Discorsi sull’acqua e la terra in provincia di Podor: quando la cultura diventa coltura

Il sole rovente è già alto nel cielo quando scorgo all’orizzonte un giovane alto e robusto venirmi incontro in sella ad una vecchia e malandata bicicletta. Si chiama Safi, è originario della regione di Podor, in Senegal, ed è qui per ottenere dalla vita una seconda possibilità.

Ha solo trent’anni ma è già padre orgoglioso di due bambini ancora molto piccoli e grazie ai quali è tornato a sperare in un futuro migliore. La sua famiglia, dai nonni dei suoi nonni fino ai suoi genitori, è sempre stata dedita alla pastorizia, un’attività assai comune in questi paesi a sud del Mediterraneo e che molto spesso rappresenta per questa gente il principale sostentamento economico.

Ma da una decina di anni, oramai, il vento anche quaggiù è cambiato e molte persone sono state costrette a lasciare i propri villaggi d’origine in cerca di un nuovo lavoro. I più fortunati, come il fratello di Safi, sono riusciti a raggiungere l’Europa, mentre altri si sono trasferiti nelle grandi città. “Avevo molti amici che oggi si trovano in Francia, Italia o Spagna, o almeno credo, di molti di loro non ho più ricevuto alcuna notizia”, mi ha raccontato Safi qualche giorno fa.

Da quando hanno strappato le terre alla sua gente, le terre che ripagavano la fatica ed il sudore della loro fronte con cibo e speranza, la famiglia di Safi si è ritrovata sola ad affrontare l’incertezza e la precarietà di ogni giorno. “La nostra terra era tutto, e ci è stata portata via dai ricchi d’Europa senza alcuna spiegazione. Il mio migliore amico è stato arrestato perché ha osato ribellarsi alla loro arroganza e adesso la sua famiglia si è trasferita più a nord, dove la terra è ancora verde e le piogge ancora sufficienti al raccolto, ma chissà fino a quando la terra sarà generosa”.

“Già, chissà fino a quando sarà generosa,” penso io, “la nostra Terra alla quale abbiamo rubato tutto e che adesso stiamo finendo di distruggere con le nostre mani. Ne pagheremo il conto, prima o poi, proprio come un giorno toccherà a coloro che hanno sottratto le terre e la speranza alla famiglia di Safi, gente con il portafoglio sempre pieno e l’anima sempre più vuota”.

Sono però orgoglioso della persona e del mestiere che ho scelto di fare nella mia vita, e cioè quello di essere un bravo scienziato. Ho conseguito in Italia la mia laurea in Biotecnologie vegetali una decina di anni fa, alternando al tempo per lo studio quello per il volontariato e l’insegnamento. Ed è così che sono entrato in contatto con altri giovani studiosi che, come me, hanno voglia di fare e di condividere ciò che hanno imparato sui banchi dell’università con tutte quelle persone alle quali la vita non ha riservato le nostre stesse possibilità.

Oggi è il nostro primo giorno, mio e di Safi, nella nuova serra idroponica costruita insieme agli altri miei colleghi con il prezioso contribuito di alcuni ragazzi del villaggio. Ciò che oggi, e nel corso delle prossime settimane insegnerò a Safi, permetterà a lui ed alla sua famiglia di tornare a produrre e coltivare cibo sano e sicuro per il proprio sostentamento. Si tratterà di insegnare a queste persone un nuovo modo di fare agricoltura fuori dal suolo e senza alcun spreco dell’acqua, una risorsa fin troppo rara e preziosa per la gente che abita questi luoghi.

Le analisi condotte dal nostro team in laboratorio hanno rivelato che la terra attorno ai villaggi è troppo arida ed inquinata per assicurare alla famiglia di Safi la giusta sicurezza alimentare alla quale ognuno di loro ha diritto, ed è proprio per questo che abbiamo deciso di dare vita a questo nuovo ed ambizioso progetto di coltivazione.

Appena entrati nella serra mi preparo a mostrare a Safi quali sono le componenti principali per mettere in moto l’intero sistema. “Tutto ciò che vedi qui intorno, Safi, servirà a te ed alla tua famiglia per produrre tutto il cibo di cui avrete bisogno”. Lui mi ascolta attento con gli occhi di chi la paura di essere nuovamente ingannato, ma allo stesso tempo sa di non avere altra scelta se non quella di fidarsi delle mie parole.

Il suo sguardo mi incoraggia a proseguire oltre: “In questo piccolo spazio attorno a te avrai la possibilità di coltivare circa un centinaio di piantine di specie diverse che un giorno cresceranno e vi daranno da mangiare. Vedi questi piccoli spazi, una volta che vi pianterai il seme le tue piante cresceranno grazie ad alcune speciali sostanze contenute nell’acqua che scorrerà in questi condotti”.

Ma la sua iniziale curiosità si trasforma ben presto in incredulità e, prima che io possa terminare la frase mi domanda:” Ma come è possibile riuscire a coltivare qualcosa senza la terra? Noi non abbiamo mai visto o sentito parlare di niente del genere, come dici tu. Sei sicuro che ci possiamo fidare?”. “Ma certo”, rispondo io, “che vi potete fidare. Perché vedi, è come una specie di ricetta: le tue piantine, infatti, cresceranno utilizzando gli stessi ingredienti che userebbero in natura ma il modo in cui li otterranno sarà leggermente diverso, ed anzi, le vedrai crescere in fretta e saranno molto più buone e sicure da mangiare”.

Scegliere le parole giuste con questi ragazzi non è mai facile ma con Safi è diverso, fin da subito mi è sembrato un ragazzo molto sveglio ed intelligente. Dal modo in cui mi guarda capisco di aver speso bene le mie parole e di esser riuscito a parlare dritto al suo cuore. Sono mesi, infatti, che la terra di queste zone non è bagnata dalla pioggia a causa di un clima che abbiamo fatto impazzire, e le persone come Safi che abitano questi luoghi sanno benissimo che una stagione senza pioggia significherà dover cercare ogni mezzo possibile per non morire di fame per tutto il resto dell’anno.

“Normalmente, come tu ben sai, le piante utilizzano le loro radici per andare alla ricerca nel terreno di tutte le sostanze utili alla loro crescita. Ma vedi, anche se non avrai a disposizione il terreno, non appena le tue piantine cominceranno a svilupparsi saranno le loro stesse radici a sentire il richiamo dell’acqua e a spingersi pian piano verso di lei”.

“Come i bambini appena nati cercano il seno della loro madre perché è il richiamo della vita, ciò che già sappiamo prima di nascere e che la natura non ha bisogno di insegnarci”.

“Esatto, proprio come un bambino appena nato”.

Sorrido, è oramai sera ed è giunto il momento di lasciarci. Dopo aver concluso la visita alla piccola serra ci abbracciamo e ci stringiamo forte la mano: non ci rivedremo prima di qualche mese, quando scopriremo finalmente se il nostro sistema ha funzionato valutando la quantità e la qualità dei prodotti che Safi e la sua famiglia avranno ottenuto.

Sulla strada del ritorno comincio a perdermi nei miei pensieri e mi torna alla mente un proverbio navajo molto famoso che recita: “Non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli”.

Ecco, questa in realtà non è affatto la terra che avevo desiderato per i miei figli e nella quale sono nato. Un mondo dove i suoli sono sempre più degradati, la desertificazione avanza e le persone arriveranno a farsi la guerra per l’acqua. Beh, in verità anche nascere nel posto giusto del mondo non è affatto una scelta, ma frutto del puro caso.

Allora basterà scegliere da che parte stare, ma per scegliere bisogna prima conoscere. Persone come Safi e la sua famiglia non hanno potuto scegliere, perché qualcuno lo ha fatto al posto loro.

Ma non tutti, come me, hanno scelto di stare dalla parte sbagliata ed è vero che ciascuno di noi può fare la differenza: la cultura ed il sapere che ho acquisito durante i miei anni di studio mi hanno permesso di rendere migliore la vita di queste persone, o quanto meno di farle sperare in una vita diversa.

Perché se è vero che non sempre è facile scegliere la pace, ancor più difficile è saperla coltivare.

Miriana Paolieri