianto disperato. Aveva riconosciuto la voce della piccola donna. Cominciò a tremare e i singhiozzi la scuotevano al punto che sembrava in preda a convulsioni. Un braccio esile e veloce la attirò dentro casa.

La donna aspettò paziente, che lei si calmasse, gli occhi, ancora vivaci come Aisha ricordava, le penetravano la pelle e l’anima viva a ridarle calore vitale. Si riprese e cominciò a raccontare la sua storia e il perché si trovasse davanti a lei alle tre di notte. La donna la ascoltò senza manifestare emozione, se non appena un sussulto quando Aisha disse che Afrah era morta qualche tempo prima, la guerra impediva alle persone di vedersi e consolarsi.

“La mia famiglia sta partendo. se vuoi, puoi andare con loro. Ma… pensaci bene. Il viaggio sarà lungo e nessuno sa con certezza cosa aspettarsi all’arrivo”.

Aisha sentì un rumore alle sue spalle. Maazin.

La notte era stata troppo faticosa, andarono a dormire e il mattino dopo le spiegarono che tutti i membri della famiglia, tranne la piccola donna, che si chiamava Zaira, si sarebbero imbarcati per raggiungere l’Europa. Non potevano rimanere più in quel paese devasto dalla guerra e dagli orrori che questa si trascina dietro ogni giorno. Erano costantemente in pericolo e Zaira non poteva permettere che gli uomini di quella casa venissero assoldati per combattere un orrore e che le donne finissero vittime di violenze che troppo spesso si consumavano lungo le strade e un po’ ovunque. Ma lei no, Zaira non sarebbe partita. Era troppo vecchia per un viaggio così faticoso e soprattutto non se la sentiva di lasciare la sua casa. Nonostante tutto lei amava quella Terra, con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni. Voleva morire li. Ma c’era ancora tanta vita per Maazin, i suoi genitori e la sorellina di appena sette anni.

“Non preoccuparti per i soldi del viaggio, abbiamo pagato anche la mia parte perché tutti volevano che anch’io partissi, ma proprio stasera ho fatto capire loro, che io non me ne sarei mai andata da qui. Il tuo arrivo è la conferma che tutto ha un significato. Ti ha portato qui per partire al posto mio e cercare di salvare il tuo futuro, insieme a quello della mia Famiglia. Lo devo ad Afrah, lei era come una sorella per me..”.

La partenza era prevista per due giorni dopo.

Il ricordo di quel viaggio le diede di nuovo i brividi.

La fila di persone in attesa di imbarcarsi le era sembrata interminabile. Per uno strano motivo lei aveva immaginato di doversi imbarcare su una nave grande e confortevole, che li avrebbe condotti in un posto sicuro e amichevole, dove poter ricominciare a vivere. Quando vide l’imbarcazione sulla quale sarebbe salita, le prese il panico. Un vecchio peschereccio che sembrava imbarcare acqua da tutte le parti, arrugginito e ostile, sul quale, stavano uomini armati, dalle facce consumate dal tempo e dalle devastazioni, senza occhi e senza cuore. Questi uomini guardavano le persone in fila, non come esseri umani, ma come merce, una catena di carne pronta al macello, fonte di reddito e potere. Non importava che si trattasse di uomini, donne, bambini disperati che stavano mettendo la loro vita nelle mani di sconosciuti senza scrupoli e soprattutto si stavano imbarcando, letteralmente, in balia di un destino che non concedeva la benché minima garanzia.

Istintivamente, Aisha, si preparò alla fuga, meglio la morte. La mano di Maazin, la fermò,lo sguardo del suo compagno di giochi le disse più di mille parole.

L’incubo ebbe inizio in una notte stellata. Mai in vita sua aveva immaginato che in mezzo al mare si potesse vivere un tale inferno. Aveva sempre adorato il mare e fare il bagno nelle acque fresche ma ora in quell’imbarcazione, si sentiva come una bestia in gabbia. Seppe soltanto molto tempo dopo, che erano in tutto centosettantasette persone. Tutte in fuga dalla guerra e dai suoi orrori. Stipati come bestie, avevano giusto lo spazio per stare seduti. Non potevano muoversi e nemmeno parlare. Alcuni uomini, gli stessi che aveva visto al momento dell’imbarco, li guardavano in silenzio, con il fucile imbracciato, pronti a usarlo per placare il minimo movimento di ribellione. Vide spesso colpire i più deboli che non reggevano il peso del viaggio e in una scena di orrore senza fine, vide alcuni di questi cadere sotto i colpi violenti dei trafficanti, che alla fine, come per fare pulizia, scaraventavano i corpi inermi, in mezzo al mare. Aisha tremava e piangeva. Maazin non le lasciava mai la mano.

L’odore terribile che la circondava sapeva di vomito e morte. Le onde del mare, un tempo avrebbero cullato i suoi sogni, ma in quelle notti terribili, sembravano i passi di mercenari che la stavano portando verso la sua fine.

Spesso i passi del mare si tramutavano in una corsa impazzita. Le onde come grandi salti spostavano i corpi stanchi che non riuscivano a trovare un appiglio, su quella disperata imbarcazione.

L’unico modo per non essere sbattuti da una parte all’altra era stringersi ancora di più uno all’altro in un disperato abbraccio.

La corsa delle onde sembrava non finire mai. Aisha provava a chiudere gli occhi e cercava di placare la nausea pensando a qualcosa di bello. Ricordava le storie di Afrah, di quanto era felice da bambina e di tutte quelle promesse di felicità… Ricordava che stava scappando da un destino ingiusto, da privazioni e violenza, ma non era più certa di aver scelto il destino meno crudele.

A volte i passi del mare si facevano più lenti, sembrava quasi che il gigante d’acqua volesse fermare la sua corsa, poi si accorgeva che non era possibile. Il mare non si ferma mai. A volte rallentava e quasi cullava quel che rimaneva di quella povera gente, ma bastava poco e riprendeva la sua corsa. Dove li avrebbe condotti?

Di giorno sembrava meno minaccioso, ma era impossibile trovare sollievo. Il calore del sole bruciava i loro corpi, spaccava le labbra fino a farle sanguinare.

Da quanto tempo erano in balia delle onde? Aisha non teneva più il tempo. Qualcosa non tornava. Le notti e i giorni si alternavano in un crudele gioco che sembrava non finire mai. Avrebbe voluto gridare al mare di fermarsi e poi si sarebbe gettata in quelle acque che stavano facendo a brandelli la sua carne e la sua anima. Ma non osava aprire bocca. Gli sguardi degli uomini armati la terrorizzavano.

Un mattino, si apprestava a rivivere di nuovo l’incubo del caldo che le avrebbe bruciato la pelle ormai carbonizzata, quando un lieve vento cominciò a soffiare. Inizialmente ne fu grata. Quella brezza sembrava darle un momento di sollievo, ma durò pochi istanti. Il mare si scatenò come una furia. Sembrava avesse deciso di ingaggiare una corsa con il vento. I passi di mare si fecero sempre più veloci, le onde provocate da questa folle corsa li sbatteva da una parte all’altra. Sentiva solo le urla e i pianti disperati dei bambini. L’orrore di vedere diversi corpi cadere in mare e la forza della disperazione che la teneva aggrappata a una fune che aveva trovato per caso. Ma la mano di Maazin, no quella non la trovava più.

Non riusciva più a distinguere le persone dai pezzi di legno che si staccavano dal peschereccio, tutto veniva risucchiato in un vortice impazzito. Un grido disperato le usci dalle viscere mentre l’ultima onda la portava verso il cielo.

“Sto morendo” fu il suo ultimo pensiero.

Ma non era morta. L’onda che l’aveva sollevata al cielo, era stata compassionevole e invece di lasciarla al suo destino, l’aveva riportata giù. Improvvisamente l’ira del mare si era placata, la corsa impazzita si era fermata e ora camminava lento. Il corpo apparentemente inerme di Aisha, galleggiava insieme con quelli di molti altri. Lei dormiva in attesa della morte, si lasciva trasportare dove voleva il destino. Molti di quei corpi che la circondavano invece non si sarebbero più svegliati e tra questi c’erano i genitori di Maazin.

Dopo un tempo infinito, i passi del mare la condussero a riva. Aisha non seppe mai come c’era arrivata e per quale miracolo si era salvata.

Per molti mesi non riuscì a parlare.

L’avevano trovata sulla spiaggia, sembrava morta, le avevano prestato le prime cure, insieme con altri sopravvissuti. Per alcuni giorni era rimasta in una stanza d’ospedale insieme con altre otto donne e quattro bambini ma soltanto dopo molto tempo aveva compreso quello che era successo. Poi l’avevano trasferita insieme con atre quaranta persone in una struttura che chiamavano di “Accoglienza”.

Di Maazin non seppe più nulla fino a un anno prima.

Il suo destino era segnato dall’incontro con grandi donne.

Prima sua nonna Afrah, poi Zaira che le aveva dato la possibilità di scappare e infine Agnese.

Aveva conosciuto Agnese nella casa di accoglienza.

A differenza di Nonna Afrah e Zaira, era una donna alta e robusta piena di forza e sempre sorridente.

Anche Agnese aveva un conto aperto con il mare. In passato le aveva portato via una persona molto cara e lei aveva dedicato la sua vita alle persone che dal mare cercavano una possibilità di salvarsi.

Era nato tra loro un forte legame e Agnese si era data da fare tantissimo per aiutarla, fino a farle ottenere lo status di rifugiata.

Appena era stato possibile, l’aveva presa a casa sua e trattata come una figlia. Infine l’aveva adottata e l’aveva fatta studiare.

Aisha era grata per la nuova vita ma non dimenticava il passato, il suo odio per il mare e Maazin.

Lo credeva morto, inghiottito dalla furia delle onde, insieme ai suoi genitori e alla sorellina. Alcuni corpi dispersi in mare non furono mai ritrovati, altri furono restituiti dopo un lunghissimo tempo ed erano irriconoscibili. Pianse tutte le sue lacrime che si andarono a ricongiungere con quelle acque piene di storie e di sofferenza.

Agnese l’aveva consolata ma non le aveva detto che tramite una Onlus che si occupava dei casi più problematici legati all’immigrazione aveva avviato una ricerca, sui profughi sbarcati quella notte, la notte in cui era arrivata anche Aisha, sputata dal mare dopo essere stata calpestata…

Non voleva darle illusioni.

Sapeva che il mare non è così cattivo, nonostante anche lei lo avesse maledetto molto in passato. Poi la vita le aveva mostrato altre strade e come il mare le aveva tolto, il mare le aveva dato… Aisha che lei amava come una figlia.

Maazin fu ritrovato dopo diversi anni.

Aveva girato l’Europa dopo essere finito sulle coste Italiane senza speranza di rivedere vive le persone che amava. Era stato reclutato per lavori nei campi. Anche lui pensava che fossero tutti morti.

La sorella ormai diventata donna, fu ritrovata in Germania, ancora clandestina faceva la cameriera in un Ristorante in periferia, sfruttata e maltrattata, ma cosi bella e fiera.

Agnese mosse il mondo per ricongiungerle con Aisha.

Non fu facile e ci vollero anni di lotte e burocrazia ma alla fine, riuscì nel suo Intento.

Descrivere la gioia, l’amore di quel raggiungimento è un romanzo che Aisha sta ancora scrivendo.

Per il momento, la cosa più importante era fare pace con il mare.

Davanti a quella massa d’acqua pensava “Un giorno anch’io sarò una grande donna come Afrah… Zaira. Agnese, amerò il mare e la vita e lotterò per i più deboli”

Lasciò che le piccole onde, ora tenere e lievi, le bagnassero i piedi, quasi a volerla accarezzare e l’acqua fresca lavava via le lacrime di un tempo, portandole via con sé e disperdendole per sempre.

I passi del mare questa volta l’avevano condotta a casa, al sicuro.

Antonietta Cantiello