Dissolvenza

Resto qui, appoggiata alla parete scrostata della mia camera, con il vento primaverile che filtra tra le tende della finestra e mi accarezza i capelli, facendomi sentire viva, nonostante tutto.

Voglio godermi questa tranquillità straordinaria, questo silenzio rotto solo di tanto in tanto dalle grida e dagli schiamazzi dei bambini che giocano e saltano tra le macerie e i residui di bombe inesplose.

Per un attimo la quiete è totale e la mente è libera di vagare e fantasticare come penso facciano le ragazze e i ragazzi di tutto il mondo. Almeno spero che sia così. Mi dimentico perfino del muro della vergogna, che potrei vedere benissimo se solo mi affacciassi dalla finestra qui davanti a me.

In realtà questa pace, questo silenzio quasi irreale mi spaventano molto.

Mio padre mi ha insegnato ad avere paura del silenzio, a non fidarmi della calma apparente.

Meglio sentire continuamente le urla dei militari israeliani, convivere con la presenza ingombrante e ossessiva delle loro divise e dei loro carrarmati. Meglio essere circondati da mitra e da stelle di David, meglio essere derisi, offesi e perquisiti senza motivo, piuttosto che essere assaliti all’improvviso e senza possibilità di reazione da uno dei loro commando.

Ricordo ancora la sera di quattro anni fa quando aspettavo che mio fratello Jawad tornasse a casa e  mi raccontasse una delle sue storie. Aveva sedici anni ed era il mio eroe. Lo consideravo invincibile.

Era autunno inoltrato e lui, insieme ad altri ragazzi di Betlemme suoi coetanei, era andato a raccogliere le olive sulle colline circostanti. Usciva all’alba per salire sul camion affollato che lo avrebbe portato a destinazione e tornava poco dopo il tramonto, quando iniziava a scendere l’oscurità. Quel giorno non aveva incontrato problemi particolari o resistenze a nessuno dei check point che doveva attraversare.

Riconobbi il rumore del camion che si fermò sotto casa nostra, quando il sole era ancora alto sull’orizzonte. Poco dopo l’urlo disperato di mia madre, che sento tuttora riecheggiare tra queste pareti, segnò per sempre la fine della mia infanzia. Jawad, come molti altri, non era tornato. Un manipolo di solati israeliani aveva assalito lui e i suoi compagni a metà mattina, accusandoli di cospirazione contro lo stato d’Israele. L’affronto più grande che tutti quei ragazzi avessero mai fatto agli israeliani era stato quello di partecipare a manifestazioni pacifiche per rivendicare il nostro dirittto alla terra e alla pace. Erano stati torturati per ore e costretti a confessare crimini mai commessi. Poi erano stati fucilati quasi tutti. Ne avevano lasciati in vita solo due perché raccontassero alla nostra gente che con loro non si scherza.

Che ci fosse poco da scherzare, io l’ho capito fin da bambina. Lo respiro ogni giorno che vado a scuola e sono costretta ad attraversare due check point con code interminabili che ci impongono di alzarci prima dell’alba per arrivare in tempo all’inizio delle lezioni. Ne ho avuto conferma la settimana scorsa, quando due militari sono entrati in classe e, senza neanche inventare una scusa, hanno messo i maschi a terra con la faccia schiacciata contro il pavimento e le femmine al muro, con le gambe divaricate.

Non mi sono divertita quando ci hanno palpato dappertutto sussurrandoci nell’orecchio frasi oscene e irripetibili. Non è uno scherzo vivere ogni giorno con l’acqua razionata e potersi lavare solo una volta alla settimana. Quasi tutti i punti di approvvigionamento sono infatti al di là di quella orribile barriera.

Non dobbiamo comunque dargliela vinta, ripeto sempre a mio padre.

«Ma loro hanno già vinto» mi ha detto qualche giorno fa.

«Non finché saremo qui a resistere pacificamente, non se continueremo a pregare Allah lasciando perdere la Jihad e gli attentati. Non se faremo di ogni nostro morto una martire per la libertà.»

«Non smarrire mai la tua fede, Shirin» mi ha risposto «è quella che ti tiene in vita. Ma non capisci che il mostro di cemento con i suoi check point e l’umiliazione dei controlli non è un mezzo bensì il loro vero obiettivo?»

L’ho guardato fingendo di non capire.

«Quale obiettivo, scusa?»

«Quello di farci sentire stranieri a casa nostra. Di fare in modo che sia normale la percezione di essere ospiti indesiderati. E che ogni cosa che abbiamo, le case, la terra, la nostra terra e perfino l’acqua è solo una gentile concessione.»

Non ho saputo rispondergli. Abbiamo abbassato entrambi la testa perché non potevamo sostenere l’uno lo sguardo dell’altro. Mia madre è uscita dalla stanza piangendo mentre ripeteva a bassa voce il nome di Jawad, come fosse una preghiera.

Ma dalla settimana scorsa tutto è cambiato un’altra volta. La mia adolescenza, iniziata con la scomparsa di mio fratello e mai stata normale, si è interrotta. Devo diventare grande, in tutti i sensi. L’assurdità di un’occupazione permanente, con cui veniamo a patti giorno e notte e che ci obbliga a conquistare anche la più piccola delle libertà, ha finito di poter essere anche barbaramente sopportabile.

Ho avuto tanti amici e amiche, e ne ho tuttora. Ma uno solo è stato per me come un fratello aggiunto. Io e Ismael abbiamo iniziato a frequentarci quando la ‘chiusura di sicurezza israeliana’, come loro chiamano il muro della vergogna, era appena in costruzione.

Un giorno, mentre stavamo giocando a pallone su un tratto di muro appena terminato, due soldati israeliani, che sorvegliavano i lavori di innalzamento della barriera di cemento e filo spinato, si avvicinarono a noi. Uno di loro guardò l’altro ridendo e si rivolse a me.

«Vi divertite bambini?»

«Certo, ci piace giocare a palla con il muro, anche se papà dice che è una vergogna» risposi con l’innocenza tipica dell’età.

«Tuo padre pensa questo? Quando torni a casa digli che si tenga alla larga dal nostro muro, perché quando sarà completato, ci divertiremo a sparare da lassù a voi poveracci. E il vostro grande Allah non potrà nulla contro le nostre armi»

Corremmo via, lontano dal muro e da loro. Dopo pochi metri Ismael si fermò. Raccolse un sasso e glielo lanciò contro gridando:«Allah akbar!»

Loro per risposta imbracciarono il mitra e lo puntarono verso di noi, imitando con la voce il suono dello sparo.

Avevamo cinque anni.

Da allora abbiamo frequentato la scuola insieme, abbiamo partecipato a comtitati di resistenza in difesa del nostro popolo e abbiamo passato pomeriggi interminabili dopo le lezioni a fantasticare sull’amore, sul nostro futuro e su quello di questa terra disastrata. Abbiamo pianto amici uccisi o scomparsi insieme alle loro famiglie senza lasciare traccia.

Ismael mi ha sempre ripetuto che avrebbe fatto di tutto per vendicare l’arroganza di quei soldati, che si erano permessi di terrorizzare due bambini. Ero riuscita a tenerlo lontano da scelte estreme e pericolose fino a quando suo fratello Habib non venne trucidato insieme al mio in quel mattino di sangue. Dopo i primi giorni di condivisione del dolore, si allontanò da me e dagli altri amici di una vita. Smise di frequentare la scuola. Lo incontrai una mattina in coda a un check point. Era insieme a un gruppo di guerriglieri di Hamas.

Venerdì scorso, alle dieci e trenta, la stessa ora in cui furono trucidati i nostri fratelli, un ragazzo con una cintura esplosiva si è fatto saltare in aria nei pressi della stazione centrale di Gerasulemme.

Ismael non è rientrato a casa. Poco dopo il tramonto, è arrivato un gruppo di uomini armati a riferire ai genitori che loro figlio era un grande martire di Allah e che sarebbe stato ricordato per sempre dal popolo palestinese.

Questa mattina, uscendo di casa, in strada, sull’autobus e anche a scuola, ho osservato tutti i ragazzi e ho pensato che domani molti di loro potrebbero sparire per sempre. Li ho visti incorporei, sul punto di svanire, erano solo degli spiriti della strada.

Adesso, qui, nella mia camera, in un momento impossibile di perfezione, con il cielo limpido e la brezza che spazza via l’angoscia e porta con sé il profumo della rigenerazione, vorrei diventare un fantasma e dissolvermi per sempre nel ricordo di questo attimo di felicità.

Filippo Mammoli