Giuan Suteramort

3.1
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Quando arrivavo appena oltre al metro d’altezza, capitava che zio Giovanni,
l’unico fratello di papà, mi venisse a prendere con la sua bici nera per portarmi con sé al lavoro, col tacito beneplacito di mia madre, ben contenta di liberarsi di uno dei suoi due malnati maschietti e già col terzo ormai in dirittura d’arrivo.
Sono sicuro che a molti è capitata la stessa cosa, perché questa dovrebbe essere diversa o unica? Beh, per via del suo luogo di lavoro, infatti quando arrivavamo al cancello color canna di fucile, sormontato da una croce, si apriva un mondo misterioso e sacro temuto da credenti e non, insomma si entrava nel camposanto.
Mi faceva scendere e poi infilava la sua bici nella rastrelliera, tenendomi per mano mi portava nel suo ufficio, composto da un piccolo locale, con annesso gabinetto; poi mi sollevava per mettermi su una sedia dietro ad un banco, sul quale poneva dei moccolotti ( lumini per i morti ), bianchi e rossi e di varia grandezza, di ognuno mi diceva i prezzi e dove avrei dovuto mettere i soldini che la gente mi avrebbe dato.
Assegnatomi l’incarico si metteva in fondo al locale seduto alla sua scrivania sempre ben ordinata e da cui ogni tanto con discrezione mi avrebbe sorvegliato.
Entravano i clienti, e senza domandare niente, nella maggior parte dei casi si servivano da soli dandomi le monete giuste, tutt’al più chiedevano chi io fossi, lui rispondeva con orgoglio che ero suo nipote, ovvero il figlio del fusett ( che era il soprannome di mio papà, Felice ), rassicurato poi sulla mia efficienza prendeva la vanga e col suo bracciante andava allegramente a riesumare morti o a creare nuove buche.
Aveva fiducia nella mia irreprensibile onestà e capacità di far di conto data la siderale età che mi permetteva di frequentare con profitto la prima elementare, o ( beata ingenuità) il mio santo zio era convinto di avere un genio come nipote?
Bei tempi quei mitici anni sessanta in cui non veniva in mente a nessuno di chiamare le guardie o gli assistenti sociali e di multare il guardiano del cimitero per sfruttamento di lavoro minorile, per di più con l’aggravante del vincolo di parentela…
Unico appunto e rimprovero che oggi posso fargli è che lo sciagurato mai abbia pensato di mettermi in regola, con quelle marchette mancate avrei potuto usufruire della la legge Fornero ed essere già beatamente in pensione, invece di star qui a soffrire fino all’età di sessantasette maledetti anni.

Non che voglia passare per nipote indegno e calunniatore, in fondo lo zio mi dava sempre la giusta mercede, caramelle, gazzosa, qualche spicciolo da metter via, e uno di quei suoi sorrisi da gigante buono che mi rendevano orgoglioso di essere il suo nipote preferito, sorriso che non ho più ritrovato negli attuali guardiani di cimitero, tanto meno negli altri distratti e vivi frequentatori di questo mondo.
Ancora oggi quando vado al cimitero a far visita ai miei genitori, situati in una delle due ali nuove che hanno reso il camposanto del paese tre volte più grande rispetto al tempo in cui saltuariamente e indegnamente prestavo la mia opera, mi viene sempre una sottile ma dolce tentazione.
Capita quando passo il vecchio cancello sotto la volta ad arco, subito tentenno, vorrei girare a sinistra e varcare la porta del vecchio ufficio del guardiano, per poi mettermi ancora al banco a vendere candele, magari col gusto di fare anche un po’ di sconto, ma alla fine la realtà prevale e mi trattengo, perché so che non ci troverei più i moccolotti, sulle tombe d’oggi fanno bella mostra di sé atroci lampadine elettriche, e va già bene se accanto ci sono fiori veri anziché di plastica, su cui magari spruzzano chanel numero cinque, se è l’ultima dimora di una donna, o del dopobarba se è quella di un uomo.
Il romanticismo è finito per i vivi, figuriamoci per i morti, ché non mi stupirei se oltre alla luce elettrica eterna non ci si mettesse un bel ricarica batterie per cellulari, così magari qualche parente andrebbe un poco più spesso a trovare i suoi cari, chiamati così forse anche per via delle bollette della luce e del costo del loro posto fisso…
Mi riprendo dall’incertezza e guardo l’attuale guardiano del cimitero che sta al passo dei tempi moderni anche lui, essendo originario del Bangladesh, poi mi avvio diritto in fondo, dove ci sono i colombari più vecchi fermandomi davanti ai bisnonni, lui Enrico e lei Bambina, in questo caso di nome e di fatto, avendo procreato tredici bambini.
Recitarne i nomi è più difficile che azzeccare quelli dei sette nani, la foto che li ritrae è particolare, perché in mezzo a loro come giusto corollario c’è una foto più piccola coi visi di tre miei prozii, due morti probabilmente per influenza spagnola e l’altro, un ragazzo del ‘99 saltato per aria con la polveriera dieci giorni prima che finisse la prima guerra mondiale.

A pochi metri da loro, forse non a caso, giacché dal vecchio cimitero a quello attuale li ha riesumati e poi sistemati proprio lo zio, c’è il maggiore di quella nidiata, mio nonno Silvio con la sua sposa, Agnese Marelli, che io purtroppo non ho mai conosciuti, se non nel ricordo dei suoi due figli, notoriamente appena più ciarlieri dei pesciolini rossi, per cui si può dire che del nonno conosco solo il mestiere che faceva, e che ha guadagnato due medaglie di bronzo al valore sull’altopiano di Asiago nella prima guerra mondiale.
Un’estate decisi di andare ad Asiago a visitare quel che restava delle
vecchie trincee e per via della pioggia appena caduta ci scivolai dentro,
mi ricordo ancora la faccia che fece mio padre quando tornato a casa
raccontai che anch’io come il nonno ero caduto in trincea, ma che subito
mi ero rialzato e ripreso… con onore.
Insomma, meglio rendere omaggio al nonno di lato, non si sa mai che se
la sia presa per quel mio innocente sketch di bassa lega.
Gironzolo un po’, ogni tanto riconosco facce conosciute guardarmi severamente dalle lapidi, parenti anch’essi di cui porto memoria nella mia fanciullezza, che mi aprono flash e domande rimaste senza risposta.
Per ultimo lascio sempre lui, un po’ perché è il più vicino all’uscita essendo
stato tumulato per terra, ma molto per rispettare la tradizione, visto che
era lo stesso anche quando ci andavo in compagnia dei miei genitori.
Zio Giovanni ha lasciato il mondo a metà di nostra lunga vita, come disse
Dante, più noto per alcuni per aver dato il nome all’olio che per la sua commedia divina, cioè appena dopo aver compiuto cinquant’anni.
Ancora ricordo quando appena quindicenne lo accompagnai nel suo ultimo
viaggio, e notai che era la prima volta che il funerale non lo guidava lui,
con quella sua aria austera e i suoi gesti perentori ed essenziali che
intimorivano tutti gli automobilisti che incontrava, costretti a fermarsi per far passare Il corteo funebre.
Ho vivido il ricordo dello strazio delle mie tre cugine, e lo sguardo
perso del cuginetto Giulio, lasciati nel mondo senza più la sua guida sicura di uomo estremamente buono e giusto.
Recito le preghiere di rito, poi mi guardo in giro circospetto, e quando
sono sicuro che nessuno mi stia spiando tiro fuori dal giaccone un
lumino, lo accendo e lo poso con cura sulla sua tomba, poi guardo la
foto dello zio, gli strizzo l’occhio e me ne vado, a dissipare il mio tempo
oltre il cancello del cimitero, di nuovo tra i vivi.
Sono sicuro che quando i custodi troveranno il mio lumino acceso lo
porteranno via un po’ indignati per quel vecchio arnese ormai superato,
non credo mi beccheranno mai, in fondo non è cosa che riguardi loro,
è una marachella che mi riporta all’infanzia e che son sicuro tanto
sarebbe piaciuta al mio zio preferito a cui orgogliosamente somiglio,
seppur solo fisicamente.

Marco Fusi

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