Giuseppina Storai, storia di una maestra cieca che insegnava agli studenti vedenti

Giuseppina Storai sognava di dedicare la sua esistenza agli alunni non vedenti come lei. Questo sogno l’ha realizzato solo in parte ma, con coraggio e determinazione, ha trasmesso l’arte del ricamo e della maglieria alle bambine… vedenti.

La storia si svolge all’inizio del secolo scorso fra Prato, Campi Bisenzio e Firenze e considerando la povertà che regnava in quel periodo può essere considerata un esempio di “autonomia” delle persone disabili. Disabili, una parola che forse la gente di allora non usava neppure.

Giuseppina era nata nel 1882 a Vernio, cittadina d’origine della sua famiglia. Diventò cieca in tenera età, sarà stata alle scuole elementari ma per tutta la vita conservò i ricordi più significativi che i suoi occhi avevano avuto il tempo di catturare: il cielo, il fuoco del camino e altro ancora che vedremo più avanti. Giuseppina si trasferì a Campi Bisenzio con la famiglia (poiché la sorella Zelmira aveva sposato un commerciante di pollame Teofilo Ballerini) quindi per l’epoca era gente abbastanza benestante. La famiglia aveva capito la sua intelligenza e così trovarono a Firenze un istituto per ciechi disposto ad accoglierla. In questo istituto la bambina completò il ciclo di studi, si diplomò e acquisì le tecniche di “sopravvivenza quotidiana” per un non vedente. Per noi vedenti molte cose sono scontate ma un non vedente deve saper fare tutto al buio: dal lavarsi al vestirsi, dal cucinare al rifare il letto. E le case degli anni Venti, Trenta e Quaranta del secolo scorso non erano certo le abitazioni moderne: niente riscaldamento né acqua corrente, né la cucina o il forno elettrico. Giuseppina conquistò l’autonomia e ogni volta che tornava a Campi dall’istituto, la famiglia restava sconcertata dai progressi fatti. La ragazza aveva una grande abilità manuale ed era stata scelta come ricamatrice dalla Bettina (al secolo suor Maria Teresa Manetti della Croce, fondatrice delle Carmelitane di Firenze, ndr). Giuseppina aveva lavorato per il convento e conosciuto la Bettina che solo molti anni dopo sarebbe diventata famosa per la sua opera religiosa. Chissà se Bettina già aveva intravisto delle capacità manuali e intellettive in questa giovanissima cieca. 

L’obiettivo di Giuseppina era però quello di insegnare ai bambini non vedenti dell’istituto perché sapeva di avere buone doti comunicative ed era consapevole di quanto difficile fosse far accettare ad un bambino o bambina che non avrebbe mai visto i colori e le bellezze del mondo. Giuseppina insegnò per diversi anni nell’istituto ma la sua salute era molto cagionevole: spesso si ammalava o non aveva abbastanza resistenza fisica. A quel punto l’istituto fu del parere che Giuseppina poteva tornare a casa, se la sarebbe cavata benissimo. E così questa piccola donna tornò nella sua Campi dove preferì non vivere in famiglia ma prese in affitto una piccola casa. Nei documenti conservati nell’archivio storico del Comune di Campi Bisenzio c’è un “decreto” del sindaco (databile intorno al 1938) in cui il Comune assegnava a Giuseppina Storai un contributo economico in qualità di cittadina non vedente. Giuseppina oltre a questo contributo mise a frutto le sue capacità e iniziò a lavorare ai ferri realizzando articoli in maglia, persino i calzettoni che sono di difficile fattura. Da Giuseppina andavano ad imparare le bambine del quartiere del “Mulinaccio” e pure le nipoti la osservavano incuriosita: “Ma come farà?” si chiedevano. Giuseppina sorrideva e muoveva i ferri della calza con agilità. Durante l’occupazione nazifascista i soldati tedeschi si resero conto del suo handicap e pur sapendo che nella sua famiglia c’erano partigiani, non le diedero mai fastidio. Giuseppina alle bambine alle quali insegnava lavorare a maglia, raccontava dei suoi ricordi del mondo prima del black out visivo: dal centro di Firenze con il tram a vapore al volto del Papa. Questa donna non sentiva come un peso la cecità, ascoltava la radio (l’opera era la sua passione), leggeva i libri in Braille e scriveva con questa tecnica. Per i campigiani del dopoguerra era una forza della natura. Giuseppina amava pure discutere con i propri familiari perché, pur non vedendo, ascoltava ed era molto attenta. Alla sorella rimproverava spesso che stava troppo a parlare con altre donne “dietro gli orti” senza preoccuparsi se tutti i figli fossero rientrati a casa la sera. Lei aveva un forte senso del rispetto degli orari e dei compiti da svolgere, ereditato probabilmente dal vivere in collegio. Giuseppina l’hanno conosciuta e apprezzata anche i pronipoti. E’ morta nel 1960 a 78 anni e riposa nel cimitero comunale, insieme alla sorella e al cognato. La sua storia seppur molto datata è un messaggio per tutti, vedenti e non vedenti: la vita è comunque bella.

Maria Serena Quercioli